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Quando gli U2 misero l'elettronica al servizio delle loro canzoni

Trenta anni fa la band irlandese pubblicava un disco-capolavoro
Quando gli U2 misero l'elettronica al servizio delle loro canzoni

E il settimo album per gli U2 fu quello del cambiamento. Il primo disco dei loro anni Novanta uscì il 18 novembre del 1991, si intitolava "Achtung Baby" e, opinione diffusa che ci sentiamo di condividere in pieno, è un capolavoro. Oggi cadono i trenta anni dalla sua uscita, lo celebriamo ricordandone la storia.

La storia, più o meno, la sanno tutti: gli U2 - visti i buoni risultati di "The Joshua Tree" - continuarono a battere la strada americana con "Rattle and Hum", che presso il pubblico fu sì un successo - complice anche il rockumentary abbinato al disco - ma che qualche naso, alla critica, lo fece storcere. E se sei il più grande gruppo in circolazione non puoi permetterti di sbagliare nemmeno un colpo. Ma c'era anche dell'altro. "Eravamo i più grandi, ma non i migliori", ricordava Larry Mullen Jr. di quei tempi: s'era abbattuto su Bono e soci un senso di frustrazione cupo - e apparentemente immotivato - che stava mettendo a rischio la carriera di quella che era, e tutto sommato è ancora oggi, una delle più grandi corazzate del rock internazionale.

Ci voleva qualcosa, quindi, per uscire dall'angolo.

E dato che i quattro dublinesi al nuovo non hanno mai voltato le spalle, una mano per superare l'impasse poteva venire dai suoni e dalle atmosfere che una ricca rock band di (quasi ex) ragazzi bianchi non aveva mai preso in considerazione. Era l'inizio degli anni Novanta, e l'hip hop stava vivendo un momento d'oro, sia dal punto di vista artistico e commerciale: i beat si stavano facendo largo nelle orecchie della gente riuscendo a non farsi considerare più come un'anomalia ma come il nuovo che avanza, e gli U2 decisero di accettare la sfida di far digerire ai fan del rock qualcosa che allora, con il crossover ancora ai primi vagiti confinato nell'underground della west coast, nel piatto non si erano mai trovati. Con una squadra, però, che siccome aveva vinto non andava cambiata.

Daniel Lanois e Brian Eno avevano fatto un ottimo lavoro su "Unforgettable Fire" e "The Joshua Tree", quindi perché non richiamarli a bordo? Quello che serviva era un cambio d'aria, o meglio, di scenario. Chiusi i conti con i Sun Studios e le sale losangeline della Ocean Way Bono e The Edge si chiudono prima in studio a Dublino a scrivere, poi partono coi loro compagni alla volta dell'Europa che più Europa non si può: Berlino. Gli Hansa Studios, per la precisione: quelli della trilogia di Bowie nell'allora città del muro, dove il Thin White Duke trascinò anche Iggy Pop per "The Idiot" e "Lust for Life". Quelli dove i Depeche Mode hanno registrato "Construction Time Again" e "Some Great Reward". C'erano tutti i presupposti perché la cose andassero a meraviglia, ma la strada era ancora lunga e in salita...

Berlino alla fine non si rivelò l'ombelico di un nuovo mondo, ma un posto grigio e deprimente.

E in studio le cose non andavano meglio. Le incomprensioni spesso degeneravano in veri e propri litigi. Come quella volta, durante le session per "Mysterious Ways", che Bono esagerò coi consigli a Adam Clayton. Il bassista, stanco di ricevere direttive dal frontman su come eseguire la propria parte, si alzò, staccò la tracolla del proprio strumento e lo piantò nelle mani di Bono: "Dimmi cosa devo suonare e lo suono. Se vuoi fare da solo, accomodati". I quattro amici forse non erano nemmeno così amici, tanto da prendere in considerazione l'ipotesi di chiudere le danze e dire addio al gruppo. Qualcuno, però, stava lavorando nell'ombra per salvare la situazione.

Brian Eno è una vecchia volpe, e aveva capito che per superare l'ostacolo si doveva fare tabula rasa di tutto e ripartire da capo: l'ex Roxy Music prende da parte The Edge e gli mostra come con l'elettronica si possa continuare a fare canzoni senza suonare come il solito gruppo rock. Lì per lì il contributo non pare invertire la rotta, ma quando gli U2 tornano a casa per Natale e riascoltano i provini scoprono che alla fine era andata meno peggio di quanto pensassero. Molto meno peggio. Finite le vacanze il quartetto torna agli Hansa Studios per finire il lavoro: Adam Clayton lo chiamerà "il battesimo del fuoco". Da allora la strada sarà tutta in discesa. O quasi...

Lasciata Berlino gli U2 con Eno e Lanois si trasferiscono a Dalkey, nei dintorni di Dublino, dove installano un studio personale in una casa il cui affitto costerà 10mila sterline al mese.

Qui nasceranno tre pezzi forti di "Achtung Baby" come "The Fly", "Ultraviolet (Light My Way)" e "Zoo Station", oltre che l'alter ego - The Fly, appunto, "la mosca" - che Bono impersonerà inforcando gli occhiali da sole extra large che terranno banco per tutto lo Zoo Tv Tour. Il morale della truppa è risalito, e c'è euforia: gli U2 lavorano come non hanno mai lavorato prima, e nemmeno il furto dei master delle session berlinesi - avvenuto in una camera di albergo, e tra i primi esempi di leak di altissimo profilo - riesce a guastare l'atmosfera. In primavera il gruppo si divide tra lo studio e la casa di The Edge per aumentare la produttività. Il troppo, però, stroppia: il gruppo è un fiume in piena e riempie i multitraccia di overdub. Eno se ne accorge e riesce a raddrizzare la china prima che si verifichi quello che lui stesso avrebbe definito un "disastro totale".

 

Già, perché i giochi erano tutto meno che finiti.

Ormai era estate e alla scadenza per la consegna del disco - il 21 settembre - mancava poco più di un mese. Il lavoro doveva ormai essere quello di ascoltare e scegliere: alla prova delle casse, però, il fiume di parti riversate dagli U2 su nastro a Bono e soci sembrano un casino tremendo. E qui Eno ha il colpo di genio: i quattro sono troppo carichi per avere una visione d'insieme lucida, così decide di spedirli due settimane in ferie coatte per schiarsi le idee. Sarà la decisione che scioglierà l'ultimo grande noto legato ad "Achtung Baby". Verranno poi i mille dubbi sul mixaggio dell'ultima ora, tanto da costringere Steve Lillywhite a lavorare al banco fino alle prime ore del mattino di quel fatidico 21 settembre. All'alba, però, mentre Lillywhite saliva in macchina desiderando nient'altro che un letto, The Edge si faceva portare all'aeroporto, dove lo attendeva un biglietto aereo per Los Angeles: nella borsa, il chitarrista, aveva i mixaggi definitivi da consegnare all'etichetta di quello che, di lì a poco, sarebbe diventato il settimo album degli U2. Adesso rimaneva giusto un ultimo scoglio da superare: quello del giudizio di pubblico e critica.

Il disco che avrebbe potuto affossare definitivamente gli U2, che dopo "Rattle and Hum" erano stati marchiati come supponenti star e campioni di autoindulgenza, sarà quello che contribuirà a rilanciarli per farli entrare definitivamente nel pantheon dei padri nobili del rock.

La stampa salutò "Achtung Baby" con grande favore, plaudendo al ritorno rivoluzionario di un gruppo che in molti temevano avesse ancora poco o niente da dire. E dove non arrivò la stampa (specializzata e non), che pure benedì l'operazione senza riserve, arrivò lo Zoo TV Tour, forse la prima mega-produzione live "seriale" della storia del rock: nel 1992, quando ancora Internet era appannaggio di pochissimi, gli U2 imbastiscono uno spettacolo multimediale fatto di megaschermi, confessionali dove il pubblico può lasciare un video-messaggio da fondere ai visual, zapping tra programmi TV (locali, tra l'altro: chi riuscì a partecipare a un loro live, all'epoca, sicuramente ricorderà l'effetto straniante di vedere - e sentire - le televendite italiane fare da intro a "Even Better Than the Real Thing") e molto altro ancora. Fatto sta che nel dicembre 1993, quando a quasi due anni dall'avvio il tour si chiude, il conteggio dei biglietti staccati al botteghino si ferma a quota 5 milioni e 300mila.

Non c'è dubbio che "Achtung Baby" sia uno tra i capitoli più noti ma anche più controversi della carriera degli U2. Alcuni lo considerano l'inizio della fine di quella che fu la band di "War", anche alla luce del meno fortunato successore "Zooropa", uscito in corsa già nel '93. Altri l'ultimo disco rilevante mai prodotto da Bono e compagni. Altri ancora il disco della maturità, quello che ha fatto passare gli U2 da grande band a sigla immortale, mettendoli sullo stesso piano di Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd e via dicendo. Al netto di qualsiasi considerazione in merito - plausibile, ma in ogni caso soggettiva - resta il dato di fatto che, a trenta anni di distanza, "Achtung Baby" sia invecchiato molto bene. E, ci si passi la metafora cinematografica, quando un film di fantascienza dipinge un futuro che resta credibile anche dieci, venti o trent'anni dopo, vuol dire che chi l'ha fatto ha colto nel segno.

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