Dave Grohl: "Il rock è una medicina ed è ancora efficace". L'intervista

Incontro virtuale con il leader dei Foo Fighters, che ha raccontato ala stampa italiana "Medicine at midnight": "Il rock rinasce ogni volta dalla sua tomba come uno zombie e cerca di riconquistare il mondo". E ricorda di quando i Nirvana..
Dave Grohl: "Il rock è una medicina ed è ancora efficace". L'intervista

“I’m sorry, I fucking talk too much”, dice ridendo Dave Grohl. È vero, ma non ha nulla di cui chiedere scusa: ogni domanda al leader dei Foo Fighters, anche la più semplice, produce risposte articolate e mai banali.  “Una domanda mi fa parlare per 20 fottuti minuti”, scherza.
 Grohl è the nicest man in music biz, quello che fa sempre la cosa giusta al momento giusto, nonché il sogno di ogni giornalista: disponibile, ogni frase è un titolo - per questo riprendiamo spesso le sue dichiarazioni su Rockol.

 Questa volta però l’abbiamo incontrato. Virtualmente, s’intende: collegato via Zoom da Los Angeles, ha fatto una chiacchierata con la stampa italiana per presentare .“Medicine at midnight”, il nuovo album della band, appena uscito. Poi siamo finiti a parlare di politica, di Nirvana, di quando suonava nei centri sociali italiani con gli Scream, la sua prima band punk. “Non è cambiato molto da allora, in realtà: siamo sempre un gruppo di ragazzi che si chiude in una stanza a suonare. È ciò che c'è fuori dalla stanza che è diverso”. 

“Medicine at midnight" doveva uscire nel 2020, giusto?
Sapevamo che il 2020 sarebbe stato l’anno del 25° anniversario, quello del decimo disco: immaginavamo lo avremmo passato in giro per il mondo. Così, al posto di fare un album morbido, abbiamo pensato: facciamo un disco allegro, da ballare. L’abbiamo finito a gennaio 2020, eravamo pronti, poi tutto si è fermato. Abbiamo iniziato ad aspettare. Poi abbiamo aspettato ancora, ed ancora. Il momento giusto per pubblicarlo sembrava non arrivare, poi abbiamo semplicemente capito che non sarebbe mai arrivato. Così l’abbiamo pubblicato e basta: non scriviamo le canzoni solo per portarle su un palco.

Siete stati tra le prime band rock a organizzare un livestream, dal Roxy di Los Angeles. Che esperienza è stata?
La prima volta che ho fatto un concerto in streaming, ho pensato: è sbagliato, c’è qualcosa che non va. Suonare in una stanza vuota, senza pubblico, senza interazione, solo con i tuoi roadie, che in quel momento ti odiano.…  Poi in realtà mi sono divertito: ho capito che in questo momento la cosa importante è fare qualcosa che diverta, che intrattenga, in qualsiasi modo possibile. 

Ti sei fatto un’idea di quando si tornerà a suonare dal vivo?
Non lo so, ma so che succederà perché trovarsi assieme a cantare e ballare è parte della natura umana. So che ci avviciniamo a quel momento ogni giorno di più e so per certo che il primo giorno buono per fare un concerto, io ci sarò.

Qual è la medicina dei Foo Fighters?
Abbiamo scelto questa parola per il titolo perché rappresenta la guarigione, mentre la mezzanotte rappresenta l’urgenza, il fatto che hai bisogno di qualcosa subito, in fretta.

La medicina è il rock? È ancora efficace?
Si sta evolvendo, sta cambiando, e vedo un sacco di band giovani che la usano bene. Da dieci anni e passa mi chiedono periodicamente se il rock è morto. Rispondo sempre che nel mio mondo è tutt’altro che defunto, soprattutto quando sento decine di migliaia di persone che cantano “My hero” a squarciagola.

Qualche esempio dello spirito rock contemporaneo?
Billie Eilish.

So che un sacco di persone non la considerano rock, però non è una questione di suono o arrangiamenti, ma di cultura. Ha creato una connessione con un movimento di persone che si sente come lei: è una questione più emotiva e di emozioni. Per me quella è una grossa parte di quello che è il rock. 
Poi vedo Miley Cyrus con una chitarra elettrica come Joan Jett negli anni ’80, o Phoebe Bridges che ne spacca una al Saturday Night Live… E mi chiedo se il rock è davvero morto o rinasce ogni volta dalla sua tomba come uno zombie e cerca di riconquistare il mondo. .
Io sono un vecchio stregone tipo Gandalf, faccio le cose che si fanno nel mio mondo. Ma vedo cosa succede al di fuori: le mie figlie ascoltano di tutto, da Stevie Wonder ai Beatles, sono aperte a tutto quello che gira intorno.

“Shame shame” è una interpretazione particolare sia del rock sia del suono dei Foo Fighters
Abbiano iniziato a scrivere con “Making a fire”, che è anche la prima canzone dell'album. A quel punto avevamo pensato di avere trovato una nuova direzione, ma le cose scritte dopo suonavano esattamente come i Foo Fighters, così le abbiamo buttate via. Un giorno ho avuto questa idea che cominciava con un ritmo semplice di batteria, su cui ho aggiunto le dita che schioccano. Una bella sensazione di sorpresa che volevamo venisse provata anche dai nostri ascoltatori. 

Una canzone però diversa dal resto del disco. Come mai l’avete scelta come primo singolo?

Lo so che è una canzone più scura, che non rappresenta necessariamente l'album disco: nasce da un incubo che ho avuto da ragazzino, con una bara in fiamme in cima ad una collina e io che cercavo di aprirla, anche se scottava. E ho pure avuto un’infanzia felice... Ma facevo sogni come questi, molto vividi. 
Quella canzone è l’introduzione al disco: volevo che gli ascoltatori si facessero una domanda più che avere delle certezze.

“Waiting on a war” invece l’hai scritta pensando alla guerra fredda degli anni ’80. Ti saresti mai immaginato di vedere il tuo paese sull’orlo di una guerra interna?
Negli ultimi anni il nostro paese è stato profondamente diviso, sempre di più. Non posso dire di essere sorpreso, è stato un un lento e progressivo declino. Ma non credo sia una situazione senza speranza: mentre parlo, stanno facendo il processo per l’impeachment all’ex presidente. Ho fiducia nella gente, anche se c’è un sacco di lavoro da fare…. Ma chiunque dice che non si aspettava fatti come quelli del 6 gennaio, sta mentendo.

Pensi che i Foo Fighters siano una voce politica?
No.

La band ha delle canzoni che possono unire la gente, ma parlano di temi generali: credo che ci siano altre persone che si sentano come noi. Quando ci hanno chiesto di suonare “Times like these” per il presidente Biden, è per quello che rappresenta per la gente. Ma è una canzone scritta un sacco di anni fa, quando ero ad un bivio della mia vita e dovevo prendere delle decisioni. È una canzone che può essere applicata ad un sacco di situazioni, sia personali che politiche: la gente la canta per motivi diversi e non sono mai gli stessi. Però è una canzone unisce.
Mio padre era in politica: scriveva discorsi per i repubblicani, a Washington D.C.. E questo mi basta per non voler entrare in politica: voglio ribellarmi a mio padre, da sempre…

Dopo tutti questi anni come fanno  Foo Fighters ad essere percepiti come una band di persone normali e non delle rockstar altezzose?
Siamo una band strana. Prendiamo sul serio un sacco di cose, dal fare un album in poi. Però ci sono altre cose che sono più normali: sappiamo di essere fortunati, siamo amici. Stiamo nella nostra bolla. Quello che facciamo è onesto.
Abbiamo provato a non suonare e a non sembrare come noi stessi, ma non ci riusciamo, non funziona. Cosi ci siamo detti: sapete che c’è? facciamo quello che sappiamo fare. A parte quando mi sono rotto la gamba e non ho camminato per un anno, non penso di essere molto diverso da quando avevo 21 anni: forse è quello è il problema…

Ai tempi dei Nirvana era diverso, però. Per esempio si racconta che quando giraste “Unplugged in New York” ci fosse una gran tensione nell’aria…
Si, pensavamo sarebbe stata una serata disastrosa. I Nirvana avevano due tipi di show: serate rumorose catartiche e trascendentali, o dei disastri totali, i peggiori che abbiate mai visto.  Non c’erano vie di mezzo: wow! o fuck!. 

Perché non avete suonato “Smells like teen spirit”?
Non abbiamo suonato le canzoni più famose come perché era troppo ovvio e perché suonarla acustica… sul serio? 
Eravamo abituati ad essere rumorosi: trasformare le nostre canzoni in quell’ambiente minimale richiese cautela e attenzione. Le scelse Kurt, che pensò anche alle cover. 

Alla fine però andò bene, altro che serata disastrosa...
Ci sono state delle volte in cui i Nirvana si sono immersi in situazioni senza speranza e ne sono usciti con una speranza vera: fu una di quelle sere. Sapevamo che se fosse andata male, non l’avremmo fatto vedere. Invece ci furono momenti davvero intensi, come quando suonammo “Where did you sleep last night” di Leadbelly. Quello fu reale.

All’inizio della tua carriera venivi spesso a suonare in Italia, ancora prima dei Nirvana.
La mia storia con il vostro paese va avanti da più di 30 anni: la prima volta sono venuto con la mia band punk, gli Scream. Eravamo famosi in Italia, nel senso che suonavamo di fronte a 100 persone, in posti come il Forte Prenestino o il Leoncavallo o nei centri sociali di  Torino Pisa e Bologna. Ci sentivamo ben accetti. L’ultima volta che sono venuto ho visto amici di quando avevo 18 anni.

Da allora è cambiato tutto...
Non è cambiato molto, in realtà quando mi vedo con la band mi trovo in una stanzetta come allora. Certo, fuori è diverso. Quella degli Scream e di Washington D.C. era una comunità molto forte e unita, in quel periodo ci si aiutava a vicenda. Si mangiava, si suonava, si trovava un posto dove stare. Ma ricordatevi che in quel periodo la cultura alternativa non era così accettata come oggi, era difficile sopravvivere.  
Oggi è tutto più interconnesso, ma al tempo le città avevano un suono più specifico, come ho raccontato in “Sonic Higways”. C’erano delle comunità e anche in Italia non era molto diverso. Ho un sacco di storie fottute di quel periodo, ma a raccontarle tutte ci vorrebbero dei giorni...

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