Genesis, la storia di "Can-Utility..." e "Horizons"

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Genesis, la storia di "Can-Utility..." e "Horizons"

"Can-Utility And The Coastliners"

Una delle perle meno celebrate della carriera dei Genesis, dalla superba abbondanza di variazioni ritmiche e timbriche. La canzone prende corpo attraverso le esibizioni live, trovando la sua strada definitiva nei due tour italiani del 1972. In quello di aprile, dove viene presentata da Peter con titoli provvisori ("Rock Me Baby" e "Bye Bye Johnny"), il pezzo è già abbastanza definito nella prima parte, ma appare molto diversa ed estesa la sezione centrale. Ma quando la band torna in Italia in agosto la canzone è stata nel frattempo registrata e ha dunque il suo assetto definitivo.

Rutherford: “È divisa in tre parti. La prima è acustica, la seconda è caratterizzata da un assolo di mellotron e nella terza la batteria e il basso entrano potentemente”. Si apre con un arpeggio di chitarra elettrica, rintuzzata dalla 12 corde, su cui la voce di Peter si posa delicatamente supportata dal triangolo di Phil e seguita dagli ingressi di organo e mellotron, che enfatizza
alcuni passaggi prima dell’entrata vigorosa della batteria. Nonostante l’assetto ritmico incrementato dai bassi a pedale e la base di mellotron e organo, la spina dorsale del brano rimane però, all’inizio, nelle chitarre acustiche. Un riff di elettrica di Steve precede la seconda fase, più ritmica: sotto una batteria creativa e gli implacabili bass pedals di Mike, il mellotron esegue una sequenza enfatica e inquietante. Torna la voce per una breve frase, che prelude a uno splendido giro di organo e mellotron insieme sopra il ritmo dettato dalle chitarre. Dopo un breve segmento per sole tastiere, batteria e un filo di flauto, il basso elettrico esegue un riff ostinato sotto la base dell’organo, protagonista di un bellissimo giro arpeggiato sottolineato da stacchi in controtempo.

A questo punto entra la chitarra di Steve, prima con note di assestamento, poi con un originalissimo assolo seguito da una specie di cantilena cantata da Peter. Bellissima la chiusura, con l’assolo di chitarra su stacchi di basso e batteria e arpeggi dell’organo. Infine le ultime due frasi urlate da Gabriel per il finale improvviso: una scala di tutti gli strumenti insieme.

Gran parte di questa canzone è opera di Steve Hackett, senza dubbio il più grosso sforzo compositivo del chitarrista fino a quel momento. Hackett: “Ho scritto il testo e la canzone, cioè la parte melodica, ma le parti strumentali le abbiamo create tutti insieme”.

Il testo prende spunto da fatti storici miscelandoli con finzione e fantasia. Canuto Il Grande era un vichingo che conquistò il trono inglese fra il X e l’XI secolo. Hackett: “Il titolo è un gioco di parole sul Re Canuto e la sua immaginaria band di supporto, un po’ come BuddyHolly And The Crickets. Canuto era un re danese e la leggenda vuole che i suoi seguaci continuassero a ripetergli che era onnipotente. Così il re, volendo definitivamente smentirli, chiese loro di piazzare il trono sul limitare del mare, ordinando alle onde di tornare indietro per non bagnarlo. Soltanto quando le onde stavano per sommergerlo interamente comprese di aver convinto i suoi sudditi”.

Dopo le esecuzioni italiane dell’aprile 1972 nel "Nursery Cryme" tour, la canzone torna in scaletta nella forma definitiva per tutto il mese di agosto dello stesso anno, ancora in Italia, e vi rimane per alcuni concerti inglesi di settembre, in concomitanza con la pubblicazione di "Foxtrot", per poi uscire definitivamente dal set.

 

"Horizons"

Otto armonici ripetuti due volte, poi una melodia triste, quindi ancora armonici intermedi prima del ritorno alla melodia: questo gioiello per chitarra acustica a sei corde da molti sarà, erroneamente, ritenuto un’introduzione alla lunga suite che lo segue, "Supper’s Ready". In realtà, si tratta di un breve brano opera esclusiva di Steve Hackett, che lo ha composto attingendo alle prime due battute del preludio della Prima suite per violoncello solo di Bach. Hackett: “Fui influenzato da qualcosa che sentii suonare da Julian Bream, ma non sapevo chi l’avesse composta. Anni dopo scoprii che era un pezzo di Bach e lo trasportai a un’altra tonalità”.

Il brano finisce nel disco per puro caso. Hackett: “Per qualche ragione, io ero l’unico che andava d’accordo con Bob Potter. Un giorno, mentre registravamo, Mike si mise a cambiare le corde della sua chitarra a 12 corde. Potter mi disse che non poteva sopportare a lungo quello strazio e mi chiese se non avessi qualcosa da proporgli. E io gli dissi che avevo questo pezzettino per sola chitarra che mi sarebbe piaciuto provare. Registrai quattro take con una Yamaha acustica, che è una chitarra da suonare in accompagnamento, non una classica, ma lui fece un buon lavoro: facemmo un primo mix dove la infilò in un altoparlante Leslie per darle un feel rotatorio e del riverbero. Improvvisamente, la mia chitarra suonava professionale.
In seguito mi disse: ‘Guarda, io lascio. L’unica cosa che mi piace è quel pezzetto di chitarra che tu e io abbiamo registrato quando non c’era nessun altro fra i piedi’”.

Stranamente mai suonato nel "Foxtrot" tour, questo strumentale viene ripescato per il tour successivo (1973/74), sebbene non in tutte le date, alternandosi (qualche volta affiancandosi) a "More Fool Me".
Naturalmente il brano, autentico marchio di fabbrica per Hackett, diventerà immancabile in quasi tutte le performance soliste della ultraquarantennale carriera solista del chitarrista.

Il testo è tratto da "Genesis - Tutti gli album tutte le canzoni" di Mario Giammetti, pubblicato da Il Castello, per gentile concessione dell'editore.

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