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Clash, 40 anni di “Sandinista!”: fatti, misfatti e una playlist per riscoprirlo.

Tra i suoi solchi una decina di generi musicali. Intorno ai suoi tre vinili molti personaggi, storie e curiosità. E, per concludere...
Clash, 40 anni di “Sandinista!”: fatti, misfatti e una playlist per riscoprirlo.

Cosa c’entrano Francis Ford Coppola, Baustelle, Eddy Grant, Ian Dury, Tears For Fears, Maurizio Cattelan con il triplo album più folle della storia del rock? C’entrano.

Vero punk

Riuscire a fare incazzare simultaneamente i propri fans e la propria casa discografica è la cosa più punk.

L’impresa è dei Clash, con “Sandinista”. E’ il 1980 e con “London Calling” giusto alle proprie spalle, la band pensa bene di consegnare alle stampe sei facciate in vinile, per un totale di 36 pezzi.

I fans? Non ci capiscono nulla. Soul & disco, reggae & dub, r’n’b & gospel, rockabilly & rock, hip hop & funk: manca solo l’opera in quella collezione che suona roba che non ti aspetti e che cela sì anche roba buona, a patto che tu abbia tempo e pazienza.

La casa discografica? Provaci tu a vendere un triplo album di musica sconnessa al prezzo di un album singolo (questa la richiesta di Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon alla CBS).

 

Fucking long, innit?

Alla fine, due mosse parano il colpo al gruppo, a quei tempi già decorato con l’etichetta “The only band that matters”. La prima è la rinuncia a una bella quota delle proprie royalties così da riuscire a mettere il triplo in vendita al prezzo di un singolo. La seconda è “The magnificent seven”, che è un signor singolo, alla faccia dei suoi cinque minuti e 33 secondi di durata (“Fucking long, innit?”, si può sentire commentare Joe Strummer più o meno allo scoccare del quinto minuto della canzone).

 

Che basso falso...

Singolo che contiene, vuole la vulgata, la migliore linea di basso di sempre in un pezzo dei Clash – formazione co-fondata da un bravo bassista, Paul Simonon, Simo per commilitoni e amici.

Il quale, in quel lontano 1980, ha ceduto alle lusinghe della telecamera e si sta giusto impegnando nelle riprese di ‘Ladies and Gentleman, the Fabulous Stains’.

Ma i suoi commilitoni, che stanno per incidere sia ‘Lightning Strikes (Not Once But Twice)’ che, appunto, ‘The magnificent Seven’ non possono aspettare. Che fanno? Si fanno aiutare da Norman Watt-Roy, membro dei Blockheads di Ian Dury.

Già: Simo ha appena bucato un piccolo appuntamento con la storia.

 

You owe me a fiver

Joe Strummer, a Londra, incontra in un ristorante Roland Orzabal, frontman dei Tears For Fears che, in quel periodo della seconda metà degli anni ’80, incarnano la fama e la gloria del pop britannico.

“Amico, mi devi cinque sterline”, dice Joe a Roland.

“E perché?”, fa quello.

“Perché ‘Everybody wants to rule the world’ è un titolo preso pari pari dalla nostra ‘Charlie don’t surf’”, risponde il primo.

Al che Orzabal mette mano al portafogli e gli dà cinque sterline.

L’aneddoto si può leggere in un numero del 1988 di “Musician”, grandissimo magazine musicale estinto da decenni, che riporta un’intervista a Joe Strummer. E si riferisce a “Sandinista”, di cui “Charlie don’t surf” è uno dei classici.

 

“Adoro l’odore del napalm…

… il mattino presto”.

Recita così il tenente colonnello Kilgore, fuori come un kite nel Vietnam che Francis Ford Coppola rende ancora più tragico e grottesco allo spettatore con “La cavalcata delle valchirie”. La frase più celebre, insomma, tratta da un’altra opera la cui durata è stata storicamente giudicata almeno discutibile.

Ma “Apocalypse now” contiene anche un’altra frase di Robert Duvall-Kilgore. E’ la sua risposta a un soldato, che constatando le caratteristiche della postazione in cui si trovano, osserva: “Qui siamo a Charlie Point”, intendendo che sarebbe una buona zona per fare surf.

Kilgore replica serafico: “Charlie don’t surf!”.

Una frase che non sfugge a Joe Strummer – autodefinitosi più volte ossessionato dal film – e che gli ispirerà un titolo che farà la storia (minore) dei Clash.

Per la cronaca: Charlie è una contrazione di Victor Charlie; che a sua volta è una rilettura di VC; che a sua volta significa Viet Cong – ergo, Charlie è il nomignolo dato dai soldati americani ai Viet Cong.

 

Charlie Fa Surf

La traduzione di “Charlie Don’t Surf” da parte dei Baustelle? Non esattamente. Più che altro, una canzone ispirata a un’opera d’arte intitolata “Charlie don’t surf” di Maurizio Cattelan. Anch’egli colpito dalla stessa frase di Kilgore-Duvall, l’artista l’ha rappresentata con un bambino-manichino seduto a un banco di scuola con le mani inchiodate da due matite.

Il pezzo rock di Francesco Bianconi, che ovviamente racchiude anche un’implicita citazione dei Clash, è ispirato a Cattelan, non a Coppola o Strummer.

 

Da non perdere

Non tutti i brani hanno nobili natali come “Magnificent” e “Charlie”.

Ma “Police On My Back” sembra racchiudere in sè il dono dell’inevitabilità, considerando che su “London Calling” avevamo avuto I Fought The Law”… Ed è una grande cover (scritta da Eddy Grant, la sua pubblicazione da parte degli Equals risale al 1967).

E “One More Time” è reggae di splendida fattura.

 

“Sandinista!” redux? Una playlist…

Ho due foto di Joe Strummer e dei Clash sempre di fronte e a fianco a me, e so per certo che la buonanima si offenderebbe se non notassi sinceramente che “Sandinista!” è sì da avere a tutti i costi, purchè lo si sappia ascoltare con attenzione selettiva.

Conosciamo il detto, no? “Al posto di qualsiasi buon doppio album ci sarebbe stato un grande album singolo”. E che dire di un triplo, allora…?

Propongo una versione redux di “Sandinista!”, comprimendolo idealmente in un album singolo – il che, poi, equivale a farne una playlist. Composta da:

  • The Magnificent Seven
  • Police On My Back
  • Washington Bullets
  • The Street Parade
  • If Music Could Talk
  • Something About England
  • Charlie don’t surf
  • The leader
  • One More Time Dub
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