David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Oh! You Pretty Things" (2)

Ricorre il 17 dicembre il cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell'album "Hunky Dory"; lo raccontiamo canzone per canzone
David Bowie, "Hunky Dory" ha 50 anni: la storia di "Oh! You Pretty Things" (2)

Il 45 giri raggiunse il dodicesimo posto nella classifica del Regno Unito, nella quale rimase tre mesi, diventando il brano di Bowie di maggior successo dopo "Space Oddity". La cosa capitò al momento giusto: Tony DeFries, che negli ultimi tempi lo aveva trascurato nella speranza di mettere le mani su Stevie Wonder, tornò a occuparsi di lui, iniziando a fare i suoi giochi delle tre carte con la vecchia casa discografica che voleva mollare (la Mercury) e quella nuova che voleva spremere (la RCA).
Il successo di "Oh! You Pretty Things" fa presumere che all’epoca si facesse poco caso alle parole delle canzoni.

Il testo, con le sue premesse inquietanti e le sue profezie tra superomismo e fantascienza (frequentazioni abituali del giovane Bowie, come si era visto in "The Man Who Sold The World") più che a questo andante con brio parrebbe consono a una suite progressive o a un’epica cavalcata heavy metal, e anche lì sarebbe difficile prenderlo sul serio. .

I temi sono quelli di "The Supermen", che poi sono quelli di "Così parlò Zarathustra" di Nietzsche e di "La fine dell’infanzia" di Arthur C. Clarke: la razza umana 2.0 che soppianta l’Homo sapiens grazie alla benevola collaborazione degli alieni. Tuttavia il tono giocoso e la scanzonata ritmica del ritornello in stile music­hall invitano chi ascolta a farsi una ragione persino del fatto che “oggi tutti quanti gli
incubi sono qui, e a quanto pare non se ne andranno”.

Bowie, come dimostrano le interviste di quel periodo, è abbastanza convinto di quello che dice, e non c’è nemmeno troppo da meravigliarsi: l’impatto filosofico­mistico dell’epoca d’oro della fantascienza era forte, come dimostrava per esempio il seguito ottenuto dallo scrittore L. Ron Hubbard nel fondare Scientology. Nel libro "The Man Who Sold The World: David Bowie And The 1970s" Peter Doggett riporta una dichiarazione di Bowie secondo la quale nel brano confluisce anche un tentativo di autoanalisi seguito ad alcune visioni inquietanti (specialmente se si tiene a mente la sua storia familiare): “Secondo Jung vedere crepe nel cielo non è molto comune. La mia intenzione era liberarmi dai miei problemi scrivendone”.

A ogni buon conto, questa ode alle generazioni successive ha anche una base concreta, quasi banale: l’arrivo il 30 maggio 1971 di Duncan “Zowie” Bowie, futuro regista di "Moon". Nelle note di presentazione consegnate alla stampa, il commento alla seconda traccia dell’album affermava: “La mia reazione alla gravidanza di mia moglie è stata quella del classico papà: ‘Oh, diventerà il nuovo Elvis’. Questa canzone contiene tutto ciò, più una spruzzata di fantascienza”.
Come in "Changes", le nuove leve fanno ammattire i loro antiquati genitori, qui indicati tra l’altro – e sa di allusione del tutto voluta – col nome di un gruppo emblematico del decennio precedente, “Mamas and Papas”.
Comunque non va trascurato il fatto che la voglia di spregiudicatezza sessuale della nuova leva di young dudes britannici stava cercando un portavoce, e in qualche modo questa autocandidatura trapelava dal brano.
Tant’è che l’intervista del gennaio 1972 con Michael Watts di "Melody Maker" nella quale Bowie si dichiarò gay venne intitolata proprio “Oh you pretty thing”, senza esclamativo e al singolare, come dire: “Oh tesoruccio”.

Nella versione incisa da Bowie il piano è l’unico accompagnamento per le strofe, mentre gli altri strumenti entrano solo nel ritornello; secondo alcuni Ronson suona un mellotron e non una chitarra filtrata nel mixer, però l’orecchio propenderebbe per quest’ultima ipotesi; secondo altri arrangia la parte di un violoncellista; infine per alcune fonti non suona per niente, limitandosi a voce e battimani.

La struttura comunque ha qualche punto in comune con "Changes": Bowie che canta quasi in forma libera nelle strofe, cambi di tempo disinvolti e ritornello particolarmente calcato, con “una progressione di basso che incedeva lentamente come certe cose di Paul McCartney”, faceva notare Bowie. Infine, dopo gli ultimi trenta secondi nei quali viene ripresa l’introduzione per solo piano, il brano sembra confluire nel successivo "Eight Line Poem".

Dal vivo "Oh! You Pretty Things" fu proposta in primo luogo nelle BBC Sessions, testimoniate in BOWIE AT THE BEEB, poi nel programma "The Old Grey Whistle Test" nel febbraio 1972: fu scartata e la performance rimase inedita per più di dieci anni. Infine venne eseguita in tour, in un medley
decisamente eclettico ma stranamente ben bilanciato con "Wild Eyed Boy From Freecloud" e "All The Young Dudes". In questa versione la si può ascoltare nella colonna sonora di "Ziggy Stardust The Motion Picture". Dopo il 1973 sfortunatamente venne esclusa dalle scalette. In compenso il titolo fu ripreso in una piccola autocitazione nel 1989, in "Pretty Thing" dei Tin Machine – rock fracassone senza troppe ambizioni ma con una sua efficacia – e nella caustica "The Pretty Things Are Going To Hell" del 1999.

Il testo completo di questa scheda è pubblicato nel libro "David Bowie" di Paolo Madeddu, edito da Giunti, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. Il libro racconta tutte le canzoni pubblicate da David Bowie nella prima parte della sua carriera, dal 1964 al 1976: tutti i brani contenuti negli album, i singoli con i relativi lati B e gli inediti apparsi sui live e, in due apposite appendici, gli abbozzi di canzone, i provini, gli inediti pubblicati ufficialmente dopo la scomparsa dell'artista.

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