1971-2021: 50 anni di “Hunky Dory” di David Bowie

Il quarto album dell’artista rimane ancora oggi un classico della sua discografia, apripista di Ziggy Stardust.
1971-2021: 50 anni di “Hunky Dory” di David Bowie

“Hunky Dory” è il quarto album di David Bowie, un disco che compie cinquant’anni e che ancora oggi è considerato nevralgico nella carriera e nella costruzione sonora e di identità dell’artista. Ai tempi Bowie aveva ventitré anni, era sempre di più in cerca di affermazione, ma anche di un modo per esprimere al meglio la sua creatività e ambiguità. Centrerà pienamente l’obiettivo nell’album successivo, il capolavoro “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” del 1972, sdoganando appieno una nuova forma di rock, il glam, pregno di tutte le influenze che fino a quel momento aveva fatto proprie. “Hunky Dory” (il nome in slang significa “tutto bene”) fu apprezzato dalla critica, ma non riscosse inizialmente un grande successo commerciale e venne rivalutato solo a posteriori con l’esplosione del fenomeno Ziggy Stardust, arrivando al terzo posto nella classifica inglese oltre un anno e mezzo dopo la sua pubblicazione.

Rimane comunque un progetto centrale, con alcune canzoni senza tempo, un gioiellino importante per capire l’evoluzione di Bowie, che dichiarò: “Ho iniziato a sentirmi a mio agio come cantautore con ‘Hunky Dory’: sentivo davvero che avevo capito come scrivere canzoni a quel punto. C'erano un paio di cose per le quali ho tentato una specie di trapianto del cervello di una canzone da cabaret su un pezzo rock. Una era ‘Life on Mars?’ e l'altra era ‘Changes’”.

“Hunky Dory” non è un album granitico, appare infatti come una raccolta di canzoni molto varie e diverse fra loro, in cui tematiche drammatiche vengono attraversate da un pop talvolta esuberante. Dentro ci sono alcuni punti fermi: omaggi e riferimenti a Bob Dylan, Lou Reed, Andy Warhol e si iniziano a percepire approcci sonori autonomi e nuovi, che troveranno compiutezza in “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”. I brani "Andy Warhol", "Song for Bob Dylan", "Queen Bitch" (omaggio ai Velvet Underground) sono vere riletture di canzoni dei suoi maestri.

C’è un allontanamento sonoro dal precedente “The Man Who Sold The World”. Le tematiche oscure e viscerali rimangono, ma non vengono declinate attraverso una musica altrettanto sanguigna, qui vengono rivestiti di salsa pop e di un crescente glam rock che avrebbe trovato compimento e riconoscimento tempo dopo. Il nascente gusto glam, infatti, si avverte già nel timbro alterato della voce di Bowie. Dopo l'esperienza degli Hype nel 1970, Bowie richiama il chitarrista Mick Ronson a cui si affiancano il bassista Trevor Bolder e il batterista Mick "Woody" Woodmansey: i futuri Spiders from Mars. Orfano di Tony Visconti, andato a sostenere Marc Bolan, Bowie si affida al produttore e tecnico del suono Ken Scott, reduce dal trionfo di "All Things Must Pass" di George Harrison. I

l brano d’apertura è "Changes", brano pop dal ritornello immortale. Poi c’è la hit "Oh You Pretty Things", che nasconde oscuri riferimenti nietzschiani e dopo l'interludio "Eight Line Poem", ecco spuntare "Life on Mars?", un classicone di Bowie. Oltre alla ballata "Quicksand" e alle canzoni tributo ai suoi maestri, c’è ancora tempo per la folkeggiante "The Bewlay Brothers", che chiude il progetto. “Hunky Dory” è un’opera simbolo di Bowie, concepita nell’attimo prima di trasformarsi in Ziggy Stardust, è un disco pop colto sia sul fronte musicale che testuale. “Hunky Dory” è ruffiano, magico, accessibile, ma pieno di riferimenti alti. Cinquant’anni dopo è ancora un faro nella notte, anticipazione dello sbarco sulla terra della navicella spaziale dell’alieno Bowie.

Qui la storia di tutte le canzoni di Hunky Dory. 

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