Manuel Agnelli, un romantico nella Milano con la peste
Chi è Manuel Agnelli? Quello che canta di amore e ricerca spirituale o quello che fa dire ad un suo personaggio “il cazzo è sempre duro” e poi parla di “Guerra e popcorn”? Quello che scrive al piano una ballata disarmante come “Milano con la peste” o quello delle chitarre elettriche distorte e del rumorismo e di “Proci”? L’ex giudice di X Factor o il leader di una band che ha cambiato il rock in italia, al suo debutto da solista?
“Incredibilmente devo ancora dimostrare, oggi, che ho un’impronta, che tutta quella roba lì è mia. Queste sono le mie anime: io sono tutte queste cose: è una libertà gigantesca non appartenere ad un genere”, mi racconta, seduto sul divano del suo Germi, il locale aperto in Darsena un anno prima della pandemia.
Ora Manuel vive diviso tra Abbiategrasso, la città della sua famiglia e Milano, le cui contraddizioni ha sempre cantato con gli Afterhours. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, in uscita venerdì 30, è stato inciso in larga parte in solitudine nella mansarda di Abbiategrasso, giocando con suoni, scritture e temi. Il primo disco solista di canzoni inedite 30 anni di carriera. Ora si fa sul serio: gli After sono in pausa a tempo indefinito, la strade con il talent si sono separate. Dopo un tour estivo, Agnelli ha - come sempre - molto da dire e da raccontare. Senza il paracadute di una band.
“Ama il prossimo tuo come te stesso” è davvero un disco solista: hai suonato quasi ogni strumento.
Uno dei pochi lati positivi del covid è stata la differente gestione dei rapporti umani: star chiusi tanto in casa, senza sapere che cosa fare o quando sarebbe finita. Mi ha dato una percezione del tempo simile a quella che avevo da ragazzo, quando scrivevo per scrivere, per dire delle cose. È un tipo di gestione del tempo che poi da adulto non ritrovi più.
Una scelta o una necessità, quindi?
All’inizio è stata una contingenza. Poi è ho capito che mi piaceva lavorare così, senza pensare: “martedì arriva il tipo che suona la batteria e dobbiamo fissare lo studio dalle 18 alle 20”. No, faccio io la batteria ne provo 20 e 19 le butto. Ho pensato anche che le cose che avevo suonato mi piacevano e andavano benissimo così. L’ho inciso a metà in casa, ad Abbiategrasso, con coperchi, bidoni e cose di uso quotidiano che ho trasformato in strumenti, e metà in uno studio qua Milano.
Ho pensato: è un album solista e incredibilmente devo ancora dimostrare, oggi, che ho un’impronta, che quella roba lì è mia. Ho fatto un album dove ho suonato io per scelta.
Parliamo del titolo: c’è un immaginario religioso nel disco?
Direi più spirituale che religioso. "Ama il prossimo tuo come te stesso” una frase fondamentale perché è antica ma contemporanea come non mai. Non si è mai consumata perché non è mai stata davvero applicata. C’è anche un lato ironico: non amare il prossimo come te stesso, forse è meglio. In copertina brucio me stesso, non a caso.
Però Dio torna in almeno un paio di canzoni.
Non so se è di Dio, sicuramente di qualcosa che dia un senso più grande alle cose che facciamo. C’è stata una destrutturazione non solo culturale ma anche spirituale che ci ha portato all’individualismo e al materialismo. Io, io io e ancora io, in relazione ai numeri, a quello che ottengo… Una roba di una povertà sconcertante, che ci fa accettare una guerra e quella cosa mostruosa che è la geopolitica. Se Dio esiste non ci vuole bene. Che esista dell’energia, qualcosa di più grande lo spero davvero.
La parola “Amore” torna 22 volte nei testi: sei diventato un romantico? Come si canta di amore a questa età?
Si ha meno vergogna rispetto alla semplicità del sentimento: per raccontare come è difficile trovarlo e viverlo, non va mascherato in maniera superpoetica.
Non c’è più la preoccupazione di raccontare cose che siano cool: la scelta che ha portato anche a fare 40 versioni di un brano è la stessa che mi porta a scrivere così, senza filtri. Intanto scrivo, poi vediamo. Poi rileggevo e mi rendevo conto che era quello che volevo dire. Si tratta poi di un amore che non è solo per persone o soggetti, si tratta di me all’interno di un mondo e di persone: riuscire a stare tra la gente è una forma d’amore.
Però non esiti ad usare un linguaggio crudo. Anche qua: l’hai sempre fatto, ma forse farlo ora è più difficile?
Si, ma ricordiamoci che ho iniziato un disco con una bestemmia… Le parole hanno un peso e un potere che io cerco. In molto cantautorato odierno il contenuto è più importante della forma, ma per me non è così. Quando uso questo linguaggio è anche per il suono, per la forza nel momento in cui le canti e perché girare intorno ai concetti è deleterio, rischia di anacquarli.
Il disco si basa sul contrasto tra canzoni classiche, persino antiche, e altre che sono avanguardistiche e rumoristiche. E questo succede anche nel linguaggio. Queste sono le mie anime: io sono tutte queste cose, non volevo scegliere: è una libertà gigantesca non appartenere ad un genere.
Nel disco torna Milano, che hai cantato spesso in passato. Questa volta è “Milano con la peste”.
Nelle mie canzoni cerco di avere dei personaggi che non siano una persona soltanto. In "Milano con la peste" volevo legare una storia ad un territorio che è il mio, ma senza necessariamente parlare di me: uello che non mi piace di molta letteratura contemporanea è l’autobiografismo.
"Milano con la peste", è un pezzo che parla sì del Covid, ma anche di altre cose, del prendere coscienza delle cose importanti, della speranza.
E ci sono due canzoni sulla guerra: la retorica su questo tema è dietro l’angolo. Cosa hai fatto per evitarla?
Sono rimasto basito perché dopo pochi giorni ci siamo dimenticati delle persone e ci siamo messi a parlare di geopolitica. Mi colpisce ancora di più in un periodo in cui i media hanno fatto proseliti sulla lacrima facile. Per questo in “Severodoneskt” Ho voluto raccontare la storia di una persona, più che della guerra: una persona intrappolata in un’ombra più grande. Un pezzo rock che non parlasse del sangue ma fosse violento per i sentimenti che esprimeva. “Guerra e popcorn” è più provocatoria, un’orgetta grottesca di fronte alla televisione che trasmette immagini terribili.
Il disco è breve, non arriva ai 40 minuti: con tutte queste idee, è stato difficile chiudere il lavoro?
Non è stato drammatico perché ho scelto i pezzi che mi rappresentavano al meglio in questo momento. Volevo che il disco fosse breve, la durata simile a quella di un vinile. E so anche che vorrei fare diversi dischi più frequentemente: non voglio fare un album ogni sei anni. I pezzi che ho lasciato fuori li recupererò.
Nelle canzoni c’è molto piano e un po’ meno chitarre di quello che ci si potrebbe aspettare.
Il piano è lo strumento che io so suonare meglio: negli After è sempre stato complementare e volevo valorizzarlo, volevo sperimentare. L’ho usato sia in maniera ritmica, sia i riff.
Chitarra ce n’è tanta, ma magari in alcuni pezzi non ce n’è del tutto e questo può spiazzare. C’è sempre stata una sorta di malinteso: molte chitarre degli After, anche quelle rumoristiche, sono mie. Ma dal vivo ovviamente ridistribuiamo le parti e così le chitarre si associano agli altri della band: ci tenevo comunque a non fare un disco solo di piano.
Cosa succede agli Afterhours? In un paio di momenti li citi indirettamente nel disco; mentre dal vivo, nel tour estivo, hai suonato i brani della band.
Quelle canzoni sono mie, all’interno di un progetto che si chiama Afterhours: è la citazione di una cosa mia. Nel video de “La profondità degli abissi” uccido la band e me nella band, ma non perché sono contro. Anzi ne sono orgogliosissimo, ma per questa parte è importante tanto quella degli After, forse anche di più.
Quindi gli Afterhours esistono ancora e sono semplicemente in pausa?
Gli After sono in pausa anche per questo, e perché devono recuperare un senso forte, non devono essere solo un progetto.
Gli After hanno sempre fatto un disco quando avevano qualcosa da dire insieme, ed è per questo che facciamo un disco ogni sei anni: per me questa cosa è diventata stretta. Al di là dei problemi logistici di mettere assieme persone super eclettiche che hanno progetti diversi, il punto è che si riformi l’energia necessaria a dare un senso ad un disco. In questo momento non c’è, mentre io ne ho tantissima per questo progetto. Gli After esistono ed esisteranno ma in questo momento le energie sono da un’altra parte.
Nel disco ci sono i Little Pieces of Marmelade, di cui hai prodotto il disco e che ti accompagnano in tour. Sono la cosa migliore che ti ha lasciato X Factor?
In realtà nel disco Frankie suona solo una parte di noise e Dani in sei pezzi doppia la mia batteria, perché è più bravo e perché volevo un suono particolare. Dal vivo danno una marcia in più: hanno una furia che non è legata all’età: sono davvero così e saranno così finché le ossa non gli faranno male. Un tipo di furia che nel nostro paese si trova difficilmente. A livello musicale sono la cosa più compiuta che ho visto a X Factor. E anche quella più vicina ai miei gusti. tanto che ci sto suonando assieme. Sono quelli che hanno fatto meno compromessi e mi hanno permesso di fare il racconto che volevo.
Cosa pensi ora della tua esperienza ad X Factor? Perché nei sei uscito?
X Factor è tantissime cose tutte assieme, che dipendono dalle persone che lo fanno, dal tavolo dei giudici, dagli autori, dalla volontà delle direzioni che si vogliono prendere. Di conseguenza io sono più o meno sensato lì dentro: non ho detto che non lo farò mai più, ma dipende dalle condizioni. Ho portato avanti un mio discorso alla ia maniera, facendo il bastian contrario dello spettacolo, cercando complicità in altri protagonisti dello spettacolo ma raramente l’ho trovare. Portare avanti questa parte da solo era pesante: se sei l’unico che fa certi discorsi, sanno già tutto cosa dirai.
Quest’anno le condizioni erano cambiate: facendo X Factor sarebbe stato impossibile pensare al disco e io avevo bisogno di tornare alla mia musica, di pensare alle mie canzoni e al mio disco.