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Sam Fender e il futuro del rock

L'artista inglese pubblica il secondo album, "Seventeen going under", portando avanti una tradizione che si rifa a Springsteen e ai suoi eredi
Sam Fender e il futuro del rock

"Ho visto il futuro del rock 'n' roll e il suo nome è.

" è forse una delle frasi più note di un giornalista musicale. Anche una delle più (ab)usate: Jon Landau la scrisse dopo un concerto di Springsteen nel '74,  quando era una delle penne più note d'america (e ben prima di diventare il suo manager), poi negli anni l'abbiamo vista applicata ad altri artisti, spesso impropriamente. Nella sua autobiografia di prossima uscita, Little Steven dice che non è un'affermazione così pomposa come sembra: lui la legge più legata al rock che a Springsteen: "questa musica ha finalmente qualcuno in grado di portare avanti una tradizione".
Solo in questo senso si può applicare a Sam Fender, che in questi giorni pubblica il secondo album "Seventeen going under". Non è il futuro del rock (non lo è nessuno, neanche i Maneskin che pure hanno il grande merito di di averlo riportato in primo piano nel mainstream e alle generazioni più giovani...).
Ma Fender è un ottimo e credibile interprete di una tradizione che si rifà a Springsteen e ai suoi eredi.

Qualche settimana fa Fender ha fatto ascoltare il disco alla stampa - e sì, il nome del Boss è saltato fuori, a proposito di una canzone in particolare, “The dying light”, che chiude l’album: “un brano un po’ alla Thunder Road”, ammette: piano alla “Jungleland” e la band che entra a tutto regime dopo sulla seconda strofa: “Un giorno sparerò i coriandoli sul palco a fine concerto, e sarà su questa canzone”, scherza. Poi racconta, a proposito del frequente uso del sax, che fa molto “E Street Band: Il nostro sassofonista è un mio amico dall’infanzia. È arrivato tardi nella band, poco prima del disco, ma ne è parte integrante. È un disco che volevo suonasse da band, e il sax è fondamentale”

Springsteeniani di seconda generazione

Se c’è un riferimento ancora diretto, però, è quello agli springsteeniani di seconda generazione: i Killers, gli Arcade Fire e soprattutto i War On Drugs (“Adam Granduciel è uno dei miei eroi - stavamo per collaborare, poi non siamo riusciti”, racconta).

E se le influenze sono evidenti, quello che è cambiato rispetto al primo album è la maturità compositiva: “Ho imparato a scrivere meglio canzoni. Older, not so wiser”, scherza. “A 20 anni scrivi canzoni pensando di sapere tutto, e poi arrivi a 25 anni e capisci di non sapere un cazzo. Ho scritto 60 canzoni per questo album, una fottuta vagonata. Ma ho imparato a maneggiare meglio lo studio: in una canzone sono arrivate ad usare 160 tracce audio, suona come una canzone dei film di James Bond, ma parla del fatto che per risolvere tutto questo casino ci vorrà un sacco di tempo”.

(Non è) Un disco sul lockdown

“Sono più orgoglioso di questo disco che del primo”, chiosa Fender. “Lavorarci durante il lockdown l’ha reso un disco personale: normalmente scrivo sulle cose che vedo in giro, ma in questo caso eravamo chiusi in casa. Non è un disco sul lockdown, però. Credo che nessuno voglia più sentire canzoni sul Covid. È un disco sul crescere, sull’autostima, sul guardarsi dentro. C’è qualche accenno politico alla polarizzazione e alle disparità economiche, e cose più personali”, spiega.

In generale “Seventeen going under” suona sempre rock, ma più maturo appunto, con canzoni che variano dal crescendo ("Get you down") al mid-tempo "Long way off", alla ballata. Il disco precedente, "Hypersonic missiles", arrivò al primo posto delle classifiche inglesi e "Seventeen going under" probabilmente farà lo stesso: è un buon segno a prescindere. I discorsi sulla rinascita e sul futuro del rock facciamoli pure, per passare il tempo: l'importante è che questa musica non sia fatta solo da chi sta negli "anta", ma che venga presa, rimasticata, risuonata e rielaborata dai 20enni. In questo campo, Sam Fender forse non sarà il futuro del rock, ma è passato da promessa a certezza.

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