Alicia Keys, che ha cambiato le regole della musica black
Alicia Keys è una delle grandi dive della musica black del Duemila. Paragonata, per il suo talento, a stelle del calibro di Whitney Houston, Aretha Franklin e Billie Holiday, nel 2009 è stata nominata da Billboard come l'artista r&b del decennio, avendo la meglio nelle preferenze su Beyoncé e Mariah Carey, con il merito di aver "cambiato le regole della musica black". Nel corso dei suoi venti anni (e otto album) di carriera è riuscita a costruirsi una credibilità più che solida, grazie ad una serie di canzoni che, mettendo in luce il suo talento di interprete e musicista, le hanno permesso di scalare le classifiche internazionali. Oggi, nel giorno del suo compleanno, puntiamo i riflettori sul suo secondo album, quel “The Diary of Alicia Keys” che, nel dicembre del 2003, ebbe l'onere e l'onore di non essere da meno di "Songs in A Minor", il folgorante disco d'esordio della allora ventenne musicista newyorkese. Alla vostra attenzione, quindi, la recensione di “The Diary of Alicia Keys” che pubblicammo sulle nostre pagine quando il disco uscì nei negozi.
Beh, ci vuole del fegato. Ci vuole del fegato, a ripresentarsi sulle scene dopo un gruzzolo di Grammy e diverse milionate di copie vendute con il proprio esordio. Questo è successo ad Alicia Keys, questo succederà tra poco a Norah Jones. Le due primedonne della musica nera, che hanno dominato rispettivamente le ultime annate musicali con i loro primi album, tornano a poca distanza l’una dall’altra. Questo “The diary of Alicia Keys” è uscito alla fine dello scorso 2003, “Feels like home" arriverà nei primi giorni del febbraio 2004.
A parte l'essere state due tra le debuttanti più fortunate della musica, a parte essere due ragazze carine che hanno prodotto due dischi piacevoli e ben scritti, perfetti per mettere d’accordo un pubblico ampio e di diverse generazioni, Alicia e Norah non hanno molto in comune. “Dici poco”, penserà qualcuno… Si, però, Alicia ha dei modelli molto precisi, evidenti in “Songs in A minor” e riproposti fedelmente in questo album: Aretha Franklin e il soul classico, ma anche Gladys Knight e Dionne Warwick (il medley “If I was your woman/Walk on by” è un evidente tributo); il tutto spruzzato con un tocco di modernità hip-hop, e sostenuto da una bella voce e da una buona capacità di scrittura.
Quello che in molti chiamano "nu-soul", per intenderci. Norah, invece, fa del jazz-pop venato di blues e folk, se così lo si può definire. Ma di lei parleremo a tempo debito, quando sarà tempo di recensire il suo nuovo disco. A voler essere sinceri, questo “The diary of Alicia Keys” è una buona conferma, che però non dice nulla di nuovo su questa artista. La Keys è sicuramente qua per restare, e il primo singolo “You don’t know my name” è una canzone tanto bella da sembrare uscita dal repertorio di Marvin Gaye. Allo stesso livello, stanno diversi episodi del disco.
Non si possono però non riscontrare almeno due difetti a questo album. Il primo è una certa ripetitività: sentite “When you really love someone”, che assomiglia davvero un po’ troppo a “Fallin’”. Il secondo è la lunghezza e la prolissità. Un difetto, quest’ultimo, insito nell’idea del diario che dà il titolo al disco: quella del diario, su cui ci si lascia andare al flusso delle emozioni e dei pensieri. Ecco, forse un po’ più di sana capacità di limare qua e là avrebbe reso questo album più facilmente ascoltabile e apprezzabile per i suoi (notevoli) pregi.