Franco Battiato: il primo album, l'ultimo album, l'ultimissimo album

L'alfa e l'omega della carriera discografica del musicista
Franco Battiato: il primo album, l'ultimo album, l'ultimissimo album

L'attività discografica di Franco Battiato è iniziata, per quanto riguarda il formato "album", nel 1971, con la pubblicazione di "Fetus", del quale qui riproponiamo la recensione (scritta parecchi anni dopo l'uscita) di Ivano Rebustini:

Se “Gilgamesh” può essere definito il più ambizioso, “Fleurs” il più umile, “La voce del padrone” il più fortunato, “Sulle corde di Aries” il più bello (lo sportello reclami è aperto in orario d’ufficio), cosa dire di “Fetus”? È il primo album, l’inizio della catena, e al di là del suo valore intrinseco - magari non eccelso, soprattutto se rapportato ad altri episodi del musicista catanese -, ha il merito non indifferente di segnare il confine tra il Battiato leggero, in qualche caso leggerissimo dei 45 giri allegati alla Nuova enigmistica tascabile, dell’esordio vero e proprio (il 45 giri “La torre”, prodotto nel ’67 da un certo Giorgio Gaber) e della partecipazione al “Disco per l’estate” (nel ’69, con “Bella ragazza”), e il Battiato che tutti abbiamo imparato a conoscere, e molti ad amare.


L’album esce nel ’71, quando Francesco, pardon, Franco ha 26 anni: lo pubblica la Bla Bla di Pino Massara, al secolo Giuseppe Previde Massara, produttore e autore di tutti i brani insieme a Battiato (ma c’è una terza firma, S. Albergoni). A qualcuno di voi sarà capitato, anche per sbaglio, di vedere Massara sul piccolo (beh, una volta era piccolo) schermo in occasione di Sanremo 2003, membro della commissione artistica ed esperto da Dopofestival: ebbene, questo signore, che nel nuovo millennio si è diviso tra Maria Pia and Superzoo e le musiche di “Un medico in famiglia”, nel secolo scorso offrì una chance, e qualcosa in più, non solo a Battiato, ma pure a Juri Camisasca e agli Aktuala, agli Osage Tribe e ai Capsicum Red del futuro orsacchiotto Red Canzian.

Dato a Massara quel che è di Massara, veniamo al disco, del quale esiste una versione inglese, “Foetus”, stesso anno e stessa copertina, che oltretutto corregge l’errore nella tracklist presente sulla stampa italiana: il 33 giri si apriva non con “Fetus”, ma con “Energia”; nella versione su cd, la Bmg/Ricordi ha pensato - bene o male, decidete voi - di riprodurre la cover originale con la svista, adattando però l’ordine dei brani alla lista sbagliata… Ah, siete liberissimi di non averci capito una mazza.
Battiato vuole colpire fin dalle immagini.

Così, ecco la fotografia del feto (di quanti mesi? boh) e, all’interno, quella della Hon, l’immensa, coloratissima scultura di donna incinta realizzata per il Moderna Museet di Stoccolma dalla parigina Niki de Saint Phalle - la stessa dello stordente Giardino dei tarocchi di Capalbio - insieme ad altri artisti: stesa sul dorso, è visitabile all’interno attraversandone la vagina. Quanto ai testi dell’album - “interamente dedicato alla persona e all’opera di Aldous Huxley” - oscillano tra poesia e provocazione, preveggenza e millanterie, con qualche inevitabile debito nei confronti dell’autore de “Il mondo nuovo”: “Non ero ancora nato/che già sentivo il cuore/che la mia vita/nasceva senza amore” (“Fetus”), “L'esotomia, I'IBM-azione/de-cloro-de-fenilchetone/essedi-etilizzazione/han dato vita alla programmazione/x = a (sen. *t) x2 = a (sen. wt + y)” (“Fenomenologia”), “Meccanici i miei occhi/di plastica il mio cuore/meccanico il cervello/sintetico il sapore/meccaniche le dita/di polvere lunare/in un laboratorio/il gene dell'amore” (“Meccanica”), “Ho avuto molte donne in vita mia/e in ogni camera ho lasciato qualche mia energia/quanti figli dell'amore ho sprecato io/racchiusi in quattro mura, ormai saranno spazzatura” (“Energia”).

Venendo alle musiche, sono un compendio, talvolta ingenuo, del Battiato che era e di quello che verrà: le canzonette e l’elettronica (Franco si diverte un mondo con il VCS3), la chitarra e il violino, la classica e la contemporanea, con “voci dallo spazio” (gli astronauti di Apollo 11) e prestiti eccellenti, come l’Aria per archi dalla Suite in re numero 3 di Bach che pervade “Meccanica” e ispira “Anafase”.

Non è la prima volta che Battiato si rivolge ai classici: nel ’70 aveva registrato “Vento caldo”, pomposamente firmata Battiato-Ciaikovski, un’operazione un po’ alla Procol Harum di “A wither shade of pale”, con testo del Nostro e musica dal Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra del romantico russo (Franco sarebbe tornato sul luogo del delitto in “Personalità empirica”, da “Ferro battuto”). Una curiosità, ma non solo: in quel brano, e soprattutto nel continguo “Iloponitnatsoc” (leggete dal fondo e vi ritroverete in un luogo molto caro a Battiato), caratterizzato dalla voce al contrario, possiamo trovare gli albori della svolta che da “Fetus” a “Pollution”, dalle sullodate “Corde” ai controversi “Clic” e “M.elle Le Gladiator”, ai dischi “impossibili” del periodo Ricordi (“Battiato”, “Juke box” e “L’Egitto prima delle sabbie”), darà al musicista di Jonia fama, successo, soldi e anche qualche grattacapo. Ma questa è un’altra era, “L’era del cinghiale bianco”.


L'ultimo "vero" album della discografia di Battiato, cioè l'ultimo pubblicato di sua propria volontà, è stato invece, nel 2014, “Joe Patti’s Experimental Group”. Qui la recensione di Franco Zanetti.

Quando ho saputo che Battiato aveva deciso di pubblicare un disco “sperimentale”, mi sono sentito come se mi avessero invitato a cena con un vecchio compagno di scuola del liceo che non vedevo da tanto tempo: “a sort of homecoming”, in un certo senso.
Perché era un po’ che l’aspettavo lì, il mio ex assistito Battiato. E me lo auguravo, che tornasse sul luogo del delitto.
La pistola fumante è fra le mie mani: il CD accreditato al Joe Patti’s Experimental Group, vale a dire Battiato e il suo complice Pino “Pinaxa” Pischetola (uno che in gioventù ha firmato un remix di “Faccia da pirla” di Charlie, ma poi si è redento e ha lavorato come fonico per gente di nome, come appunto Battiato, Jovanotti, Adriano Celentano, Claudio Baglioni, Carmen Consoli e via elencando).


Ho cominciato ad ascoltarlo dal fondo: ero curioso di verificare cosa fosse diventata, quarant’anni dopo, “Propiedad prohibida”, una delle tracce di “Clic” che qui viene ripresa con il titolo in italiano “Proprietà proibita” (è anche il primo “singolo”, ammesso che da questo album si possano ricavare dei singoli radiofonici – quella di “Proprietà proibita” è una scelta quasi ovvia, dato che all’epoca il brano era stato sigla televisiva di “TG2 Dossier”).


Sono contento di potervi dire che non è cambiata di molto: il che mi ha confortato, perché voleva dire, secondo me, che alla fine in “Joe Patti’s Experimental Group” avrei ritrovato il Battiato d’antan.
Che infatti c’è, e per fortuna. Dietro titoli suggestivi si risentono – più pulite, più nitide, ma ugualmente emozionanti – le escursioni soniche dei primi quattro album di Franco Battiato: che qui suona pianoforte, tastiere e sintetizzatori – oltre a intervenire vocalmente in alcuni brani, a volte cantando, a volte vocalizzando, a volte declamando, a volte a ritroso – mentre a Pinaxa sono affidate la programmazione e le ritmiche computerizzate.
Non è dato sapere, finché non potremo chiederglielo, se per registrare sia stato utilizzato il vecchio glorioso VCS3 di “Fetus” o se gli strumenti impiegati siano invece ultramoderni; ma importa poco, perché l’atmosfera, l’ambiente, vorrei quasi dire l’attitudine sono gli stessi.


Riverberi, echi, galoppate ritmiche, improvvise aperture e improvvisi silenzi, pianoforte rarefatto e percussioni violente, squarci orchestrali e lontane voci liriche: non è roba per palati radiofonici, sia chiaro, ma chi ha amato il Battiato di allora ci si ritroverà comodo, in questo “Joe Patti’s Experimental Group”.

E chi l’ha continuato a seguire negli anni successivi, e l’ha seguito con attenzione, ritroverà nel disco qualche indizio quasi nascosto, o dichiarato ma non evidente, nelle citazioni da testi già utilizzati in passato: da quello di “New frontiers” (“L’arca di Noè”, 1982) in “Leoncavallo”; da quello di “Ghost track” (il titolo è proprio questo), cioè la traccia fantasma di “Fleur(s)”, 1999, in “Le voci si faranno presenze”; da quello di “Inneres auge” (title track dell’omonimo album del 2009), che a sua volta proveniva da “L’ignoto” di “Campi magnetici” (2000), in “Come un branco di lupi”; da quello di “Shackleton” (da “Gommalacca”, 1998) in “L’isola elefante”.


Come dire (se posso azzardare un’interpretazione ad minchiam): sono ancora quello che ero, ma nel frattempo ho fatto altre cose che non rinnego, anzi.
Personalmente, d’ora in avanti aspetterò con più curiosità il “prossimo disco” di Battiato: augurandomi che questo “Joe Patti’s Experimental Group” non sia un episodio sporadico, ma l’inizio di una nuova fase del suo viaggio nei suoni.


Iniziata tecnicamente con i due singoli allegati alla rivista Nuova Enigmistica Tascabile nel 1965, ma sostanzialmente con l’album “Fetus” nel 1972, la carriera discografica di Franco Battiato si è effettivamente conclusa con quella sorta di “ritorno alle origini” che è stato nel 2014 “Joe Patti's experimental group”, ideale chiusura del cerchio, della quale l'album “Torneremo ancora”, pubblicato nel 2019, è un po’ un post scriptum, dato che non lo si può a tutti gli effetti considerare un album “di” Battiato, ma più precisamente un album di canzoni cantate da Battiato – 14 dal vivo, una nel suo studio domestico – raccolte sotto un titolo in qualche maniera definitivo. Qui quello che ne abbiamo scritto all'uscita.


Le registrazioni dal vivo sono state effettuate nel 2017, nel corso delle prove per un breve e (per ragioni di salute) faticoso tour – Palermo, Roma, Carpi, Palmanova - con la prestigiosa Royal Philharmonic Orchestra; e i titoli della tracklist riflettono il criterio con cui venne assemblata la scaletta, che fu costruita pensando non tanto alla notorietà delle canzoni quanto alla loro adattabilità al trattamento sinfonico.
Il risultato è affascinante, solenne senza essere (troppo) enfatico; l’orchestra tiene fede alla propria fama, la voce di Battiato – che già in quell’inizio d’estate del 2017 cominciava a tradire qualche debolezza – è armoniosamente inserita nel contesto, e le canzoni… beh, quelle non hanno bisogno di essere elogiate, né le più note né le più oscure.

Il disco si completa con un brano inedito, la cui scrittura risale al 2016, originariamente composto pensando al possibile inserimento in un album di Andrea Bocelli: “Torneremo ancora”, che intitola l’album, scritto con Juri Camisasca, è una riflessione spirituale – non cercate nel testo riferimenti al dramma dei migranti: qui si parla di migrazioni dell’anima, non dei corpi – alla quale l’orchestra (sovrapposta nel 2019 a cura di Carlo Guaitoli alla traccia vocale del provino originario) regala un’atmosfera quasi religiosa.
Sarà l’ultima “nuova” canzone di Battiato che ascolteremo: non fosse che per questo, intenerisce e commuove.

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