Marco Mengoni “Materia (Terra), un disco da club, che odora di soffitti bassi, di velluto”

Il cantante racconta il nuovo album, con cui riscopre la sua passione per la musica afroamericana e i suoni vintage - e collabora con Gazzelle e Madame
Marco Mengoni “Materia (Terra), un disco da club, che odora di soffitti bassi, di velluto”
Credits: Alvaro Beamud Cortés

Luci soffuse, pubblico seduto ai tavoli come in un club jazz: ieri sera Marco Mengoni ha presentato dal vivo "Materia (Terra)", con una esecuzione integrale del nuovo album per la stampa e addetti ai lavori, in un locale milanese dove qualche anno fa si sono esibite Alicia Keys e Annie Lennox. Era la seconda esibizione live in pochi mesi, dopo un'assenza dai palchi di due anni, non solo per la pandemia. A settembre Mengoni aveva cantato in Triennale all'inaugurazione del salone del mobile: in quel caso il cantante arrivava da un’estate di buon successo per il suo primo singolo “Ma stasera”, una pezzo elettropop prodotto da Purple Disco Machine.

Nonostante il contesto decisamente glamour, si presentò nella maniera più semplice possibile, con una band di 8 elementi, riarrangiando le canzoni in maniera essenziale. Mi ritrovai a pensare: “Dovrebbe fare un disco così, meno elettronica, più musica suonata”.

Marco Mengoni quel disco l’ha fatto: “Materia (terra)” è il primo lavoro di una trilogia ed ha un suono quasi soul, caldo e notturno - "Ma stasera" è l'eccezione, più che la regola. Il tema di questo capitolo iniziale è il ritorno alle radici, alla terra appunto, che per il cantante significa due cose. Da un lato ci sono le radici emotive: “Sono legate alla nascita e alla crescita nel mio paese, che mi tornano sempre utili nei momenti in cui hai bisogno di perderti o di ritrovarti con i piedi per terra”, spiega a Rockol. Poi ci sono le radici musicali: “Ho voluto ritornare a qualcosa che istintivamente mi viene facile riconoscere come terreno. La musica afroamericana, il blues, il gospel mi hanno sempre riportato alla sostanza, a qualcosa di pragmatico”, racconta.

Il primo esempio di questo approccio è stato il secondo singolo “Cambia un uomo”, incisa con Mace e Venerus, una ballata retrò, che ha diversi corrispettivi nel disco, con un suono caldo: “è un disco da club, che odora di legno, di soffitti bassi, di velluto”, spiega.

“Ho registrato live con i miei musicisti in fase di preproduzione, ho poi aggiunto produttori diversi per avere quel tocco in più, per avere quella lucidità che si può avere dall’esterno”. Così nel disco confluiscono diverse mani e diverse voci: quella di Gazzelle (“è un amico, abbiamo fatto un sacco di serate assieme, avevo già collaborato sul repack di atlantico, in “calci e pugni”, ma senza cantare assieme”) e di Madame (“Una delle voci più soul che abbiamo: magari non tecnicamente, ma di sostanza”), e la produzione di Taketo Gohara e e Andrea Suriani, oltre a Purple Disco Machine, che è presente anche in un altro brano (“Mi fiderò”, che ricorda i Daft Punk e Nile Rodgers in più di un passaggio”).

Mengoni lo definisce “un album inclusivo e collettivo”, ma come saranno i suoi successori non è dato sapere. “Idealmente avevo già molto chiare i tri dischi, cosa dovessero parlare e cosa dovessero dire. Sono già molto avanti sul secondo, mentalmente: il problema è che uscito un disco, ora mi concentro su questo e magari mi farà cambiare il secondo. È ancora tutto in divenire”. Anche perché nel frattempo ci sono gli stadi, a giugno 2022, con uno show in fase avanzata di preproduzione: “Di solito disegno il mio palco, l’ho già abbozzato. Sarà una sfida portare soprattutto l’ultimo disco sul palco di uno stadio. E un disco da club, che odora di legno, di soffitti bassi, di velluto. Cercherò di ricreare queste atmosfere, almeno per questi pezzi”, spiega.

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