Motta: “La semplicità è un faticoso battito d’ali”. L’intervista.

Il cantautore, in attesa dell’inizio del tour estivo, ha raccontato il suo terzo album “Semplice”. Fra riscoperta e rinuncia: “Se non facessi musica morirei”.
Motta: “La semplicità è un faticoso battito d’ali”. L’intervista.
Credits: Claudia Pajewski

Francesco Motta fa un passo indietro, prende la rincorsa e vola più leggero. Scompare per la prima volta dalla copertina di un suo disco, in questo caso da “Semplice”, il suo terzo progetto, che presenterà in un tour estivo, in partenza il 26 giugno dal Goa-Boa festival di Genova. Rimuove, con fatica, il superfluo e lo stagnante, rimuove perfino se stesso, perché le canzoni trovino nuova vita. Non rinuncia alla sua missione nel segno della vertigine e della ricerca del vero. 

Per raggiungere l’essenziale, bisogna rimuovere quello che è in eccesso. Che cosa hai rimosso?
“Ho rimosso la forzatura che mi sono autoindotto con ‘Vivere o morire’, il mio disco precedente. Mi sono detto: ‘Se qui va tutto al meglio, io devo ripartire da un altro punto’. Ho sempre cercato qualche cosa di cui non ero padrone, che non sapevo fare bene. Nacque così il tour con le ragazze del Niger (Les Filles des Illighadad, ndr). Quel tour mi ha insegnato tanto. All’inizio eravamo noi che cercavamo di fare musica del Mali, mi girai verso la band e dissi: facciamo ‘Roma stasera’ come l’abbiamo sempre fatta. Da lì si è creato qualche cosa di potente. Sono state eleminate delle certezze fragili, sono arrivato a fidarmi di più delle persone che ho scelto. È stata tolto l’estetismo dei significanti. A volte ci sono elementi che non sembrano suonare particolarmente bene: beh, non importa, ho rimosso l’idea che una canzone si debba realizzare per forza in un modo o in un altro”.

Quanto è faticoso puntare alla semplicità?
“Faticosissimo. Il disco è nato per ricercare la semplicità, ma non è minimale. Forse è l’album più corposo che abbia mai realizzato. E pensare che il titolo è arrivato alla fine. Lessi ‘Le lezioni americane’ di Calvino e rimasi colpito dal suo descrivere la leggerezza, che non è una piuma che cade, ma è lo sbattere d’ali incessante dell’uccellino che vola. La semplicità è una conquista”.

Prima non era raggiungibile?
“Nei lavori precedenti c’era la paura del tempo, la voglia di essere legato al passato e giudicavo molto quello che facevo. Vivendo tanto la città, mi nutrivo delle storie degli altri. Ma poi tutto, con la pandemia, è cambiato: sono ripartito da me e sono anche riuscito a immaginarmi un futuro”.

Hai cambiato anche vita per scrivere il disco?
“C'è stato un periodo in cui non ce la facevo più a stare in città, la amavo, ma era lo specchio di ciò che non potevo più fare. Dissi a Carolina (Crescentini, ndr): ‘Andiamo un mese in campagna’. Poi i mesi sono diventati due, tre, cinque. Mi sono fatto un dono, mi sono regalato dei bei ricordi. E in quel momento ho ritrovato la musica”.

In che senso?
“Un giorno ero in ciabatte, con della legna in mano, dopo essere stato in mezzo agli animali, ho guardato la chitarra che non toccavo da un po’, che mi dava quasi noia, e ho detto a Carolina: ‘tu, ti ricordi chi ero?’. E lei mi ha risposto: ‘mi ricordo chi sei’”.

Che risposte hai trovato?
“Grazie alla campagna mi sono proprio posto la domanda sul perché io faccia musica. E la risposta l’ho trovata in una canzone dei Colle Der Fomento: ‘non lo faccio né pe loro né pe l'oro. Lo faccio solamente perché sinno me moro’. Se non lo faccio muoio”.

‘Quando guardiamo una rosa’, la traccia finale del disco, ha una lunga parte strumentale tribale e psichedelica.
Per me un album ha un inizio e una fine. È un racconto. È come la scaletta di un live. L’inizio del disco parte con degli archi che rappresentano una rinascita, la fine invece è molto nera, ma è un mondo che mi piace. Il prossimo progetto potrebbe ripartire da lì. ‘Quando guardiamo una rosa’ è una traccia scritta con Dario Brunori, con una parte finale strumentale che poteva durare ancora di più. Avevo bisogno di raccontare un periodo duro per tutti, come quello che abbiamo vissuto, anche con lo sguardo di qualcun altro, in questo caso di un caro amico. Ci sono le parole e poi c’è la musica, catartica. C’è un lungo sfogo strumentale in chiusura perché forse le parole erano finite”.

Parli di “racconto”. Ma oggi si sa ancora ascoltare qualche cosa di più profondo?
“Il fatto che molti ascoltino musica con superficialità non deve impedire la nascita di nuovi racconti, di una musica che richiede più concentrazione. Senza racconti il mondo muore, a prescindere dalle canzoni”.

In “Qualcosa di normale” ci sono richiami a Francesco De Gregori e c’è un duetto con tua sorella, Alice. Come è nata?
“Dopo aver scritto ‘Qualcosa di normale’ ho fatto un sogno assurdo. Mio padre e mia madre sono in casa. Mio padre risponde al telefono e poi mi fa sapere che ‘fra poco arriva Francesco’. Corro per giungere in fretta, perché capisco che sta parlando di De Gregori, ma sprofondo in un burrone. Allora prendo un bus, arrivo trafelato a casa e faccio ascoltare a De Gregori ‘Qualcosa di normale’ e un altro inedito. Mi sveglio al mattino e mi convinco di dovergliela far sentire per davvero”.

Ci sei riuscito?
“Sì, recupero la mail grazie a Caterina Caselli, gli scrivo e gli chiedo se gli piacesse il pezzo. Lui risponde che non cambierebbe nulla, ma mi consiglia di cantarla con una donna. Ho subito pensato a mia sorella: adoro la sua voce, la scelta è in linea con il vero significato del disco, che vuole ripartire dalle cose che contano”.

Perché proprio De Gregori?
“C’è un gancio con mio padre, con la mia famiglia. Erano loro che mi facevano ascoltare De Gregori da piccolo. Quello che ascolti da bambino, dopo averlo rinnegato in adolescenza, lo accetti e lo apprezzi dopo. I miei genitori, rispetto al passato, sembrano esserci meno in questo disco, ma in profondità ci sono”.

Da dove arriva l’urgenza che metti nelle canzoni?
“Ricordo gli inizi con Maestro Pellegrini (ex Criminal Jokers insieme a Motta, ndr). Andammo a Dublino e iniziammo a suonare in strada. Guadagnammo venti euro. Non certo un successo. Decidemmo di cambiare l’approccio, di fare casino con dei cartoni e di cantare-urlare in inglese. Quei venti euro, diventarono ottanta, novanta in breve tempo. Ricordo una ragazza che rimase a sentirci un’ora e mezza e alla fine comprò il demo. Terminata l’esibizione ci disse: ‘Bravi, ma in che lingua cantate?”.

Vi bastò?
“Sì, non avevamo niente, ma il niente ci bastava. Non suonavamo per diventare famosi, suonavamo e basta. Sono certo che quella parte della mia vita abbia a che fare con l’urgenza che ho ancora oggi”.

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