Xavier Rudd, il suono dell’Australia
Ad inizio del 2020, il mondo guardava con orrore le immagini della devastazione creata dagli incendi in Australia. Xavier Rudd era nel bush, come da quelle parti vengono chiamate le vaste zone naturali lontane dalla città, le terre degli aborigeni. “Gli incendi hanno colpito amici, gente che vive vicino a casa. Ma non è una novità per l’Australia, purtroppo: ci sono eventi climatici parecchio estremi, è la natura del continente”, racconta. Poi è arrivata la pandemia: “Avevo in mente di stare fermo dopo 20 anni di tour. Non pensavo di andare da nessuna parte, sono andato in questa parte molto remota dell’Australia e quando mi riavvicinavo alla civiltà sentivo queste storie terribili di cosa stava succedendo all’umanità. Il disco è stato registrato nel secondo anno della pandemia, con queste storie in testa. C’era un vento fortissimo che soffiava durante quel viaggio, suonava tutto come un grande cambiamento”.
Ed è cambiata, almeno in parte la sua musica, anche se la forza della natura si percepisce sempre forte, nel nuovo album, “Jan Juc moon” - primo lavoro in 4 anni, da “Storm Boy”. "Jan Juc è la città in cui sono cresciuto: è una parola aborigena, che richiama una cerimonia, quella di mettere i defunti sugli alberi, così lo spirito si eleva dalla terra. In questo album rifletto molto sull’idea del passato, sul mio percorso. Era arrivato il momento di usare questo titolo: è una canzone che ho scritto 10 anni fa, ma che non avevo mai terminato”.
Il cambiamento sta nella ricerca di un suono più grande e complesso, anche se l’album non è stato inciso con una band: oltre alla chitarra e agli strumenti tradizionali, oltre ai suoni della natura riprodotti, ci sono sintetizzatori, beat, “Volevo fare un album da solo”, racconta in collegamento zoom dal Queensland, nel nord dell’Australia. "Ma volevo un gran suono, anche per i concerti: userò tutti questi strumenti dal vivo. Ho usato un sintetizzatore analogico, più che dell’elettronica - è un suono antico anche quello in realtà... Ho fuso tutto questo per creare un suono sognante: ma non pianifico molto, lascio che sia la musica a parlare”.
Nell’album c’è pure un rapper, J-Milla di origini aborigene, dei territori del nord, in “Ball and chain”: “Semplicemente funzionava per quella canzone”, spiega Xavier. "Parla del peso che ognuno si porta dietro e qualcuno ha dei pesi più grossi da sostenere. J-Milla ha una storia complessa, è una voce giovane molto attiva per il cambiamento nella mia terra, era perfetto per il brano”.
L’album ha come copertina un lavoro dell’artista Nathan Patterson, che rielabora la classica arte puntiforme degli aborigeni. Non c’è una contraddizione che sia un artista bianco a raccontare le storie delle tribù delle origini, a usare i loro strumenti? “Ho iniziato a suonare il didgeridoo appoggiandolo ad una sedia e fissandolo con del nastro… ora forse lo so usare un po’ meglio”, spiega. “Io ho origini europee, ma mia bisnonna era aborigena: non sono cresciuto in quella cultura, ma la sua storia mi ha sempre colpito. È sparita, non c’è nessun certificato di morte, cose vergognose di questo genere in Australia non sono rare, non sappiamo cosa è successo. Ho sempre sentito questo spirito nella mia musica, non so se è la sua eredità. Ma cerco di essere rispettoso nei confronti di questo spirito, che ho conosciuto attraverso amici aborigeni, uso uno strumento aborigeno dalla tribù con il loro permesso, anzi la loro benedizione. Cerco di raccontare non solo la loro cultura, ma anche la loro oppressione, qualcosa che nel nostro paese si cerca sempre di nascondere”.
Nathan Petterson disegnerà anche il backdrop per i concerti: Xavier Rudd sarà da solo sul palco, circondato dai suoi strumenti: appuntamento ad ottobre 2022 per 5 date, dal 19 (Trento, Auditorium Santa Chiara), al 21 (Padova, Gran Teatro Geox), 22 (Cesena, Carisport), (23 Venaria Reale, Teatro della Concordia) e infine 24 ottobre 2022 a Milano, Alcatraz.