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Caparezza e Rancore scriveranno una canzone insieme, ma non la pubblicheranno

I due artisti, protagonisti di un dialogo sulla parola alla Milano Music Week, vanno controvento: “Abbiamo passione per l’arte che richiede attenzione e tempo. Non ragioniamo per singoli, ma per album”.
Caparezza e Rancore scriveranno una canzone insieme, ma non la pubblicheranno
Credits: Milano Music Week

Ma quando scriverete una canzone insieme? È uno dei classici tormentoni che sbuca ogni volta che Caparezza e Rancore vengono avvistati nello stesso luogo. Rapper-cantautori di generazioni diverse, accomunati da una ricerca della metrica, della metafora e della profondità della parola, sono stati protagonisti di un dialogo dal titolo “Parole³ (Le basi, le altezze e le profondità)”, in programma alla Milano Music Week in cui hanno avuto modo di raccontare alcuni aspetti significativi della loro arte. E ovviamente hanno risposto alla fatidica domanda. “Avevo tredici anni quando uscì ‘Verità supposte” di Caparezza. Mi stregò la sua capacità di usare doppi e tripli sensi in una frase, aprendo le sue canzoni a varie forme interpretative. Quello che poi ho cercato di fare anche io. Ogni volta che ci incrociano ci chiedono perché non sia ancora uscito un pezzo insieme – dice Rancore – abbiamo finalmente deciso di dare una risposta: lo faremo, ma non la pubblicheremo”.

Dalla provocazione ironica del rapper romano classe 1989 alla realtà di Capa, che rifiuta l’idea di singoli a comando o a consumo immediato, privilegiando ancora il concetto di opera. “Sarebbe un buon modo per reagire a questa continua corsa al ‘dopo’ – sorride Caparezza – io ho impiegato tre anni per lavorare sul mio nuovo disco ‘Exuvia’, non l’ho ancora presentato dal vivo, e già mi chiedono dell’album successivo. Ma devo dire che io ormai non faccio più i conti con l’oggi. Seguo la mia logica. A me piacciono le cose complesse. Non mi piace leggere un fumetto da cinque pagine, amo approfondire. E se il mio mondo stride con quello contemporaneo, recepisco questa frizione come un valore. È il motivo per cui ragiono ancora per dischi e non per singoli fatti uscire senza un criterio. Io sono per l’opera, sono per un’arte densa. Quando faccio questi discorsi mi viene detto ‘eh, ma il mondo è cambiato, ora non c’è più tempo”. Ma la mia domanda: perché non si ha più tempo? Se non c’è più tempo per catalizzare la nostra attenzione su un film, un libro o un disco più corposo, per cosa lo stiamo utilizzando?”.

Prosegue il ragionamento Rancore: “Io mi auguro che il periodo che stiamo attraversando, in cui tutto è un flash, abbia poi una proiezione. Oggi si pensa più alla reazione rispetto che all’azione. Infatti spopolano le reaction, fatte anche su dischi appena usciti e per cui è molto difficile esprimere un parere in poco tempo. Anche io credo ancora nel concetto di disco. Magari tutta questa produzione di musica da consumo mi porterà a realizzare un nuovo album estremo, non lo so ancora. Sto comunque lavorando duramente su un nuovo progetto. Le parole per me e Michele (Caparezza, ndr) hanno sempre avuto un peso e una lettura plurima. È questo il significato di ‘Parole³’, che tra l’altro poteva essere il titolo perfetto per il nostro brano insieme…(sorride, ndr). La parola, per noi, è come se fosse uno specchio che fa cambiare e scorrere l’immagine”.

“Exuvia”, l’ultimo progetto di Caparezza, è ricco di spunti interpretativi. “Il mio più grande cambiamento è avvenuto su di me – sottolinea l’artista di Molfetta – non sono più un pungolatore di questioni sociali, preferisco raccontare quello che provo. Credo che il pubblico, nonostante oggi si dica il contrario, abbia voglia di scoprire e di esplorare più strati. Nell’ultimo disco, alla fine, ho lasciato un messaggio in codice che i fan hanno trovato praticamente subito. In quello precedente avevo inserito un suono che, ascoltato grazie ad alcuni programmi particolari, apriva la lettera del prigioniero protagonista del disco. Trovarono in breve anche quello. Questi sono esempi estremi, indovinelli che vanno oltre la parola, ma dimostrano come le persone non è vero che non vogliano essere stimolate”.

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