“Fireball”, quando i Deep Purple spiazzarono tutti

Un album, uscito nel 1971, ricco di sperimentazioni: per alcuni un progetto di transizione, per altri una piccola gemma.
“Fireball”, quando i Deep Purple spiazzarono tutti

Spiazzante come una palla di fuoco incendiaria, pronta a sgretolare le certezze di molti fan, forse troppo ancorati ad alcuni stereotipi del rock. “Fireball” esce il 9 luglio del 1971: per alcuni un progetto di transizione per la carriera dei Deep Purple, per altri una piccola gemma. “In Rock”, uscito nel 1970, scolpisce l’hard rock inglese e apre la finestra su un mondo, ma quelli, non solo musicalmente, sono anni frenetici in cui tutto assume le sembianze di una scossa. Proprio all’indomani dell’immane successo di “In Rock” e del tour seguente, i discografici premono per avere un degno seguito. Frenesia, si diceva: il tempo è scarso e la band non vuole essere incatenata a qualche cosa di consolidato e tenta di andare oltre quanto fatto fino a quel momento. Il risultato, un anno dopo, è “Fireball”, un disco che rimescola le carte in tavola, spiazzando tutto e tutti, e che, pur vendendo bene, non ripete l’exploit del precedente progetto. Con il successivo “Machine Head” si tornerà a una quadratura del cerchio, forse più vicina però a quei cliché che Ian Gillan e soci volevano rifuggire in quel 1971. “Fireball” raggiunge la prima posizione nella Official Albums Chart in Danimarca e in Germania, la seconda in Austria, Norvegia e Finlandia, la terza nei Paesi Bassi, Italia e Francia e la quarta in Australia. La copertina ritrae i volti dei cinque membri della formazione avvolti in una palla di fuoco.

Il brano più stravagante del progetto è quello intriso di atmosfere country-western, stiamo parlando di “Anyone’s Daughter”, molto lontano dallo stile del gruppo. Il disco si apre con un breve drumming di Ian Paice che introduce un pezzo simbolo potente e spesso: “Fireball”, canzone caratterizzata dal basso distorto di Roger Glover. Seguono “No No No” e “Demon’s Eye”, nel segno del rock’n’blues. “The Mule”, prima traccia del Lato B, è un viaggio psichedelico in cui Paice si mostra in tutta la sua grandezza e tecnica, accompagnato dal suono schizofrenico delle tastiere di Jon Lord e della chitarra di Ritchie Blackmore. La versione live inclusa in “Made in Japan” contiene un meraviglioso assolo di batteria di Paice che allunga notevolmente la durata originale del brano. “Fools” è una lampadina magica che si accende e si spegne: gioca sull’alternanza fra momenti apparentemente di calma e parti più energiche.

C’è ancora spazio per “No One Came” e, così come si era aperto all’insegna dell’hard rock più consono, “Fireball” con questo brano si chiude. Non è certo il più memorabile tra i classici dei Deep Purple, forse è addirittura il pezzo meno riuscito del disco, ma il pezzo contiene comunque tutti quelli che diverranno i cliché del gruppo: i riff di Blackmore, il canto granitico di Gillan, che all’epoca aveva poco da invidiare anche a Robert Plant, e la lunga cavalcata d’organo di Lord, il tutto su un ipnotico suono di basso di Glover e sulla batteria sempre in linea di Paice. In generale “Fireball” rimane un album che prova a osare con momenti di alta tecnica, ma non di assoluta lucidità. È un disco che fotografa i Deep Purple da un’angolazione diversa.

Lato A
Fireball – 3:25
No No No – 6:54
Demon's Eye – 5:21
Anyone's Daughter – 4:43

Lato B
The Mule – 5:23
Fools – 8:21
No One Came – 6:28

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