“Who’s Next”, altro che rock-opera…

Il piano, originariamente, era un altro. Però, dopo una sfilza di problemi, gli astri si allinearono sopra la testa di Pete Townshend e, con l’aiuto di una vecchia chitarra, un sintetizzatore e un grande produttore, gli Who nel 1971 entrarono nel futuro p
“Who’s Next”, altro che rock-opera…

E pensare che se soltanto:

  • i loro amici the Rolling Stones si fossero auto-esiliati in Francia qualche mese prima di quando poi finì effettivamente per accedere;
  • la loro seconda rock-opera “Lifehouse” non fosse implosa;
  • il loro manager Kit Lambert non fosse caduto preda delle droghe pesanti, finendo tra l’altro con il rompere definitivamente con Pete Townshend anche a causa della sua manifesta incapacità di produrre i primi pezzi registrati all’inizio dell’anno presso i Record Plant Studios di New York,

il loro migliore album non avrebbe mai visto la luce.

E invece la vide. “Lifehouse” non accadde e al suo posto nacque “Who’s Next”.

(Ma, dopo tutto, come avrebbero proprio gli Who mai potuto perdere quel meraviglioso bus – il 1971 - che stava attraversando il rock come una scia magica?)

 

A casa di Mick

Non lo persero, infatti.

Mentre usciva “Sticky Fingers”, lo studio mobile dei Rolling Stones era parcheggiato a Stargroves, la tenuta di Mick Jagger dove – sull’orlo di una crisi di nervi e a tanto così da perdere per sempre la sua band logorata da un progetto mai decollato – Pete Townshend registrò la prima versione di “Won’t get fooled again”, il brano che insieme a “Baba O’Riley” avrebbe collocato “Who’s Next” sullo scaffale nobile della biblioteca del rock.

A quel punto, però, era entrato in scena il grande semplificatore, a modo suo un genio della produzione. Glyn Jones aveva le idee chiare e, con in testa un solo obiettivo – il suono dell’album e del gruppo – trascinò subito i ragazzi agli Olympic Studios di Londra, dove li aiutò a inserire nella loro musica il sintetizzatore.

Il sintetizzatore sapeva di futuro e sperimentazione, non era di immediata manegevolezza e non era certo un arnese da rock band. Ma Townshend, lasciatosi finalmente alle spalle sia Kit Lambert sia l’ansia di riuscire a mantenere gli Who sul livello siderale di “Tommy”, fortunatamente si era ormai schiarito le idee e lo usò come un veterano.

La più energetica band sulla scena mondiale, alla ricerca di una fase nuova che con l’epopea mod non avesse più nulla a che fare, entrò così nel proprio futuro.

 

Lifehouse

“Lifehouse” aveva preso corpo attraverso una serie di articoli che Pete Townshend aveva scritto e pubblicato perla testata musicale inglese Melody Maker, per poi evolvere in un concept album, per poi virare nella testa dell’autore nuovamente verso la rock-opera, il formato che aveva reso leggenda la figura del ragazzo cieco-sordo-muto-campione di flipper.

Le sue canzoni seguivano un copione con al centro un eroe misconosciuto che agiva per salvare la società dalla condizione distopica in cui era precipitata. A due anni dall’allunaggio, con “2001 Odissea Nello Spazio” molto vivida nelle pupille, quello del futuro era veramente un grande tema anche per la musica (chiedere referenze a David Bowie).

Quello immaginato dal leader degli Who– che a Kubrick tributerà un omaggio a modo suo con la copertina dell’album – non è però fantascientifico; al contrario, quello di “Lifehouse” è un futuro prossimo e, pertanto, più spaventoso.

In quell’opera Bobby sarebbe stato l’eroe della storia perché capace di diffondere della musica rock nelle stanze in cui la gente viveva rinchiusa (stanze sinistramente chiamate “experience suits”). Non roba da poco in una società orwelliana in cui la musica è vietata e le connessioni umane e materiali funzionano praticamente mediante a una “griglia”, the Grid – qualcosa di molto somigliante a internet (a proposito di visionari…).

Ma, come detto, “Lifehouse” implose. Fortunatamente, non così le sue canzoni: sarebbero uscite nel tempo in altre forme e in altri album, di cui la gran parte – le migliori? – su “Who’s Next”.

 

Glyn Jones, il sintetizzatore e una Gretsch del ‘57

Il produttore Glyn Jones mise gli Who al lavoro su ben otto delle nove tracce che avrebbero dovuto costituire la rock opera abortita. La sua fu una produzione essenziale, ordinata, tesa a privilegiare la qualità del suono e, forse anche grazie all’introduzione del sintetizzatore, capace di regalare nuova linfa e uno stile aggiornato anche al drumming di Keith Moon, magari meno estroso e imprevedibile che altrove ma difficilmente più efficace che qui.

Jones, sempre all’insegna delle cose semplici, ebbe un altro merito: convinse Townshend a derubricare l’idea del doppio album. E Pete, alla fine, forse esausto e forse convinto, lo lasciò libero di decidere su tutto, inclusa la selezione e l’ordine della tracklist.

Al salto verso il futuro, comunque, Pete Townshend abbinò anche un ritorno al passato. Già, perché a fare da contraltare al synth aveva scelto una chitarra del 1957 ricevuta in dono da Joe Walsh: il futuro chitarrista degli Eagles gli aveva regalato quella Gretsch a New York, quando le cose ai Record Plant non erano andate bene, e quella sei corde per lui divenne da quel momento una compagna di viaggio.

 

I brani

“Who’s Next”, pubblicato nell’agosto 1971, andò dritto al primo posto della classifica britannica degli album. Fu la prima e l’ultima volta per la band e, pur trattandosi di un concept album (almeno per otto noni del suo originale progetto), nelle orecchie di tutti noi risuona soprattutto attraverso tre brani firmati dalla penna d’oro di Pete Townshend.

Il brano di apertura, “Baba O’Riley”, trae il proprio titolo quasi da una crasi tra i nomi di Meher Baba, guru personale dell’autore, e quello di Terry Riley, un compositore americano meglio noto per avere caratterizzato la corrente minimalista.

Un piccolo capolavoro che, come l’album al quale appartiene, avrebbe dovuto portare un altro titolo, ben urlato e ripetuto nel pezzo: “Teenage wasteland”. E’ con questa canzone che Townshend si offrì temerario ai fans più puri propinando loro per la prima volta il sintetizzatore attraverso la programmazione dell’organo Lowrey. Vinse una tripla sfida – quella con la sorte, quella con i fans e quella con una falange di critici osannanti all’unanimità – ma avrebbe poi sempre avuto il buon senso di riprocessare le parti d’organo e piano alla chitarra una volta live, rendendo “Baba” un killer dei concerti degli Who da quell’anno e per sempre.

Il brano di chiusura, quella “Won’t get fooled again” all’origine del disco che si faceva beffe del significato e della pericolosità delle rivoluzioni. Un altro grido di battaglia dal vivo, un urlo primordiale a fare da scivolo per i power chords di Pete, un altro esperimento con il synth molto ben riuscito. Come era accaduto sei anni prima con l’iconica “My generation”, pure stavolta a Pete riusciva di firmare un manifesto incazzato; qui, però, alzava l’asticella della critica dalla bolla dei teenager al mondo adulto, incrementando la gravità della denuncia.

E, infine, il brano che vide Keith Moon restare fermo per la durata più lunga della sua vita (questa, purtroppo, non è mia, ma del sommo Dave Marsh): prima che il batterista “entrasse” nel pezzo, infatti, c’era già stato spazio per un’armonia a tre tra Daltrey, Townshend e Entwistle. Originariamente dedicata al cattivo di “Lifehouse”, Brick, musicalmente potrebbe essere definita una canzone dissociata, composta com’è da due parti diverse che potrebbero camminare ciascuna sulle proprie gambe (come “Layla” per Clapton, per intenderci).

Ovviamente in un album che meritò il titolo di migliore di sempre degli Who – e per molti critici dell’epoca addirittura del migliore rock album del 1971 – deve esserci stato, e c’era, molto di più al suo interno.

Per esempio, la qualità del canto di Roger Daltrey, mai migliore di così in nessun altro disco.

Ma anche “My wife”, il brano firmato da John Entwistle che con il consueto tocco comico reso immortale da “Boris the spider” esagerava il racconto di una lite con sua moglie e, con l’occasione, sfoggiava linee di basso da assassino.

La copertina

Per impacchettare l’album che avrebbe dovuto essere “Lifehouse” e non lo fu mai, l’idea adatta per sfociare in una grafica sufficientemente futuristico-distopica prese forma da Keith Moon e John Entwistle. Ispirato da una conversazione tra i due basata su “2001 Odissea nello Spazio”, il fotografo Ethan Russell trascinò la band nella città mineraria di Easington Colliery, dove il grigiore non mancava e dove da una montagna di rifiuti si ergeva un parallelepipedo di cemento, scelto per ricordare l’obelisco scuro intorno al quale si raggruppavano le scimmie del film di Stanley Kubrick. Russell scattava e scattava, le pose non sembravano portare a nulla, al punto che Pete - apparentemente annoiato - urinò sulla parete del blocco di cemento.

Così - da una pisciata vera, arricchita poi con getti d’acqua di scena che surrogavano la mancata minzione di Daltrey, Moon e Entwistle - era nata la copertina di “Who’s Next”, l’album che aveva definitivamente trasportato gli Who negli anni Settanta dopo che “Live at Leeds” non ce l’aveva fatta (troppo legacy). Grazie anche alla sua quinta traccia, “The song is over”, l’addio iper-realista di Pete Townshend agli anni Sessanta. L’addio di un intellettuale nato che aveva scelto il rock come suo codice poetico.

Tracklist

Side One

"Baba O'Riley"

"Bargain"

"Love Ain't for Keeping"

"My Wife"

"The Song Is Over"

 

Side Two

"Getting in Tune"

"Going Mobile"

"Behind Blue Eyes"

"Won't Get Fooled Again"

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