J Lord: “Voglio il rispetto della gente”
“No money more love”, l’album d’esordio di J Lord, giovanissimo rapper napoletano di origini ghanesi classe 2003, è un ponte fra mondi apparentemente distanti: con uno stile americano, il dialetto della sua terra e un’attitudine hip hop connaturata, l’artista, dopo essere finito sulla bocca di molti per le collaborazioni con Gué, Ghali, Liberato e altri, ora vuole dimostrare la sua stoffa, supportato dalle strumentali del suo produttore Dat Boi Dee, oltre che da Crookers e dalle nuove leve SadTurs, Starchild e Krou. Nel disco, la cui cover è stata scattata in America, accrescendo l’atmosfera a stelle e strisce che avvolge la figura di Lord, si è circondato di “ragazzi come me”: Massimo Pericolo, Bresh, Vale Pain, Vettosi e Digital Astro.
Lord, come descriveresti il tuo disco?
“È un album pieno di emozioni ed esperienze vissute negli ultimi due anni. Ho voluto associare il progetto a un immaginario americano perché tutti mi dicevano ‘hai un modo di rappare americano’. E allora mi sono detto: perché non andare lì? Il primo singolo è un tributo al Karl Kani, un artista real che ha vestito icone come Biggie e Tupac. Averlo conosciuto è stata una grandissima fonte di ispirazione”.
È un album in cui confluiscono più mondi.
“È un disco strano. Ci sono suoni diversi, lingue diverse che si fondono. È un quadro con tanti colori. Tengo un piede in Italia e l’altro nel mondo. È il frutto di un duro lavoro in cui io e Davide (il produttore Dat Boi Dee, ndr) ci siamo raccontati ogni pezzo della nostra vita per cercare di mettere a fuoco il progetto. Ricordo le notti insonni passate a lavorare, senza sosta. L’idea iniziale non era quella di fare un disco, il punto di inizio è stato: ‘facciamo delle canzoni e mettiamoci in gioco’. L’obiettivo era quello di dimostrare a me e agli altri chi sono per davvero”.
C’è stato un momento dove eri sulla bocca di tutti. Il disco ha risentito di quella pressione?
“Tutti parlavano di me per le collaborazioni che ho realizzato prima dell’album. Ma non ho sentito la pressione di dover scrivere per forza un disco. Lo faccio uscire ora che è pronto, non ho voluto correre o bruciare le tappe. Per me è stato un onore aver ricevuto messaggi e attestati di stima da parte di Massimo Pericolo, Ghali e Gué. La mia reazione è stata: ora faccio uscire dei brani che ricompensino quella fiducia. Non voglio tradire quel supporto, mai. E non voglio neppure illudere le persone. Per questo oggi, più di tutto, anche più dell’approvazione dei big, con questo album voglio conquistare il rispetto della gente”.
Non hai mai avuto paura di fallire?
“Non ho paura. Qualcuno può aver pensato: è solo un bluff. Ha fatto uscire una manciata di pezzi e tutti ne parlano. ‘Ma chi è questo qua?’, potrebbero essersi chiesti. La risposta è nel disco. Sono molto soddisfatto del risultato finale”.
La tua musica è più forte del pregiudizio degli stupidi nei tuoi confronti?
“Lo spero. Io nasco in Italia, a Frattaminore, il 25-08-03 e ho origini ghanesi. Il rap è stata un’illuminazione. Il disco, infatti, doveva chiamarsi ‘visione’. Per me il rap, il napoletano, le mie origini afro, l’attitudine americana possono convivere. Io sono questo. E la gente può rispecchiarsi nelle mie canzoni: io credo che il brano con Massimo Pericolo possa davvero arrivare al cuore delle persone ed essere più forte di tutto”.
Qual è la strada che ti ha portato a oggi?
“Ho mollato il calcio, volevo che la musica diventasse la mia vita. Mi ricordo che a un certo punto andai in Inghilterra, a trovare mio padre. Rimasi a Leeds per quattro mesi, l’idea era quella di capire se potessi fare anche altro, ma non ho trovato nulla che facesse per me. Il rap mi chiamava, non riuscivo a non pensarci. Era il periodo in cui era uscito ‘Figli del passato’. Mio padre non ci credeva, non pensava potessi trasformare la mia passione in lavoro. Stessa cosa mia madre. Ma io non ho mollato, sono tornato a casa e mi sono dedicato alla musica al 100%. Quattro anni fa non avevo neppure i soldi per andare a New York, ora invece mi sono fatto fotografare proprio lì, in America”.
Un artista che ti ha segnato?
“Fetty Wap è un punto di riferimento. Lo vedi senza un occhio, con i tatuaggi, le treccine e dici: ma questo da dove esce? Eppure ha creato delle melodie pazzesche. Ho passato tanto tempo in cameretta a guardare i suoi video”.
Perché mantenere il dialetto napoletano nel tuo rap?
“Rappare in napoletano per me è fondamentale. Io vengo da lì, porto quei luoghi con me ovunque vada. E se avrò successo sarà anche grazie alla mia terra. Però, sono sincero: non mi sento di far parte della scena di Napoli e neppure di quella dei rapper che adesso stanno a Milano. Ci sono, ma non mi sento di far parte totalmente di queste realtà. Io faccio il mio”.
Le collaborazioni che hai scelto?
“Nel disco ho voluto ragazzi come me. Insieme siamo una forza. Forse alcuni si aspettavano di nuovo feat con big come Gué e Ghali…ho preferito seguire un’altra strada”.
Il tuo sogno da qui ai prossimi anni?
“A me non frega più di tanto dove sarò, sono sincero. Io vorrei aiutare la gente con la mia musica. La foto di copertina scattata in America, per me, è come dire a un mio coetaneo: ‘anche tu puoi farcela’. Inoltre mi piacerebbe, un giorno, aprire una struttura per aiutare i ragazzi in difficoltà. Il rap porta con sé davvero tanti poteri: più che immaginare dove sarò io, mi piace, oltre a esprimermi con le canzoni, pensare a che cosa posso fare io per gli altri con la mia musica”.