Lou Reed, "La camminata giusta": un racconto di Vincenzo Costantino "Cinaski"

Tratto dal libro "I (miei) poeti rock"
Lou Reed, "La camminata giusta": un racconto di Vincenzo Costantino "Cinaski"

Sarà presentato sabato 4 dicembre, alle 13,45, nella Sala Elettra della Nuvola di Fuksas, in viale Asia 44 a Roma, il nuovo libro di Vincenzo Costantino "Cinaski", "I miei poeti rock - incontri tra delirio e realtà", edito da Hoepli. E' una raccolta di racconti di trenta incontri - reali o immaginari - con altrettanti protagonisti della musica italiana e internazionale (presto la recensione nella rubrica di Rockol).

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Per gentile concessione dell'editore Hoepli pubblichiamo qui "La camminata giusta", il racconto ispirato da Lou Reed.
Il ritratto che illustra questo articolo è stato realizzato dal pittore Carlo Montana.


Lou Reed
La camminata giusta

“Delmore Schwartz mi ha insegnato ad amare la poesia” (Lou Reed)

Mi è sempre piaciuta la camminata sghemba. Le gambe storte. Quando si fanno arco o fessura per farsi attraversare dalla vita. La camminata che sembra improbabile.
E sono sempre stato attratto dal modo di stare in mezzo alla strada. In mezzo alla vita.
Così, quando ascoltavo The Wrong Side Of The Road di Tom Waits, immaginavo una passeggiata rabdomantica in cerca di alibi, un motivo per non cadere, il prossimo passo.
E anche quando vidi il molleggio di un John Travolta giovanissimo per le strade di New York – gli slum, i bassifondi – che danzava i marciapiedi febbricitanti di un qualunque sabato sera.


E i cowboy nei film western, la sicurezza del passo previsto, bardato a coraggio.
Ma la camminata più bella, quella che mi ha affascinato di più, è sempre stata quella notturna e femminile di tutte le femmine fatali che solcavano la notte, danzando l’attesa in cerca di cibo per l’anima e un posto per dormire. La camminata sul lato disperatamente selvaggio.
In gioventù non nego di essermi anche allenato alla camminata, davanti allo specchio, ricordando Travolta che era il più vicino ai miei mondi, come fanno certi ragazzini scimmiottando il gangsta rap americano o la trap.
Poi sono cresciuto e la camminata si è fatta naturale, incerta e decisa.
Stivale fino a che ha potuto reggerlo. Cadute di stile e di fatto. Un misto tra prostituzione intellettuale e timidezza da sciocco che cerca di fare il duro.
Puoi ingannare tutti, ma non te stesso e chi sa leggere oltre le righe.
Così ho cercato di frequentare il mondo.
Camminandoci dentro. Con la camminata giusta. E allora sono su entrambi i lati della strada. Sono stato un balordo di periferia e sono stato anche quella puttana che cammina di notte ostentando la merce e non sa neanche quale sia.

Era stato un aperitivo lungo.
Il mondo con tutti i suoi vizi mi picchiava con un fiore.
Non contavo più i Cuba Libre.
Ormai erano mitragliate quotidiane.
Erano già le dieci di sera e a me sembrava di essere nel pieno del mattino di una domenica stralunata e dolce.
Avevo in testa Sunday Morning dei Velvet Underground o forse usciva dalle casse dietro il bancone.


Ero rifugiato nel mio antrobar, l’Atomic. Ero quindi al sicuro.
Apparentemente. Ogni tanto capitava di discutere con il proprietario – amico di vecchia data – anche per sciocchezze e, quando voleva che me ne andassi senza che si arrivasse a una lite più animata, faceva uscire dalle casse un pezzo di Piazzolla con la voce di Goyeneche: Vuelvo Al Sur.
Sapeva che effetto aveva su di me.
Ripensavo ai miei amori, ai drammi diurni e alle illusioni da illeso.
Niente mi scalfiva, tranne quel pezzo. Era come un pugno nello stomaco.
Quella sera discutemmo quasi fino alla lite.
Per me era ancora Sunday Morning, per lui no.
Quando sentii uscire dalle casse le prime note di bandoneon, incassai appoggiando il bicchiere sul bancone.
Quando arrivò la voce di Roberto El Polaco, gli occhi mi si inumidirono: la gola si stava riempiendo.
Uscii di fretta, senza dire niente.
Non sapevo che ora fosse. Era tardi. Tardissimo. Quasi mattina.
Ma non era più domenica.
Vagai piangente e ridente tutto intorno.
Avevo la camminata argentina, che si fece newyorchese, poi divenne sghemba e alla fine si fermò.
Si era fermata davanti a una stazione della metropolitana.
Melchiorre Gioia.
Una garanzia. Un Re Magio che porta in dono il motivo per cui eravamo tutti in giro, almeno io.
Cancello chiuso.
Mi guardai intorno. Di gioia neanche l’ombra. Mi accasciai sulle scale aspettando la riapertura.
Intanto sentivo nella testa un giro di basso, che sembrava una camminata e una voce che mi canticchiava: “Doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo”.
Un volto, aperti gli occhi, mi invitava verso il lato selvaggio mentre mi palpeggiava quasi perquisendomi.
Mentre mi massaggiava il cazzo slacciandomi i pantaloni, intravidi lineamenti maschili truccati perfettamente che rendevano grazia a un volto in un corpo sbagliato.
Provò a darmi gioia mentre prendeva dalle mie tasche quel poco che restava.
Le sue labbra mi diedero un bacio in fronte prima di andarsene.
Riconobbi la camminata che amavo di più, quella notturna e femminile. Eccola. Stava andando via, la mia Femme Fatale.
Ero diventato cibo per l’anima.
Il cancello stava riaprendo.
Il suono della città, irriverente e nichilista, accompagnava in lontananza il culo della camminata di Holly, la mia gioia.
La notte era finita.
Mi alzai in piedi, mentre un sassofono suonava la fine di una passeggiata sul lato selvaggio.
Un tappeto di velluto sotterraneo era steso per me.
Tornavo a casa di qualcuno che mi avrebbe aperto e avrebbe avuto in regalo un sorriso alla Lou Reed.
Un sorriso poetico. Totalmente poetico.
Doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo doo…

Vincenzo Costantino "Cinaski"

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