L'ingestibile talento di Harry Styles
Dopo un numero esagerato di rinvii e un’estenuante attesa, Harry Styles arriva finalmente a riempire i palazzetti italiani e coronare il sogno di decine di migliaia di fan. Dando un seguito al grande successo della tappa bolognese, il 26 luglio 2022 la popstar britannica è approdata al Pala Alpitour di Torino, sold out da tempo immemore.
Alla vigilia dello show si perde il conto di chi cerca un biglietto. Perlopiù è la generazione dei Millennial, ad essersi svegliata tardi e a cercare invano il modo di assistere a uno dei concerti pop più importanti dell’anno. Invece non ha questi problemi la Gen Z, che non ha dovuto pensarci molto. Il parterre e gli spalti del palazzetto torinese sono infatti gremiti di ragazzine, con una schiacciante rappresentanza femminile che da un lato fa schizzare alle stelle i decibel - va detto, pubblico più caloroso e rumoroso possibile - e dall’altro preclude ancora di più un’estensione del target, che sarebbe buona e giusta.
Che Harry Styles sia un talento unico è sotto gli occhi e le orecchie di tutti. Non si discute sul fatto che l’ex bambino prodigio degli One Direction sia oggi uno dei nomi più importanti del pop mondiale. La recente e stravagante dichiarazione di Mick Jagger ne è una prova: il leggendario frontman degli Stones, al quale Harry viene spesso accostato per la grande presenza scenica, non si è limitato ai soliti convenevoli tipici dello stardom, ma si è lanciato anche in un confuso “ero meglio io, non può farci niente” che ha strappato più di una smorfia e qualche sorriso. Ricorda un po’ l’uscita infelice di Madonna a proposito di Lady Gaga, no?
Il punto, comprensibile, è che un fenomeno del genere qualche purito lo provoca. Perché il ragazzo ha tutto ciò che si richiede per dominare un palco. Lo si capisce fin dai suoi primi, energici passi su “Music for a Sushi Restaurant”. Ci vogliono davvero pochi secondi ad imprimere nella memoria le sue movenze, messe a punto per funzionare con quasi ogni pezzo del repertorio e dare un’idea molto chiara del suo strapotere scenico. Si muove come chi ha un fuoco sacro dentro e ha bisogno di distribuirne un po’ intorno a sé. L’effetto è visibilmente straordinario, perché a ogni movimento di spalla sconquassa un settore del palazzetto.
Harry detta da subito le regole del suo spettacolo, nel quale c’è poco spazio per scenografie o effetti. Non perché la produzione non sia all’altezza, ma perché non ce n’è proprio bisogno. Non quando hai quel carisma, ma neanche quando ti porti dietro una band del genere. Sei elementi, ottimi musicisti, pieni di energia. Il resto è affidato al giovanissimo pubblico, che si pone come parte integrante della performance. Lo è attivamente, con la coreografia composta da migliaia di fogli colorati, retroilluminati dagli smartphone, ma anche passivamente, grazie a così tanti outfit degni di nota che il colpo d’occhio sulla platea diventa quasi disorientante. Un’esplosione di colori, alimentata da cappelli, bandiere, boa e tanti altri accessori che durante la serata planano in direzione del palco. Harry, divertito, li schiva, ci balla attorno, li prende al volo, li usa per arricchire la sua esibizione e poi li rilancia verso il pubblico, in un rito che sembra non avere fine.
Qualcuno l’ha accusato di non avere i pezzi. Di essere un grande hitmaker, ma di non possedere ancora la maturità per essere un ottimo songwriter. Forse gli manca solo un pizzico di intensità, che probabilmente non tarderà ad arrivare, insieme alle necessarie reinvenzioni che ogni popstar di valore abbraccia lungo la carriera. Ma allo stato attuale, con tre album nel repertorio, la scaletta assemblata per questo “Love On Tour” è molto eloquente: va da “Golden” a “Love Of My Life”, passando per l’irresistibile “Satellite” e la straripante “What Makes You Beautiful”, unico momento One Direction della serata. Ogni brano funziona meravigliosamente. Styles si concede qualche incursione nella lingua italiana, che padroneggia molto bene, culminando nello snippet di “Se telefonando” di Mina. “Mina è la mia preferita”, ribadisce Harry, esattamente come a Bologna. “Matilda” è invece l’unico momento in cui il cantante classe ‘94 si ferma, composto davanti al microfono, e si concentra sulla propria voce, sempre sorretta dalla sua legione.
Il bis è il colpo di grazia, perché concentra in una ventina di minuti tutti i pezzi commercialmente più forti. A cominciare da “Sign of the Times”, ovvero il brano che nel 2017 fece urlare un “fermi tutti” corale, e “Watermelon Sugar”, forse il più riuscito del concerto. Parte una richiesta a gran voce: “Medicine”, “Medicine”, urla il palazzetto come se fosse guidato da una mente alveare. E il tempismo di questa richiesta rivela qualcosa di molto significativo. Non solo che i fan, uniti e compatti come una legione, conoscono e amano una canzone ancora oggi inedita - “Medicine” non è ancora stata pubblicata, anche se viene sempre eseguita dal vivo - ma sanno anche a che punto della scaletta compare. Sanno tutto. E l’espressione di Harry, quando la sua band è proprio in procinto di suonare le prime note del pezzo, rivela grande consapevolezza. Sa quanto sia preziosa una fanbase del genere, una con cui crescere e per la quale essere costantemente riconoscente.
“As It Was” e “Kiwi”, immancabili, chiudono infine il set, in un tripudio di applausi, urla e piedi che sbattono sugli anelli, facendo vibrare e tuonare il Pala Alpitour. Mancava la prova dal vivo per capire se Harry Styles fosse ancora un diamante allo stato grezzo, o se fosse già una star fatta e finita. Ebbene sì: è una star. Di quelle davvero luminose. Non ce ne vogliano i fan della boyband, ma è indubbio che la fine degli One Direction sia la cosa migliore capitata ad Harry, subito dopo la loro formazione. Semplicemente il divario tra Styles e i suoi comprimari era eccessivo e ingestibile. Nulla di nuovo, è successo a Justin Timberlake con gli NSYNC. Il talento parla chiaro, e in questi casi non fa errori, perciò è da augurarsi che quello di Harry continui a valicare i tanti, troppi ostacoli che sia i Millennial che i più rigidi membri della Gen X hanno eretto, etichettandolo come “quello degli One Direction”. Ed è da augurarsi che ascoltino, guardino e si lascino conquistare da un artista dotato di un fascino smisurato. Che questo spinga loro a decidersi a comprare un biglietto per tempo, rendendo un po’ più eterogeneo il pubblico, e parallelamente spinga Harry stesso a dare più spazio alle proprie doti canore. C'è da augurarselo perché, parafrasando con un pizzico di ritardo il mitico Jon Landau: "ho visto il futuro del pop, e il suo nome è Harry Styles".