1971-2021: 50 anni di 'Meddle' dei Pink Floyd
Nel 1971 i Pink Floyd non erano ancora le rockstar planetarie che sarebbero diventate a partire da “The Dark Side of the Moon” in poi, ma non erano proprio gli ultimi arrivati: Waters e Gilmour, un anno prima, con “Atom Heart Mother” avevano centrato il loro primo numero uno nelle chart inglesi, e si erano concessi un lungo tour mondiale (passato anche dall’Italia, tra Brescia, Roma e Pompei) che avrebbe occupato le agende del gruppo per poco più di un anno, dal settembre del ‘70 all’ottobre dell’anno successivo.
Già a gennaio, tuttavia, il gruppo aveva iniziato a concentrarsi su un nuovo disco da dare alla EMI, che evidentemente aveva tutto l’interesse a cavalcare l’onda. Il fatto è che sei in tour da tre mesi e ne hai altri otto davanti prenderti del tempo per scrivere è difficile, anche se sei i Pink Floyd. Che, infatti, all’inizio del 1971 non hanno la minima idea di cosa mettere su quello che sarebbe diventato il seguito di “Atom Heart Mother”.
“In mancanza di canzoni nuove, ci inventammo gli stratagemmi più svariati nel tentativo di accelerare il processo di creazione musicale”, ha raccontato Nick Mason nella sua biografia, “Inside Out”, spiegando come la band, per l’occasione, ebbe un attrito con la propria casa discografica proprio in virtù dell’approccio scelto per la composizione: “La EMI, in un’ennesima dimostrazione del suo innato conservatorismo, non era ancora passata ai nuovi registratori a sedici piste. In un accesso di stizza, ci impuntammo: dovevamo assolutamente usare una di quelle apparecchiature, e così traslocammo agli AIR, dove fu realizzata gran parte del lavoro”.
L’AIR era lo studio di George Martin, il leggendario produttore dei Beatles, che “era uscito dalla EMI e aveva fondato lo studio di registrazione dei suoi sogni, prendendo con sé Ken Townsend, il direttore dello studio di Abbey Road, per garantire i massimi standard”. Perché, in uno degli anni più occupati della loro carriera, i Pink Floyd non cercavano uno “studio commerciale pensato per i gruppi rock”, ma qualcosa di nuovo e “assolutamente all’avanguardia”, lontano il più possibile dall’istituzionalità delle pur prestigiose sale di Abbey Road, che pure - in quei tempi - “avevano decisamente bisogno di un rinnovamento”.
Così, tra un volo intercontinentale e l’altro, i Pink Floyd tornano nella capitale britannica rimbalzando come palline di un flipper tra le sale vittoriane di proprietà della EMI a Westminster e il quartier generale di Martin nell’East End. Waters e i suoi cercando di supplire con la tecnologia alla mancanza di spunti ma, sorprendentemente, non saranno le sedici tracce pretese a dare la svolta al lavoro, ma un semplicissima, singola nota di pianoforte suonata da Richard Wright, che filtrata da un particolare effetto diventa praticamente identica a quelle emesse dai sonar dei sommergibili. Gilmour sfrutta l’essenziale assist al meglio, buttandoci sopra un fraseggio di chitarra - con un suono ottenuto quasi per caso, invertendo i cavi di entrata e uscita del wah-wah - e gettando così il seme di “Echoes”, la sontuosa suite che occuperà tutto il lato B del disco diventando il brano simbolo.
“Meddle”, in sostanza, in buona parte nacque basandosi sui suoni. Le fondamenta di “One Of These Days”, Waters, le gettò filtrando il segnale del suo basso attraverso un Binson Echorec, eco a nastro all’epoca prodotto dalla Binson di Settimo Milanese al quale Roger era molto affezionato, e che nonostante fornisse una “qualità sonora orribilmente degradata” offriva “un’ampia gamma di effetti a qualsiasi segnale audio vi venisse introdotto”. Tecnologia e casualità, metodo e improvvisazione: il quinto album dei Pink Floyd è figlio da una parte dei dualismi - a partire dagli studi dove fu registrato -, e dall’altra della coralità. “‘Meddle’ fu il primo album, dopo ‘A Saucerful Of Secrets’ di tre anni prima, a cui tutti noi della band lavorammo insieme in studio”, ricorda Mason: “E’ un’opera rilassata, abbastanza sciolta, ed ‘Echoes’ credo sia invecchiata bene. Sicuramente, rispetto ad ‘Atom Heart Mother’, ‘Meddle’ comunica una sensazione di piacevole immediatezza. David è molto affezionato a questo album, che a suo avviso segna nettamente un passo in avanti”.
La critica, che tre anni prima non era stata tenera con il gruppo in occasione dell’uscita di “A Saucerful of Secrets”, per “Meddle” non mancò di tributare omaggi. Rolling Stone parlò del lavoro come favorevole inizio “di un percorso di crescita nuovo”, guidato proprio da Gilmour, al quale venne reso il merito di essere “la forza in grado di modellare la band”, mentre l’NME, che aveva trovato “noiosa” la digressione strumentale dell’ideale seguito di “The Piper at the Gates of Dawn”, trovò del quinto album dei Pink Floyd come di un disco “eccezionalmente buono”.
Se in molti hanno visto in “Meddle” un ulteriore passo nel percorso di elaborazione, da parte del gruppo, dell’assenza di Syd Barrett (si veda, nello specifico, “Seamus”), altrettanti hanno osservato come il disco abbia influenzato, più o meno direttamente, generazioni di musicisti negli anni a venire, anticipando di un paio di decenni istanze che poi sarebbero state portate avanti dall’eterogeneo movimento che per comodità sarebbe stato bollato come noise rock. Di certo, “Meddle” segna un fondamentale momento di svolta per il gruppo che di lì a qualche anno si sarebbe consacrato come una delle più importanti band della storia: diventati sempre più abili nel domare la propria vis visionaria, ma senza reprimerla, per piegarla ai propri scopi, i Pink Floyd nel ‘71 hanno compreso, forse per la prima volta, le proprie potenzialità come gruppo, dove il tutto è - proverbialmente - maggiore della somma delle singole parti, trovando la chiave che di lì a qualche tempo, nonostante gli ego e tutto il resto, avrebbe aperto loro le porte dell’empireo del rock.