The Cure: la storia di "Three imaginary boys", parte 1

Il primo album della band, uscito nel maggio del 1979
The Cure: la storia di "Three imaginary boys", parte 1

Nato in Nuova Zelanda nel 1949, Chris Parry si trasferiva a Londra nel 1970 ed entrava in Phonogram quattro anni dopo, diventando nel giro di pochi mesi uno dei dirigenti dell’ufficio artistico della Polydor. Il primo complesso da lui scoperto furono le Chanter Sisters, che nel 1975 piazzavano un brano nelle zone alte delle classifiche, ma fu con il divampare dell’incendio settantasettino che le quotazioni del giovanotto salirono vertiginosamente. Portava alla Polydor Jam e Siouxsie & The Banshees e la credibilità così conquistata era tanta che gli veniva concesso di creare un marchio collegato alla casa madre, ma di sua esclusiva gestione. Nasceva così la Fiction: i Cure furono il primo gruppo a firmare, il 13 settembre 1978, per la nuova etichetta.

Originario del Sussex, il trio aveva già alle spalle, nonostante la verde età dei componenti (il più anziano il non ancora ventenne Michael Dempsey), una storia lunga e travagliata, con innumerevoli cambi di formazione e un ingaggio da parte della tedesca Hansa risoltosi in un nulla di fatto. In Robert Smith (voce e chitarra), Michael Dempsey (basso) e Lol Tolhurst (batteria), Parry aveva subito individuato “il perfetto trio pop, meglio dei Police, meglio dei Jam”. Agendo in base a questa visione e avendo a suo dire rispetto a Smith, già leader indiscusso, il vantaggio di sapere chiaramente cosa voleva “mentre lui sapeva chiaramente solo cosa non voleva”, il factotum della Fiction mosse sapientemente le sue leve nel circo dei media per attirare quanta più attenzione possibile sui suoi protetti. La qualità delle canzoni scritte da Smith e le orecchie bene aperte di alcuni addetti ai lavori fecero il resto. Con lungimiranza se possibile superiore al solito, John Peel addirittura invitò i Cure a registrare alcuni brani per il suo programma ancor prima che debuttassero a 45 giri.

Un giochetto che a Parry non riuscì fu invece quello di creare un’immagine forte, e dunque riconoscibile, per il complesso: “Avevo molta fiducia in loro, ma salivano sul palcoscenico vestiti in modo orribile. Ero d’accordo sul fatto che essere alla moda non avesse importanza, ma Dempsey indossava pantaloni di velluto a coste e il maglione del nonno, Robert un indescrivibile cappotto messo migliaia di volte, Lol scarpe e pantaloni di ogni tipo e una maglietta bianca, e in più aveva un filo di barba. Pensavo: ‘La musica di questi ragazzi è eccellente, ma visivamente sono impresentabili!’”. Ce la fece a malapena a persuadere i tre a presentarsi alla ribalta con dei canonici giubbotti di pelle nera da rocker e forse più che lui a convincerli furono gli Wire, cui i Cure si ritrovavano a suonare di spalla nell’ottobre 1978, restandone enormemente impressionati. Due lustri dopo, Robert Smith ricorderà così quella sera: “Ci furono a tal punto superiori che ne rimasi quasi spaventato: usavano luci bianche, si vestivano di nero e bianco e la musica era tesa, drammatica, potente. Sentii subito il desiderio di muovermi in quella direzione, di indurire il nostro sound, perché noi al confronto eravamo pressoché inconsistenti”.

Con il trascorrere degli anni, i Cure baderanno maggiormente all’immagine rispetto agli esordi – arrivando, all’altezza di THE HEAD ON THE DOOR, ad adottare pantaloni neri abbondanti e giacche sempre nere sformate, con sotto camicie o magliette bianche, a mo’ di uniforme – ma a renderli riconoscibili sarà più che altro la chioma leonina del leader, al tempo di THREE IMAGINARY BOYS un dito appena più abbondante di un taglio da esercito di Sua Maestà.
Nell’Anno Domini 1979, non riuscendo a modellare per Smith, Dempsey e Tolhurst un look che fosse pop quanto le loro canzoni di punta, Chris Parry optò infine per una non-immagine: da cui la copertina dell’album d’esordio dei Nostri.

Talune bizzarre esclusioni, su cui ci si soffermerà, in sede di allestimento di scaletta renderanno però il disco assai meno frizzante e memorabile di quanto avrebbe potuto essere e fanno venire il sospetto che il manager non avesse poi le idee così chiare, come da lui asserito a posteriori. Deriveranno da ciò conseguenze importanti per la storia del gruppo: la prima è che non vi è fra questo Lp e gli immediati successori, fino a PORNOGRAPHY incluso, lo stacco che sarebbe potuto esserci; la seconda è che da subito i Cure vennero visti come una formazione innamorata dell’oscurità, con forte propensione al gotico (si diceva in Gran Bretagna) o se preferite (si diceva in Italia) al dark, e che la loro spiccata sensibilità pop fu posta in secondo piano, o del tutto ignorata. Ci vorrà la trilogia di 45 giri "Let’s Go To Bed"/"The Walk"/"The Love Cats" per mettere in discussione il mito dei Cure “gruppo dark”, etichetta terribilmente limitante.

(1 - continua domani)

 

Il testo qui pubblicato è tratto da "The Cure - Tutti gli album", a cura di Federico Guglielmi, per gentile concessione dell'editore Il Castello.

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