Dal libro "Masticando km di rumore" di Massimo Giacon pubblichiamo, per gentile concessione dell'autore e dell'editore Feltrinelli, la recensione di un concerto dei Devo del 1980.
Happy devolution
Non si poteva mancare al concerto dei Devo a Bologna. O per lo meno non potevo mancare io.
La mia formazione musicale si divide in periodo pre Devo e post Devo. Quando li ho visti per la prima volta in tvcon la loro cover de-evoluta di un classico dei Rolling Stones, "(I Can’t Get No) Satisfaction", c’è stata un’esplosione nella mia testa. Era la musica che avevo sempre cercato, ma che non sapevo esistesse.
Non potevo fare il paragone con qualcosa che c’era prima, perché i Devo non somigliano a nessuno, casomai ci saranno molte band a venire che somiglieranno a loro. Hanno una precisa filosofia del suono e dell’estetica, che curano in ogni dettaglio (grafiche, copertine, costumi, video), e creeranno icone visive destinate a rimanere nell’immaginario collettivo. La loro musica aritmetica è diversa da quella matematica dei Kraftwerk, di cui i Devo sono dei nipoti degeneri, più umoristici.
La teoria della de-evoluzione, ovvero la progressiva degenerazione dell’intelligenza umana, è una realtà che al giorno d’oggi non sembra per nulla satirica. Purtroppo i Devo la applicheranno anche alla musica, che dopo il loro folgorante esordio si farà sempre meno interessante. Il loro disco migliore è un disco inesistente, ovvero la recensione di un bootleg immaginario fatta da Stefano Tamburini su “Cannibale”, e quanto vorrei che quel disco esistesse veramente, con la hit "Suck Me Duchamp amp amp".
Al Palasport di Bologna sono con i miei amici Alberto ed Enrico, che fanno il Dams e conoscono un po’ tutti. Mi sono disegnato il logo della band su una camicia bianca e su un paio di occhialoni di cartone. Alberto dice ad alta voce: “Dovevi aggiungere alla scritta ‘Devo’ la parola ‘toglierli’”, frase che fa molto ridere Freak Antoni, in mezzo al pubblico.
Si fa buio e scende un mega schermo su cui viene proiettata un’intro interpretata da Booji Boy, la mascotte dei Devo, sotto cui si cela il cantante Mark Mothersbaugh. C’è un ululato, il pubblico non ha mai visto un video proiettato live su uno schermo così grande (non è ancora arrivata MTV!), siamo tutti in delirio. Lo schermo si alza e i Devo sono lì, con le loro tute gialle, e iniziano infilando un brano a martello dietro l’altro.
Chitarre basso e voce sono radiomicrofonati per la prima volta in Italia, per cui Bob, Jerry e Mark fanno continue incursioni in mezzo al pubblico, suonando da dentro la folla.
A un certo punto si strappano le tute e rimangono in canotta nera, pantaloncini da ciclista, ginocchiere, gomitiere da skate e il caratteristico cappellino a vaso da fiori rovesciato che sarà il loro futuro marchio di fabbrica. La musica è un crescendo ritmico: "Gut Feeling", "Smart Patrol/Mr. DNA". Un ultimo bis e Mark Mothersbaugh compare con la maschera di Boojie Boy intonando "The Words Get Stuck in My Throat" in falsetto.
In questo preciso momento io, Alberto ed Enrico decidiamo di mettere in piedi la nostra band.
Nel corso della giornata pubblicheremo le recensioni - testo e relativo disegno - di concerti di Franco Battiato (1977), Skiantos (1979), Patti Smith (1979), Devo (1980), Cramps (1983), Kraftwerk (1991) e PIL (2015).
