Sting, scoppia la polemica sulla villa in Toscana
Non sono affatto piaciute a Simone Vincenzo Velluti Zati di San Clemente, figlio del duca Simone Francesco, le dichiarazioni rilasciate da Sting nel corso di un’intervista pubblicata la scorsa settimana sull’inserto del Corriere della Sera Sette: l’ex leader dei Police, alla testata meneghina, aveva riferito di essere stato sostanzialmente imbrogliato dalla precendente proprietà della tenuta il Palagio, la villa con vigneto acquistata dall’artista britannico 25 anni fa appunto dal nobile Simone Francesco. “Stavamo trattando l’acquisto, la proprietà ci piaceva molto anche se era quasi in rovina”, aveva spiegato Sting: “Il duca mi chiese se volessi assaggiare del vino della tenuta e io dissi di sì. Era un vino ottimo quindi mi convinse a comprare anche le vigne. Poi abbiamo capito che il duca ci aveva servito un Barolo e non un vino locale”.
Questa e altre affermazioni presenti nell’intervento di Sting su Sette sono state contestate, per mezzo di una lettera aperta inviata al Fatto Quotidiano, dal figlio del duca, Simone Vincenzo. Dopo aver specificato come la villa, al momento del passaggio di proprietà, avesse “un notevole bisogno di manutenzione, ma non era fatiscente, né tanto meno priva di energia elettrica”, il nobile toscano osserva come “il Palagio è stato trasformato in un resort stile Palm Beach. Un toscano mediamente acculturato sa che in questa parte della nostra regione ville, giardini e campagne sono o erano tra loro collegate e facevano parte di un unico complesso paesaggistico. Al contrario, quello che è stato fatto, come rifacimento della villa e del giardino, è stata una violenta decontestualizzazione rispetto a quella campagna di cui Sting dice di sentirsi parte”.
L’affondo finale, però, è riservato alla presunta accusa di raggiro rivolta da Sting al precedente proprietario:
“Infine, la calunnia: velenosa e completamente falsa. Mio padre, Simone di San Clemente, avrebbe con 'un trucco da osteria' spacciato del barolo come vino prodotto in fattoria. Niente di più alieno dal carattere, dalle abitudini, dai comportamenti, in una parola, dallo spirito di mio padre, comportarsi come un oste truffaldino e, diciamolo pure, anche un po’ cretino; senza considerare che un signore navigato come Sting, che all’epoca aveva 46 anni, non dovrebbe confondere barolo con chianti, vale a dire nebbiolo con sangiovese. Ciò che più stupisce è che mio padre è venuto a mancare nel 2012, per cui Sting ha avuto circa 15 anni per permettergli di ribattere personalmente a un’affermazione non solo in malafede, ma anche così assurda e inverosimile da suonare come un vero e proprio boomerang. Ha deciso invece di farlo a “babbo morto”, come dicono in Toscana”.
Simone Vincenzo Velluti Zati, in conclusione, accusa Sting di aver messo in atto, per mezzo della sua intervista a Sette, “una strategia di marketing di cattivo gusto” volta alla promozione dei prodotti dell’attività aperta dal cantante e musicista presso il Palagio:
“In tutta questa vicenda si stenta a riconoscere il gusto raffinato che Sting dice di aver acquisito negli anni, né appare una scelta di buon gusto, per non dire altro, quella di usare senza alcuna autorizzazione lo stemma della mia famiglia sulle etichette dei suoi vini. Auguro a Sting che quel karma a lui tanto caro non gli si ritorca contro e lo invito a riflettere sulla verità dei fatti nel corso delle sue meditazioni. Io intanto resto in attesa che il signor Gordon Matthew Thomas Sumner mi porga le sue scuse”.