Dal trip hop al trip psichedelico: Morcheeba in viaggio verso un nuovo sound

Dal trip hop al trip psichedelico: Morcheeba in viaggio verso un nuovo sound

Tutto merito, o colpa, di certi funghi dalle proprietà allucinogene ingeriti in abbondanza prima di rifugiarsi in sala di incisione: così Ross Godfrey spiega la mutazione psichedelica, a tinte folk-acustiche, dei Morcheeba nel nuovo album “The antidote”, uscito a maggio (vedi News) e di qui a poco riproposto dal vivo in Italia (il 17 luglio al Cornetto Festival a Napoli, ingresso gratuito, e il 19 al Fiesta! di Roma).

Il primo Cd orfano dell’effervescente Skye Edwards, già proiettata verso l’uscita autunnale del suo primo disco solista, e la cui sostituta, Daisy Martey, si è a sua volta dileguata in men che non si dica e in circostanze quantomeno misteriose. “Siamo molto contenti di come ha cantato nel disco”, è la spiegazione che Ross fornisce a Rockol, “ma quando dal vivo si è trattato di interpretare le canzoni di ‘Big calm’ o pezzi come ‘Rome wasn’t built in a day’ le cose non sono andate altrettanto bene”. C’entra, probabilmente, anche lo spiacevole episodio verificatosi a Torino al debutto del Festivalbar, quando il patron Andrea Salvetti respinse la richiesta del gruppo di esibirsi in playback (vedi News). “Daisy aveva perso l’aereo e quando finalmente è arrivata in Italia ci ha informati di non essere in grado di cantare perché ammalata”, ricorda il chitarrista/tastierista. “Ci è spiaciuto moltissimo, perché il Festivalbar è uno dei migliori show televisivi d’Europa. Speriamo di poter recuperare, ora che è uscito il secondo singolo”. Intanto è già in pista il nuovo rimpiazzo, Jody Steinberg: “Che è anche un’ottima sassofonista”, assicura Godfrey, “e dunque è in grado di aggiungere una nuova dimensione al sound. La conosciamo da parecchio, ha scritto con noi ‘Wonders never cease’ (il primo singolo e pezzo d’apertura del nuovo disco ) e con lei sul palco tutto ha funzionato subito a meraviglia, fugando ogni nostro timore di paragoni con Skye proprio nel momento in cui stiamo cercando di imprimere al gruppo una direzione diversa. Jody ha uno stile molto jazzy e un’incredibile estensione vocale, oltre che una grande energia. Con lei abbiamo reinciso anche qualche pezzo di “The antidote” (“Everybody loves a loser”, probabile terzo singolo) ma è troppo presto per dire quante canzoni canterà sul prossimo disco dei Morcheeba. Probabilmente sceglieremo vocalist diversi in funzione delle esigenze di ogni singolo brano, e magari sarà l’occasione buona per affidarsi anche a qualche interprete maschile: finora non ne abbiamo mai trovato uno adatto al nostro stile, eppure quando abbiamo creato la band volevamo un cantante che avesse il timbro vocale di Stephen Stills o di John Martyn…”. .


Godfrey & Godfrey, Ross e Paul, restano dunque i depositari unici del marchio: “E’ sempre stato così, i Morcheeba sono stati concepiti fin dall’inizio come un’entità in continua trasformazione”, sottolinea Ross. Nessun conflitto familiare, nel solco di una tradizione che parte dai fratelli Everly e arriva ai Gallagher passando per i Davies, i Fogerty, i Knopfler? “Beh, ci sono anche famiglie musicali che sono restate unite, le Pointer Sisters per esempio, e dunque c’è speranza…Io e Paul facciamo musica insieme da quando avevo 10 anni e non riesco a immaginare un futuro senza di lui. L’importante è coltivare anche progetti paralleli, insieme e separatamente. E’ un modo salutare di gestire le cose e di scaricare la tensione, quando lavoriamo come Morcheeba qualche volta tendiamo a farci coinvolgere anche troppo”.

Era un po’ di tempo che non succedeva, dato che l’ultimo album di inediti, “Charango”, era uscito giusto tre anni fa: “Avevamo passato un anno e mezzo in giro per il mondo stancandoci molto, per questo abbiamo voluto prenderci una bella pausa prima di affrontare il disco nuovo.

Interrompere l’attività è stato anche un modo per uscire più facilmente dal nostro contratto discografico. In Italia quelli della Warner sono sempre stati deliziosi con noi, ma in Inghilterra era davvero difficile averci a che fare. Non è che ci sentissimo in gabbia perché abbiamo sempre fatto di testa nostra senza dargli troppo ascolto, e poi i nostri primi due dischi erano usciti per un’etichetta indipendente. Ma certo, ora che siamo con la Echo, sappiamo che basta una telefonata per uscire a pranzo col titolare invece di dover fare anticamera per mesi prima di ottenere un appuntamento con il boss. Il rapporto è fondato su basi molto più personali e creative”. .


“Wonders never cease” e “Lighten up”, i primi due singoli del nuovo corso, sono i pezzi che più ricordano lo stile classico dei Morcheeba, in un disco che per il resto suona piuttosto diverso dal solito.

Una coincidenza? “Le abbiamo scelte soprattutto perché ci sembravano due belle canzoni. Ma capisco cosa vuoi dire, e in effetti abbiamo pensato che ‘Wonders never cease’ potesse funzionare da ponte, come un punto di transito tra i vecchi e i nuovi Morcheeba”. E il folk, la psichedelia, quel suono più acustico e meno “trattato” del solito da dove provengono? “Siamo sempre stati influenzati da musicisti come Nick Drake e Neil Young, pensa a canzoni come ‘Over and over’ su ‘Big calm’. Ma questa volta abbiamo cercato volutamente di fare un disco che suonasse un po’ come un album di folk rock psichedelico degli anni ’60: ci sono dentro influenze di Jefferson Airplane, Crosby, Stills & Nash, John Martyn, Brian Auger & the Trinity. Ma soprattutto Ellen McIlwaine, una bravissima cantante irlandese americana degli anni ’60 che suonava la chitarra slide e che ultimamente abbiamo ascoltato molto. Il fatto è che ci siamo fatti delle scorpacciate di tartufi e di funghi magici, e la musica psichedelica è quello che avevamo voglia di ascoltare e di suonare. Non abbiamo voluto fare troppo affidamento sulle macchine, questa volta: tutte le percussioni, per dire, sono state registrate dal vivo. Quando suoniamo in presa diretta quel che ne viene fuori ha sempre un aroma più acustico e folk. Siamo stati più ambiziosi del solito, in termini di arrangiamenti, e la musica ha una consistenza più robusta rispetto al suono downtempo e chill out delle nostre prime produzioni, mi pare. Ci piace incorporare elementi diversi nella nostra musica, ma il pericolo è sempre quello di apparire schizofrenici: per questo siamo stati attenti a non esagerare e a garantire comunque una coerenza tra le canzoni, facendo in modo che funzionino una accanto all’altra. Se decidessimo di pubblicare sotto il marchio Morcheeba tutta la musica che ci piace incidere e suonare credo che il nostro pubblico potrebbe andare in confusione”. .


I crediti del disco portano ringraziamenti a David Byrne, a Kurt Wagner dei Lambchop e a tanti altri musicisti (c’è anche una menzione per Al Jarreau, ma Godfrey spiega trattarsi della storpiatura del nome di un amico): un modo di ricordare incontri professionali importanti… “Byrne ha fatto molto per noi, chiamandoci a collaborare con lui (il disco era “Feelings”, 1997) quando eravamo giovanissimi.

Io avevo 18 anni… Gli sono grato perché mi ha fatto conoscere un sacco di buona musica, il movimento Tropicalia brasiliano, gli Os Mutantes e Jorge Ben, e molte altre cose provenienti dall’America latina. Noi, in cambio, gli abbiamo fatto ascoltare i Lambchop e mi sono sentito molto onorato quando ho saputo che per il suo ultimo disco aveva inciso una loro canzone (“The man who loved beer”): proprio quella che noi gli avevamo fatto sentire la prima volta una decina di anni fa. Vuol dire che anche lui ha preso qualcosa da noi”. Sicuramente non quanto i pubblicitari, usi a saccheggiare il loro repertorio: evidentemente non la pensano come Tom Waits, sull’uso della musica negli spot tv… “Non abbiamo i milioni di dollari che ha lui e in qualche modo dobbiamo guadagnarci da vivere. Ma continuiamo a dire no a un sacco di cose: a McDonald’s, per esempio, oppure alle aziende petrolifere…La nostra musica è stata usata anche in diversi film e di questo sono molto contento: l’anno prossimo io e Paul speriamo di poter scrivere una colonna sonora vera e propria, magari per qualche piccolo film indipendente. Tra novembre e dicembre sarò a Los Angeles per vedere se c’è qualche possibilità, ho parecchi amici tra i registi e i supervisori musicali”. E i funghi? Fanno ancora parte della dieta? “Certo. Non ci piacciono le droghe pesanti, ma non disdegniamo una canna o una bella bottiglia di Chianti o di Barolo. La ragione per cui i nostri dischi suonano tutti così rilassati è perché la sera prima ci siamo ubriacati e in studio stiamo ancora cercando di smaltire la sbornia”.

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