Cristina Donà, l’antidiva che ha trovato la sua libertà (e la canta)

Ha rotto con le multinazionali. Ha realizzato un disco grazie alle donazioni dei fan. Non ha Instagram. In macchina ascolta ancora i cd. I talent non li guarda, e non per snobismo. La lunga intervista alla rockeuse, tornata con il nuovo album "deSidera".
Cristina Donà, l’antidiva che ha trovato la sua libertà (e la canta)
Credits: Francesca Sara Cauli

Non dev’essere semplicissimo per un artista arrivare a tagliare il traguardo dei trent’anni di attività senza aver mai fatto passi falsi. Con un’integrità personale, prima ancora che artistica. E una credibilità solida, come quella che Cristina Donà – la rockeuse lombarda festeggia il trentennale di carriera quest’anno, anche se il suo primo disco, “Tregua”, prodotto da Manuel Agnelli, uscì solo nel 1997 – dimostra ancora di avere. La cantautrice ha appena spedito nei negozi un nuovo album di inediti, “deSidera”, che interrompe un silenzio lungo sette anni, tanti quanti ne sono passati dal suo ultimo disco, “Così vicini” del 2014: “Non che in questi anni sia rimasta con le mani in mano, eh. Nel 2016 ho portato nei teatri un tributo a Fabrizio De André. Nel 2017 ho festeggiato il ventennale di ‘Tregua’ reincidendolo. Nel 2019, invece, c’è stato il progetto congiunto con Ginevra Di Marco. Avevo bisogno di raccogliere nuovi stimoli facendo altre esperienze”, spiega lei. Il titolo dell’album, che la Donà ha inciso grazie ai soldi donati dai fan attraverso una campagna di crowdfunding lanciata sul web (la cantautrice non ha avuto più a che fare con le major da quando scadde il contratto con la EMI, poi inglobata da Universal, per la quale pubblicò tra il 2007 e il 2011 “La quinta stagione”, “Piccola faccia” e “Torno a casa a piedi”), è un gioco di parole incentrato sull’etimologia della parola desiderio. Letteralmente: mancanza di stelle. “Negli anni ho capito che io la stoffa della popstar non ce l’ho. Vado proprio in crisi quando ho i riflettori puntati in faccia”, dice, con tutta onestà.

È per questo che non hai nemmeno un account Instagram?
“Sto resistendo. Il fatto è che ho paura che se mi faccio un account, poi finisco per dedicare più tempo ai social che alla musica. Non sono esattamente una che va al supermercato e si fa le foto mentre compra la pasta (ride). Però per questo album ho immaginato un’app, DonÀpp, per avere un dialogo costante e diretto con i miei fan, incentrato però solo sulla musica: carico contenuti speciali, brani in anteprima. È la prima volta che mi capita di pubblicare un disco che in realtà è stato già ascoltato da buona parte delle persone che mi seguono”.

Cioè?
“Già quest’estate abbiamo fatto arrivare il disco completo ai vari riser che hanno partecipato alla campagna di crowdfunding”.

Quanti sono stati?
“Più di mille. Per l’esattezza 1014”.

Quanto hai raccolto, alla fine?
“46.195 euro. Un successone, considerando che l’obiettivo era raggiungere almeno 8.000 euro. I vari sostenitori hanno contribuito mettendo sul tavolo una media di circa 50 euro a testa. Una grande dimostrazione di fiducia che mi ha galvanizzata. Dopo sette anni di silenzio discografico non era scontata, una mobilitazione del genere. Soprattutto per come vanno le cose oggi, per gli artisti”.

A cosa ti riferisci?
“È tutto così imprevedibile. Un giorno sei sulla cima dell’Everest. Il giorno dopo ti ritrovi in mezzo al mare a nuotare, abbandonata a te stessa”.

Quand’è che ti sei sentita sulla cima dell’Everest, tu?
“All’inizio della mia carriera. Quando uscì ‘Tregua’, nel ’97, il mio disco d’esordio prodotto da Manuel Agnelli. Ebbe un riscontro incredibile. Di critica, ma anche di pubblico. All’epoca si poteva ancora parlare di musica indipendente, un’etichetta che non ho capito se utilizziamo solo nel nostro paese o se la usano anche altrove, oggi”.

E quando in mezzo al mare?
“Alla fine del tour di ‘Torno a casa a piedi’”.

L’ultimo disco che incidesti per una major.
“Il calendario era fittissimo, l’allestimento molto curato. Ma non recuperammo i soldi investiti”.

Cioè?
“Andammo sotto di molto. Evidentemente le reali possibilità di quel disco erano state sopravvalutate”.

Cosa ti insegnò quell’esperienza?
“A ridimensionare. Nei periodi di magra impari a fare di necessità virtù. Quando invece c’è più denaro a disposizione, dai tutto per scontato: non c’è niente di più sbagliato di quel tipo di atteggiamento”.

Quanto costa realizzare un disco, da indipendente?
“I costi per la lavorazione, promozione compresa, si aggirano intorno ai 25 mila euro”.

Quindi con quelli raccolti dalla campagna di crowdfunding di “deSidera” ce ne scappa anche un altro, di disco.
“No. Sono andati già via tutti. Ci tenevo a fare una produzione con tutti i crismi del caso. E poi parte di quella cifra era destinata alla realizzazione dell’app”.

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I pezzi sfiorano o superano i 5 minuti di durata, come nel caso di “Distratti”, “Desiderio” e “Titoli di coda”. Una, “Torna”, dura addirittura più di 6 minuti. Cos’è, un manifesto di resistenza?
“È buffo che si giudichino le canzoni dalla loro durata”.

In un momento storico in cui le canzoni durano quasi tutte meno di 3 minuti, dettagli del genere colpiscono.
“Giusto. Ma in fondo io faccio già da un po’ quello che voglio. È il bello dell’essere indipendenti. Dopo tutti questi anni non avevo idea della direzione che volevo percorrere per scrivere nuove canzoni”.

Come ti sei sbloccata?
“Lavorando come un’artigiana. Come tutti i miei colleghi”.

Tutti tutti?
“Boh. Dipende dalle esigenze artistiche che ognuno ha. Parlo per me: io invece che partire dalla struttura solita strofa-ritornello ho pensato di lavorare su nuclei di idee, elaborando gli spunti senza farmi prendere dalla fretta di chiudere subito la canzone. Negli anni ho capito che l’ultima cosa da fare in casi del genere è lasciarsi prendere dal panico. I testi sono tutti miei. Alla musica ha invece contribuito Saverio Lanza, che ha anche arrangiato i brani. Lo abbiamo registrato in casa, con l'aiuto di amici come i batteristi Cristiano Calcagnile e Fabrizio Morganti, il violoncellista Leonardo Ristori, il sassofonista Simone santini".

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“Nel centro commerciale di venerdì / noi senza ossigeno, controcorrente”, canti in “Distratti”. La musica di oggi è tutta un supermercato?
“Non tutta. Ma comunque nei centri commerciali ci sono anche negozietti particolari. Magari rimangono più nascosti, nell’insieme. Io a volte mi sento fuori dal mondo perché per mancanza di tempo non riesco nemmeno ad ascoltare le varie novità che escono. Faccio fatica a stare sul pezzo. Dovrei essere continuamente aggiornata, ma non ci riesco”.

Tra le novità chi ti piace?
“La Rappresentante di Lista e Margherita Vicario. In macchina ho i dischi di Erica Mou”.

Hai ancora i cd in macchina?
“Sì. Sono tra i pochi ultimi romantici rimasti (ride)”.

I talent li guardi?
“No. E non per snobismo”.

Perché, allora?
“Perché soffro molto la competizione. Anche quando la vedo sugli altri. Stimo chi hai il coraggio di presentarsi in gara, perché deve fare i conti con una pressione mediatica enorme che io non reggerei”.

Ti hanno mai cercata per fare il giudice?
“No. E credo che non lo faranno mai- In fondo non ho le caratteristiche per svolgere un ruolo del genere. Soccomberei io alla prima puntata, non i concorrenti (ride)”.

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