Yes, la forza di un album "Fragile"

Il quarto album del gruppo uscì il 26 novembre del 1971
Yes, la forza di un album "Fragile"

Il triennio 1969-71 è uno dei più particolari nella storia degli Yes.

In quel periodo prendono vita cose bellissime ma anche tanta confusione, la ricerca di una strada che spesso fatica a mostrarsi. Ci sono le incertezze dell'esordio (“Yes”, 1969), diviso com'è tra pop psichedelico, primi tentativi di rock sinfonico e alcune cover ben riuscite ma che non fanno capire da che parte voglia andare la band. Ancora incertezze in “Time and a Word”, del 1970, con la stessa eterogeneità dell'anno precedente, anche se stavolta il nascente prog sembra entrare maggiormente nelle corde del gruppo. Ancora un paio di cover, qualche apertura al jazz e l'uso di un'orchestra. Tutto molto bello, ma si fa fatica a intravedere il percorso. Poi, nel '71, arriva “The Yes Album”, e le cose cambiano. .

Dato il benservito all'axeman Peter Banks, gli Yes, nelle persone di Jon Anderson, Chris Squire, Bill Bruford e Tony Kaye, tirano dentro il multi-chitarrista Steve Howe (proveniente dagli psichedelici Tomorrow e dai Bodast) che dona alla formazione la compattezza musicale che prima mancava. Howe si destreggia tra molteplici strumenti a corda, spazia dalla classica al ragtime passando per jazz e blues ed è un compositore dotato del giusto estro. Farà infatti coppia fissa con Jon Anderson firmando molti dei classici della band. “The Yes Album” finisce per abbracciare pienamente il fulgore prog rock che sta invadendo l'Inghilterra proponendo una musica completamente originale. Dopo due dischi scarsamente a fuoco come i precedenti è incredibile la maturità che i nostri hanno acquisito in pochi mesi. Nonostante l'influenza che colossi come King Crimson stanno spandendo sulla scena, con tutta una serie di invenzioni sonore che caratterizzeranno moltissimo prog rock, gli Yes sembrano andare per conto loro in una musica che prende vita in primis dall'abilità dei singoli strumentisti e dalla peculiarità dei loro suoni. 

Il possente basso di Chris Squire diventa protagonista, cose rarissima in qualsiasi band, Bill Bruford sfoggia una ritmica secca e creativa che deve molto al maestro Tony Williams (in forza in quegli anni nella band di Miles Davis), di Steve Howe si è già detto e Jon Anderson fa di una vocalità angelica (ma mai leziosa) e di testi immaginifici e misteriosi il suo punto di forza.

Resta da parte il tastierista Tony Kaye, assai capace all'Hammond ma forse un po' meno avventuroso dei suoi compagni quando si tratta di sperimentare con nuovi accorgimenti. Di ciò i restanti quattro si rendono conto quando arriva il momento di pensare a un nuovo disco. “The Yes album” è stato ben accolto dalla critica e ha venduto alla grande, arrivando a toccare la quarta posizione nelle charts inglesi. Negli USA addirittura la band riesce a fare breccia nella classifica dei singoli con "Your Move" (uno dei due movimenti della mini-suite "I've seen all good people"). Non andrà oltre la 40esima posizione ma è un ottimo inizio, considerati i due insuccessi precedenti. Insomma l'ultimo album ha fatto drizzare le orecchie al pianeta intero, sta ora alla band procedere spedita oltre, senza rischiare passi indietro che la ributterebbero nella confusione.

Per il successore di “The Yes album” gli Yes hanno idee grandiose. Intenderebbero infatti realizzare un doppio album sulla scia dei colleghi Pink Floyd che con “Ummagumma” hanno messo insieme sperimentazioni di studio (una per ogni componente) e una sfolgorante registrazione live. Allo stesso modo vorrebbero operare i nostri mettendo in fila una serie di contributi solisti, alcuni nuovi brani e qualche spezzone dal vivo. Il budget messo a disposizione dall'Atlantic non permette però un'operazione del genere. La casa discografica è una potenza, ma la band non ha ancora mostrato pienamente di possedere un potenziale commerciale adeguato. Ci sono ottime prospettive, ma bisogna andarci cauti. Il lavoro viene quindi ridimensionato a un singolo LP, mantenendo però l'idea degli spezzoni solisti. In questo modo, chi viene a conoscenza della band potrà subito capire di che pasta sono fatti i suoi componenti: non un semplice ensemble di musicisti che accompagna un cantante ma cinque teste pensanti a livello strumentistico e compositivo.

In questo frangente comincia a emergere qualche problema di troppo con Tony Kaye.

Anderson e gli altri sono assolutamente convinti di volere fare un salto da ogni punto di vista, compreso quello del suono. Così come Steve Howe ha portato una pletora di nuove sfumature con i suoi strumenti a corde, così dovrebbero fare le tastiere. Tanti sono i nuovi ritrovati tecnologici che stanno venendo a galla, due su tutti Mellotron e Moog: uno a simulare il suono di un'orchestra, l'altro a creare mondi inauditi grazie alla sintesi elettronica. Qualsiasi band che si ritenga all'avanguardia in quel momento non può fare a meno di sfoggiare questi strumenti, è un modo per essere al passo con i tempi e solleticare l'interesse degli ascoltatori, sempre più curiosi di ciò che la tecnologia sta mettendo a disposizione. Innamorato perdutamente del suo organo Hammond, Tony Kaye non ci pensa nemmeno a rinnovare il suo parco tastieristico a favore delle moderne diavolerie. Questo farà sì che da lì a poco egli si ritrovi a essere licenziato a favore di quello che al momento è un vero astro nascente dei tasti d'avorio: il 21enne Rick Wakeman. .

Rick è tanto giovane quanto capace, ha suonato con gente come gli Strawbs e David Bowie (in pezzi immortali come "Life on Mars?" e "Space Oddity") e da lì a poco sarà destinato a entrare in competizione con Keith Emerson come tastierista più capace dell'intera scena rock.

Non teme inoltre di espandere le sue conoscenze in fatto di nuovi ritrovati tecnologici; anzi, ogni nuovo strumento è per lui l'occasione per ampliare la sua tavolozza. È l'uomo giusto per gli Yes ai quali volentieri si unisce dopo avere, nello stesso giorno, ricevuto anche la proposta di un tour insieme a Bowie. Wakeman opta per gli Yes in quanto in grado di dargli la libertà creativa che desidera. Ed è all'insegna della piena creatività che infatti iniziano le sessioni per il nuovo album. Agli esperimenti solisti si vanno a unire quattro composizioni nuove di zecca destinate a fare la storia della band. L'inventiva e la voglia di superarsi è ai massimi livelli, con il contributo del nuovo elemento gli Yes suonano come una macchina rodata nella quale un caldo virtuosismo si unisce a capacità compositive di alto livello, brani che elevano il prog romantico di stampo crimsoniano ad affreschi sinfonici quasi wagneriani, con cinque super musicisti a mettere in scena tutto il proprio estro in creazioni mai fini a se stesse ma dotate anzi di grande comunicatività. .

Gli Yes suonano rock e lo suonano come si deve, infuocando corpi e menti con una musica che è realmente totale.

Davanti a tanta potenza e sicurezza è paradossale che il progetto prenda il nome di “Fragile”, ma ciò è presto spiegato. Succede infatti che il loro manager Brian Lane venga interpellato da un giornalista in merito al nuovo album in preparazione: qualche indiscrezione, almeno il titolo. Lane, che in quel momento sta guardando alcune foto di un concerto, vede che le apparecchiature sul palco hanno stampigliato sul retro la scritta 'Fragile'. Titolo trovato! A dire il vero in seguito Bill Bruford sfaterà questo aneddoto dichiarando di aver suggerito lui il titolo all'album perché pensava che la band, viste le pressioni che riceveva in quel momento, fosse molto fragile. Sia come si,a tale parola sarà alla base del concept per l'artwork della copertina, affidato per la prima volta a Roger Dean, pittore e grafico che da quel momento diverrà uomo insostituibile in seno al progetto Yes. I suoi disegni infatti, allora come oggi, riescono a interpretare magnificamente il suono della band, così ampio, colorato, potente e astratto. Nel caso di “Fragile” il pittore immagina un pianeta dotato di ampi oceani e natura, nel quale trova posto una sorta di vascello alato. Girando la copertina si scoprirà che tale vascello è utile agli abitanti per fuggire alla catastrofe: il pianeta sta infatti sgretolandosi e dividendosi in diverse isole destinate a fluttuare nello spazio, moderna metafora di un mondo nel quale gli equilibri sono appunto fragili e destinati a spezzarsi nel caso la mano dell'uomo si faccia pesante. Due particolarità su questa copertina: il vascello (che ha un nome: “Moorglade Mover”) sarà uno dei protagonisti dell'epopea di Olias nel primo album solista di Jon Anderson, “Olias of Sunhillow” (1975), basato sulla storia di un pianeta immaginario che i suoi abitanti devono abbandonare (proprio grazie al Moorglade Mover ) a causa di una catastrofe vulcanica. Il pianeta “frantumato” di “Fragile” si ritroverà inoltre nella copertina di “Yessongs”, il triplo live che la band pubblicherà nel 1973.

All'interno dell'album è incluso anche un libretto contenente altri due dipinti di Dean: uno con cinque creature rannicchiate sotto un groviglio di radici e l'altro con uno scalatore che si arrampica su una impervia parete rocciosa. L'interno del libretto presenta invece diverse fotografie, della band e dei singoli componenti:  Jon Anderson da solo e con la moglie Jenny (e una breve poesia), Bill Bruford e la sua batteria, Chris Squire con la figlia e il suo basso Rickenbaker (e un riquadro con la moglie Nikki), Steve Howe con figli e chitarre e, infine, Rick Wakeman che non essendo sposato fotografa il suo cane e ne approfitta per ringraziare, tra gli altri, Mozart, il pub The White Bear e la squadra di calcio Brentford FC.


"Roundabout"

È successo al primo colpo.

Il singolo schizza nella hit americana fino alla 13esima posizione. Un colpaccio che fa entrare gli Yes nelle grazie del più grande mercato discografico al mondo trasformandoli in superstar. "Roundabout" del resto le possibilità di piacere a un ampio pubblico le possiede tutte: introduzione soffusa di chitarra acustica che lancia un riff indimenticabile, bello tosto e rock come piace al pubblico USA ma con un afflato tutto british, specie per quello che riguarda il testo: uno dei tanti calembour immaginifici di Anderson, parole in libertà che più che fornire un significato preciso servono a evocare particolari stati d'animo. .
In realtà le liriche nascono in maniera assai prosaica: tornando da un concerto ad Aviemore, in Scozia, la band incontra una lunga serie di rotonde, questo ispira Jon e Steve a scrivere una canzone sui viaggi. I due inoltre sono sotto l'influsso della marijuana, quindi il paesaggio fatto di montagne, cieli e laghi diventa magico e mistico. Anderson comincia immediatamente a buttare giù idee sul suo taccuino, versi nei quali infila dentro anche la nostalgia per la moglie che da lì a poco avrebbe rivisto. 

A livello musicale "Roundabout" nasce da una composizione per chitarra acustica di Steve Howe e si sviluppa grazie alle intuizioni di tutta la band: Wakeman inaugura la canzone con una nota bassa di pianoforte che viene mandata al contrario, poi sfrutta il mellotron in modalità flauti e incide in una sola botta uno straordinario assolo di Hammond. Squire usa il basso come fosse una chitarra distorta, con il riff doppiato da Howe e Wakeman, Bruford è più roccioso che mai e le parti vocali sono magistralmente eseguite da Anderson spesso in armonia con Squire, cosa che si nota particolarmente nella concitata parte centrale, forse il momento più possente e surreale, sottolineato da parole come “Accanto alle tue paure più profonde rimaniamo imprigionati da un milione di anni”.


"Cans and Brahms"

Il primo dei cinque esperimenti solisti contenuti in “Fragile” è opera di Rick Wakeman.

Forte dei suoi studi classici il tastierista riprende un estratto dal terzo movimento della 4a Sinfonia in Mi minore di Johannes Brahms che esegue con l'ausilio di pianoforte, organo e Moog. Nel titolo emerge tutta l'ironia del suo autore che mette insieme l'amore per le lattine di birra a quello per il compositore tedesco. In realtà Rick avrebbe voluto includere un suo pezzo originale intitolato "Handle With Care", ma problemi contrattuali con l'etichetta A&M (per la quale ha firmato prima di unirsi agli Yes) glielo impediscono. "Handle With Care" verrà comunque ricuperato due anni dopo nell'esordio di Wakeman “The Six Wives of Henry VIII”, cambiando titolo in "Catherine of Aragon". .


"We Have Heaven"

Tocca Jon Anderson dimostrare le sue capacità in un brano basato su un intreccio di voci sovraincise. Aiutato da Howe alla chitarra e da Bruford alle percussioni, Jon prende spunto da un esercizio vocale che di solito usa per scaldarsi nel quale recita “Tell the moon don't tell the marcher”. Anderson ripete ad libitum tale frase sovrapponendogli prima “We have heaven” e poi “He is clear” in modo da creare un coro che cresce via via di intensità. Alla fine del brano si sentono lo sbattere di una porta cigolante, poi un rumore di passi in corsa e infine il vento e un tuono.


"South Side Of The Sky"

Tuono che introduce il secondo pezzo Yes del disco. "South Side Of The Sky" parte in quarta con una rullata di batteria, chitarra e basso graffianti che suonano un riff continuo sotto la voce di Anderson, qui più aggressiva del solito. In questa e in altre canzoni si nota come Bill Bruford non si accontenti di tenere un ritmo costante ma si diverta a spezzettare il classico 4/4. Di queste e altre particolarità si accorgerà Robert Fripp, che infatti da qui a pochi anni lo chiamerà alla corte del Re Cremisi. Verso i 2:28 il brano cambia completamente pelle, lasciando spazio al pianoforte di Rick Wakeman che con rara delicatezza dipinge una serie di scenari in sospensione. Presto il piano è raggiunto dalla batteria jazzata di Bill che da il via a un lungo momento caratterizzato dai vocalizzi intrecciati di Anderson, Squire e Howe. Le acque lentamente si placano e rimane di nuovo il pianoforte da solo che prelude a una ripresa ancora più intensa della sezione iniziale. Il testo del brano si riferisce al racconto di una tragica spedizione polare che termina con la morte.


"Five Per Cent For Nothing"

Si cambia lato ed ecco scoccare come una freccia il contributo di Bill Bruford. Intitolato originariamente "Suddenly It's Wednesday" il brano cambia titolo in riferimento al fatto che Roy Flynn, ex manager della band, continua a percepire il 5% delle royalties, cose che evidentemente non va giù a Bill il quale sfoga tutta la sua frustrazione in 37 intensi secondi nei quali ritmicamente succede veramente di tutto. E dire che in realtà si tratta di un semplice 4/4: ma il nostro fa l'impossibile per confondere le acque, cambiare e spostare gli accenti fino a renderlo un qualcosa di realmente delirante. Lo accompagna il resto della band, evidentemente soddisfatta di perdersi in un rompicapo del genere.
 

"Long Distance Runaround"

I trascorsi giovanili di Jon Anderson per quello che riguarda la frequentazione della chiesa cattolica fanno da spunto a un breve brano che porta avanti quell'afflato pop che i nostri hanno sviscerato fin dagli esordi. Ma non solo: ci sono anche riferimenti sociali e politici, come nella strofa “Hot color melting the anger to stone” che riguarda le sparatorie alla Kent State University del maggio 1970, quando la Guardia Nazionale degli Stati Uniti uccide quattro studenti. Musicalmente "Long Distance Runaround" è una canzone (nel senso più nobile del termine) con tanto di strofa-ritornello e la particolarità di una ritmica in 5/4 che si muove sotto un cantato in 4/4. Attenzione inoltre a un paio di accelerazioni con Howe e Wakemen sugli scudi.


"The Fish (Schindleria Praematurus)"

Al precedente è collegato direttamente il brano solista di Chris Squire. Il titolo deriva dal segno zodiacale nonché dal soprannome del bassista, uso a fare lunghi bagni. Per il suo brano Squire si mette in testa di cantare il nome di un pesce, da qui lo “Schindleria Praematurus”, un pesce dell'Oceano Pacifico dal corpo trasparente. Per il resto il brano è, come si ci potrebbe aspettare, uno sfoggio di maestria al basso. Nel tempo di 7/4 Chris sovraincide tutta una serie di linee musicali con il suo strumento prima di dare sfoggio delle sue capacità vocali nella corale che omaggia il pesce tropicale.


"Mood For A Day" 

Tocca infine a Steve Howe offrire uno spaccato delle sue capacità chitarristiche. Lo fa con un pezzo che continua la tradizione degli intermezzi acustici iniziata con "The Clap" (su “The Yes album”). Suonata su una chitarra Conde e influenzata dal lavoro del musicista spagnolo Sabicas, "Mood For A Day" rappresenta un perfetto melange tra musica classica e flamenco. Fotografa inoltre un momento particolarmente felice per Steve, che ha messo su famiglia e il cui contributo negli Yes sta diventando sempre più corposo.


"Heart Of The Sunrise"

Il momento più alto di “Fragile”, il brano più lungo e sfaccettato che prefigura gli Yes delle lunghe suites che da lì a poco arriveranno. "Heart Of The Sunrise" è un inno al potere del sole sorgente nel quale esplode l'afflato new age ante litteram di Jon Anderson. Si compone di momenti concitati alternati ad altri più distesi nei quali il cantante tira fuori tutto il suo pathos. Da notare il gustosissimo momento a 0:30: un crescendo vagamente funky con riff reiterato di basso e grandi tappeti di Mellotron a dipingere uno scenario incantato. Poi ricominciano i duelli tra chitarra, basso e tastiere, prima di lasciare spazio alla voce in un continuo saliscendi emozionale. Alla fine, dopo una toccante parte vocale e pochi istanti di silenzio, ecco prendere vita un frammento di "We Have Heaven" a dare un senso di circolarità al tutto. 


Accolto assai positivamente dalla critica, “Fragile” si prefigura da subito come album di successo. Spinto dal botto di "Roundabout" raggiunge la 4a posizione nella classifica americana e la 7ma in quella inglese. Il periodo di assestamento degli Yes è definitivamente trascorso, ora sono lanciatissimi verso un futuro lastricato d'oro, pronti per dare alla luce il loro capolavoro assoluto: "Close to the edge". 

 

Fabio Zuffanti

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