Francesco Guccini e la sua poetica del ricordo

Il tempo è sempre stato al centro della riflessione del cantautore emiliano
Francesco Guccini e la sua poetica del ricordo

“So benissimo cos’è, ma se me lo chiedete non so rispondere”, diceva Sant’Agostino. Francesco Guccini ha provato per una discografia intera a rispondere a quella domanda: cos’è il tempo? Le riflessioni attorno al tempo creano un suggestivo e melanconico fondale alla sua autentica poetica del ricordo. Un filo conduttore che il cantautore comincia a tessere nel terzo disco “L’isola non trovata” (1970). Nel giorno del suo 81esimo compleanno, proviamo a riavvolgere il nastro per viaggiare nel tempo con Francesco Guccini e i suoi ricordi. Così Daniele Sidonio (www.lisolachenoncera.it) ha sviluppato per noi quella cha ha chiamato, la poetica del ricordo.

“Il tema” (“L’isola non trovata”, 1970)

Dopo i presagi futuribili di “Noi non ci saremo” (“Folk beat n. 1”, 1967) e i ricordi più o meno sentimentali di “Lui e lei” e “Vedi cara” ("Due anni dopo", 1970), Guccini incide un vero e proprio manifesto. È una canzone poco nota o comunque meno famosa di altre, ma preannuncia il tema forse più corposo della sua produzione: il tempo visto in tutte le sue declinazioni. Questa canzone presenta anche una fondamentale innovazione: l'inizio della collaborazione con Vince Tempera.

"Un altro giorno è andato" ("L’isola non trovata", 1970)

Giorni e ore sono protagonisti già nella canzone che chiude il lato A di questo concept sul tempo, che passa quasi a nostra insaputa e “non ritornerà”. Centrale la terza strofa, fulcro narrativo di una rimembranza leopardiana (rafforzata dalla citazione di Silvia) in cui ci si rassegna all’inesorabilità del tempo. La canzone era finita già, in versione beat, su un 45 giri del 1968; l’incisione del 1970 è più scarna, con il solo rincorrersi delle chitarre di Guccini e Deborah Kooperman. Tra le due versioni c’è anche una differenza di testo, poiché il brano del ’70 ha una strofa in più, quella che comincia con “giornate senza senso come un mare senza vento”.

"Canzone di notte" ("L’isola non trovata", 1970)

Si apre qui un filone che durerà fino a “L’ultima Thule” (2012). La dialettica temporale giorno-notte è lo scenario in cui riaffiorano i ricordi, che disturbano come “bagasce” la malinconia notturna, ma che sembrano fondamentali per poter giungere a una specie di consolazione: “cerchi sempre ciò che ti è lontano, dopo dici ‘tutto è relativo’”.

"Incontro" ("Radici", 1972)

Uno dei capolavori di Francesco Guccini. Lo sguardo di una donna ritrovata dopo anni diventa occasione per dialogare con il lavorìo del tempo, che prende e dà senza concederci certezze, forse solo convinzioni. La riflessione si dipana da un senso di tristezza (che “avvolge come miele”) derivante da un episodio biografico: la “cara amica” protagonista della canzone è Betty, che durante l’adolescenza era stata la compagna di Guccini nella scoperta di Hemingway e della grande epopea americana. L’elemento cromatico di ispirazione gozzaniana viene filtrato attraverso una madeleine, l’infanzia pavanese, e si trasforma in sentimento (“stoviglie color nostalgia”). L'andamento melodico dolce accompagna in modo quasi consolatorio la sensazione di struggimento creata dallo scarto temporale (e ritmico) fra le immagini presenti e quelle passate.

"Piccola città" ("Radici", 1972)

Ferruccio Guccini dopo la guerra riprende il suo lavoro di impiegato postale a Modena, e suo figlio Francesco, che nel frattempo si era trasferito a Pàvana con la madre, è costretto a tornare in una città che non ha mai amato: è una “nemica strana”, sede di una sorta di esilio che precede l’approdo a Bologna nel 1960. È una canzone costruita su un imponente slittamento temporale: Guccini racconta il passato modenese, che è però presente rispetto al ricordo dell’infanzia pavanese a casa dei nonni paterni, vera e propria radice in cui cercare salvezza e consolazione. Questo brano ha anche un corrispettivo letterario, il secondo romanzo gucciniano ‘Vacca d’un cane’, edito da Feltrinelli nel 1993.

"Canzone dei dodici mesi" ("Radici", 1972)

Le micro-elucubrazioni elencate nelle strofe esplodono nel ritornello, in cui la monotonia della vita si accosta al meccanico passaggio da un mese all’altro. Evidente il riferimento biografico: “giugno, che sei maturità dell’anno, di te ringrazio Dio. In un tuo giorno, sotto al sole caldo, ci sono nato io”. Si tratta di una sorta di poemetto eliotiano, un divertissement citazionistico che va da Lorenzo il Magnifico a Poliziano, da Thomas Stearn Eliot fino a Cenne da la Chitarra e Folgòre di San Gimignano, entrambi autori di poemi dedicati ai dodici mesi. La varietà strumentale (flauto, mellotron, tastiere) accompagna tempo circolare e lineare della canzone, in cui il passaggio tra un mese e l’altro viene disegnato anche attraverso l’inserimento degli elementi atmosferici. Sotto la superficie goliardica si svela il tema brechtiano del pezzo, che utilizza il passaggio di tempo per riflettere sulle incertezze umane. Centrale settembre, “mese del ripensamento sugli anni e sull'età”.

"Canzone delle osterie di fuori porta" ("Stanze di vita quotidiana", 1974)

Dalle critiche mosse a questo disco nascerà due anni dopo "L’avvelenata" ("Via Paolo Fabbri 43", 1976), uno dei brani più famosi di Guccini. Sei canzoni molto lunghe, dai tempi dilatati, colorate per volere dell’arrangiatore Pier Farri, che costruì un comparto strumentale talmente strambo da far imbestialire Ares Tavolazzi, non presente in formazione: oboe, tromba, violino ed esotici strumenti percussivi come la marimba e la tabla, che impera già nell’incipit, altrettanto celebre, di questo brano. L’osteria è un emblema usato per riflettere sui cambiamenti sociali e sulla dialettica tra l’oggi e il prima, tra com’era e com’è. La parte finale si tinge di rassegnazione con quel verso “le cose andate sono andate ed ho per unico rimorso le occasioni che ho perduto”.

"Eskimo" ("Amerigo", 1978)

Come le osterie, così l’eskimo diventa simbolo e pretesto per una retrospettiva storico-sociale. Siamo allo snodo principale della storia della nostra canzone d’autore, che ha cominciato a riscuotere successo e a catalizzare i sentimenti collettivi. Il brano e l’oggetto poetico di Guccini diventano icone di un sentimento politico preciso, anche se le intenzioni erano ben altre: “portavo allora un eskimo innocente, dettato solo dalla povertà”. Al panorama sociale, inevitabile scenario della canzone, si unisce la constatazione di un cambio caratteriale del protagonista e della sua sposa Roberta Baccilieri (i due sono fotografati assieme nel retro di “Amerigo”). Nota a margine sugli strumentisti: è questo il disco in cui entra in formazione il chitarrista argentino “Flaco” Biondini, presentato a Guccini da Deborah Kooperman.

"Inutile" ("Guccini", 1983) 

Tematica simile a quella di "Incontro": due amanti si lasciano avvolgere dai ricordi, compiaciuti forse di non essere diventati una di quelle coppie che rimangono assieme per tutta la vita a “sfogare ad ogni istante l’urlare della noia”. Due i passaggi suggestivi del testo: il cameriere assorto a “svelare il rebus dei cumulonembi” (provate voi, a mettere in una canzone questa parola) e il verso “a chi è triste di suo come un limone già adoperato”, in cui le grinze e la secchezza del frutto sciupato si tramutano in un ritratto facciale ben preciso.

"Ti ricordi quei giorni" ("… quasi come Dumas", 1988)

È l’unica canzone inedita del quarto album live registrato da Guccini, che in un concerto del 1989 l’ha definita “la decana”. Pare sia datata addirittura 1964, ma mai fino alla fine degli anni Ottanta il cantautore aveva avuto il coraggio di tirarla fuori. Il filo narrativo è vicino a "Le piogge d’aprile" o a "Eskimo", ma forse il ricordo dei tempi andati assume qui un tono lievemente più romantico, se non melenso. Immancabile, comunque, la rassegnazione all’inesorabilità del tempo, conchiusa nei versi finali “io non credo davvero che quel tempo ritorni”.

"Canzone delle domande consuete" ("Quello che non…", 1990)

Targa Tenco per la miglior canzone del 1990. Qui Guccini cambia lievemente prospettiva e investe di disincanto e rassegnazione non solo il presente, ma anche il passato, che in molti brani sembrava invece l'unica fonte salvifica. Con la strofa iniziale e l’allitterazione sibilante dei versi successivi costruisce un tempo circolare e fluido, dominato dalla disillusione: “custodire i ricordi, carezzare le età; è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità”.

"Farewell" ("Parnassius Guccinii", 1993)

“Parnassius Guccinii” è stato premiato con la Targa Tenco come miglior album del 1994. Il suo titolo proviene dal nome di una farfalla, scoperta nel 1992, che popola l’appennino tosco-emiliano. Guccini ha dedicato il brano, ispirato alla canzone dell’addio firmata da Dylan (citata dopo la terza strofa), alla compagna Angela, madre di Teresa, che lo accolse con un freddo “e ora che dovrei fare, piangere?” (qualcosa di simile fece Fabrizio De André, che scrisse per la madre di Cristiano “Verranno a chiederti del nostro amore”). Il cantautore emiliano racconta che dopo quella reazione scrisse ad Angela un’altra canzone, dal tono completamente diverso: "Quattro stracci", incisa tre anni dopo.

"Lettera" ("D’amore, di morte e di altre sciocchezze", 1996)

Sembra ci sia un clima disteso dopo la rassegnazione e la disillusione: l’accettazione della perdita di qualche amico d’infanzia (come il fumettista Bonvi e Victor Sogliani, bassista dell'Equipe 84), degli amori, dei miti giovanili, delle stagioni; come a dire che l’uomo è l’unico animale conscio della propria fine. È in questa forma piana di accettazione che trovano senso i giorni che passano: “come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi”.

"Stagioni", 2003

Quasi come nel 1970, Guccini all'inizio dei Duemila incide un disco intero sul passare del tempo e delle stagioni: quelle fisiche e quelle politiche, soprattutto. Il correlativo poetico principale è Ernesto Che Guevara. La sua morte viene vista come la fine di una speranza, la fine di una stagione, appunto. Era il 9 ottobre 1967 e i libri del Guccini universitario si offuscarono. La morte del Che è l’occasione per riprendere forza e non arrendersi, pur lasciando affiorare quella tristezza e quel crepuscolarismo marchi fondanti della sua poetica, come in "Autunno": “pensando confuso al mistero dei tanti ‘io sarò’ diventati per sempre ‘io ero’”.

"L'Ultima Thule", 2012

Tutto inizia in una notte pavanese, come pavanese è l'intera ambientazione dell'album. Il cantautore torna al mulino di famiglia per registrare le ultime canzoni, e conquista due dischi di platino nel giro di pochi mesi (120mila copie vendute a fine 2013). Il titolo programmatico era stato previsto e ponderato da Guccini sin dall’inizio degli anni Settanta. Non c’è Ares Tavolazzi, sostituito al basso da Pierluigi Mingotti, che già l’aveva affiancato in “Ritratti” (2004). Negli archi che introducono "Canzone di notte n° 4" (in cui Guccini torna bambino e parla con i nonni), nelle plettrate che scandiscono "Su in collina" (ricordo collettivo della Resistenza), negli arpeggi che accompagnano "L’ultima volta" e nel simil-prog della title-track ci sono la serenità e la pacatezza di un commiato aggrappato a ciò che per l’intera discografia fungeva proprio da ancora di salvezza. Chi è stato a bagnarsi i piedi sulle pietre del torrente Limentra, in fondo alla collina su cui si poggia casa Guccini, può forse percepire quanto quella radice sia – e sia stata – forte nei ricordi e nel dialogo con il tempo che ha attraversato la sua produzione. Nei versi finali si raccoglie tutta la mestizia di chi, è bene ricordarlo, il cantautore in fondo non lo voleva fare: “L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo si spegnerà per sempre ogni passione, si perderà in un’ultima canzone di me e della mia nave anche il ricordo”. Per nostra fortuna, alla fine l’ha fatto. Buon compleanno, Francesco.


 

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