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Recensioni / 07 mar 2004

Francesco Guccini - RITRATTI - la recensione

Recensione di Paola Maraone
RITRATTI
Emi (CD)
Va detto che negli angoli più riposti di ogni canzone quest’uomo, poeta inguaribile, trova sempre il modo di infilare la terra, la guerra, la libertà. E poi il senso dell’esistenza, e poi l’amore, e poi la morte: assieme, con garbo e scompiglio. Tutto sbagliato e tutto irresistibile.
Qualcuno potrebbe avere la tentazione di giudicare quest’album con il metro con cui – normalmente, bella forza – si giudicano gli album: canzone dopo canzone, la musica, i testi, gli equilibri, il rispetto della forma, l’attenzione ai contenuti, gli ospiti.
E allora.
E allora “Ritratti”, se partiamo da qui, ha già perso la gara: non vale una cicca. Le canzoni sono nove (pochissime: avaro), una ha più di trent’anni (“La mia libertà”, del 1971: inedita, ma comunque stravecchia), una è la cover in dialetto modenese di un brano di Serrat già portato in Italia da Limiti, già proposto a Mina, da lei già brillantemente interpretato. E la “Canzone per il Che”? Be’, quella l’aveva pubblicata la EMI mesi fa, in una di quelle compilation nostalgico-promozionali dedicate al mito dei miti, Ernesto Guevara.
E allora non ci siamo: le canzoni davvero inedite, qui, sono solo sei, sforzo scarsino per un tipo del calibro di Guccini, e poi le musiche, insomma, sempre troppo uguali le une alle altre, con tutto che i cd costano cari, eccetera.
Invece.
Invece, c’è che Guccini non si giudica così. Si giudica dalle pieghe dell’anima, dai sottili brividi sotto la pelle, da quelle robe che qualcuno ancora si ostina a chiamare emozioni. Guccini, che come tutti sappiamo è la canzone d’autore italiana, spiega che in fondo, a lui, delle musiche non gliene frega granché: che a lui riescono benino solo queste ballate e questi dischi in forma di diario, e che continuerà a cantare fin quando avrà qualcosa da dire, se glielo permetteranno. Ma perché fermarlo, del resto, quando davvero è l’unico in grado di fotografare esistenze complesse, grandiose e misere, e di inchiodare ciascuna di esse in due, tre, cinque minuti indelebili? Perché misurarlo con un metro che va bene per i più, mentre lui, da sempre, è fuori gara? Prendete per esempio “Piazza Alimonda”, mettetela su, e sentirete l’odor di sudore e le urla e quel caldo: tutto il caldo di Genova. Oppure (ebbene sì: l’abbiamo già detto, è del 1971), “La tua libertà”, che ha un testo piccolo piccolo, povero di parole e denso di sensazioni, ed è l’invito estremo – serissimo – a cercare di restare simili a se stessi. Impossibile?
Oppure ancora, e il resto scopritevelo da voi perché ne vale la pena, provate ad ascoltare “Certo non sai”, la piccola&universale storia di due amanti: “Forse non sai di quanto sia felice nel vederti/ Addormentata e persa accanto a me, stesa vicino; quanto sia bello il gioco dell’averti/ In sogno verso chissà quale destino”. Che, parlando seriamente, è quanto di più straordinario sia mai stato detto a una donna.