David Bowie, cinque libri consigliati da lui

Più gli altri 95 della sua lista dei cento
David Bowie, cinque libri consigliati da lui

David Bowie era un assiduo e appassionato lettore, capace di spaziare dai classici della letteratura mondiale alla saggistica contemporanea. Nel 2013, tre anni prima di morire, Bowie svelò la lista dei 100 libri che più aveva amato durante la sua vita, che più avevano influenzato il suo modo di guardare il mondo e la sua produzione artistica (la riportiamo integralmente in coda alla notizia).
John O' Connell, giornalista di "Time Out", "The Face", "The Times" e "The Guardian", ha avuto l'idea di raccontare uno per uno i cento libri della lista di Bowie in un libro, oggi tradotto in italiano da Fabrizio Coppola e pubblicato da Blackie Edizioni.


Per gentile concessione dell'editore, vi proponiamo di seguito degli estratti dalle schede di cinque dei libri preferiti di Bowie.

 

 

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Anthony Burgess, "Arancia meccanica"

Ambientato in un’Inghilterra totalitaria del futuro, "Arancia meccanica" è la storia di Alex, uno studente che ama Beethoven e capeggia una gang con cui trascorre le serate stuprando e saccheggiando sotto l’effetto del latte più, un intruglio corretto con anfetamina. La pellicola (di Stanley Kubrick) e il romanzo da cui è tratta affrontano il senso di appartenenza derivante dall’essere membro di una gang. Ma trattano anche le conseguenze: quello che succede quando la gang si scioglie e il potere di cui godeva gocciola via. 
È possibile, se lo si vuole, vedere Alex come Ziggy e i drughi come gli Spiders – la band fittizia, non i veri musicisti di Bowie, ossia Mick Ronson, Woody Woodmansey e Trevor Bolder.

Nell’opaca narrazione di Bowie, questi sono confinati nel ruolo di comprimari che si lamentano dei fan del loro leader e si domandano se non sia il caso di fargli assaggiare un po’ di quella vecchia ultraviolenza fratturandogli le belle mani….
Il nadsat, lo slang anglo-russo parlato da Alex, affiora anche nel brano «Suffragette City», ma il modo in cui Bowie lo usò decenni più tardi, in una delle sue ultime canzoni, «Girl Loves Me», suggerisce un suo apprezzamento ben più radicato che ci riporta al ricco tessuto lessicale del romanzo.
Perché in «Girl Loves Me» Bowie lo mescola volontariamente con il linguaggio segreto dei gay inglesi, il polari, rinforzando l’opinione dello storico della cultura Michael Bracewell secondo il quale "Arancia meccanica" era una messa in dubbio della virilità moderna che, svelandone la crisi, sanciva la nascita del giovane ribelle dell’anima, un anticonformista di un nuovo tipo che compensava la propria corruzione con un profondo idealismo emotivo. Una descrizione che mi fa sempre pensare a Bowie.


Albert Camus, "Lo straniero"

"Lo straniero" racconta la storia di Mersault, un francese che vive nella Algeri coloniale.

È un personaggio particolare – piatto, inerte, distaccato. Il suo vizio fatale consiste nell’incapacità di dissimulare. Alla morte della madre, non è granché afflitto e non si preoccupa di nasconderlo. Quando la sua fidanzata Marie gli chiede se la ama, lui risponde di no, ed è vero. Poi diventa amico di un vicino violento, Raymond, e finisce su una spiaggia in una giornata torrida dove uccide un arabo. Non perché si sentisse minacciato o fosse impaurito, ma perché ucciderlo è facile tanto quanto non ucciderlo, e in ogni caso il riverbero accecante del sole sul coltello dell’uomo lo disturba. In tribunale, Mersault si rifiuta di esprimere pentimento sia per l’omicidio, sia per la morte della madre, e viene quindi giudicato colpevole e condannato alla ghigliottina. Ha disprezzato le convenzioni e, come Camus scrisse con una certa malizia nell’epilogo, un uomo che non piange al funerale della madre è come se chiedesse di essere condannato alla pena capitale.
Probabilmente Bowie fu spinto alla lettura del breve classico di Camus tramite un bestseller degli anni cinquanta, un romanzo di Colin Wilson intitolato come la traduzione per il mercato inglese di "Lo straniero", ossia "The Outsider". Wilson ammirava lo scrittore francese, ma ne usava l’impianto filosofico, spesso accomunato all’esistenzialismo anche se Camus non apprezzava
quel termine, per nutrire il proprio concetto romantico di «estraneità», inteso come una sorta di distaccata superiorità di pochi eletti. Ma il romanzo di Camus offre una visione più sottile di questa. In realtà, le sue minime ma cruciali ambiguità di linguaggio e di tono rendono "Lo straniero" uno dei rari lavori che sembrano diversi a ogni rilettura.


Vladimir Nabokov, "Lolita" 

La dodicenne Dolores «Lolita» Haze fu il passaporto di Nabokov per la fama e il plauso del pubblico.

Lei è la sfortunata preda del narratore protagonista di "Lolita", Humbert Humbert, un professore di Letteratura e poeta minore che vive di un’eredità e finisce a Ramsdale, nel New England, prendendo in affitto una stanza da una ricca vedova, Charlotte Haze. I due si sposano, ma lui in verità desidera la figlia. Perché è un pedofilo ossessionato dalle ragazzine di età compresa tra i nove e i quattordici anni, che definisce «ninfe». Alla morte di Charlotte – investita da un’auto mentre attraversa di corsa la strada per andare a imbucare le lettere in cui denuncia il marito, la cui natura ha appena scoperto – Humbert conduce Lolita in una specie di odissea nei motel americani, che si conclude quando lei lo lascia per un regista teatrale, Clare Quilty.
Nabokov aveva una figura grandiosa, quasi regale. «Non credo che un artista debba occuparsi del proprio pubblico» dichiarò nel corso di un’intervista al magazine della bbc Listener. «Il suo pubblico migliore è la persona che vede nello specchio ogni mattina quando si rade.» Dopo il crollo degli anni Ottanta e dischi deludenti come "Tonight" e "Never Let Me Down", Bowie giunse a condividere quel punto di vista. «Ho commesso i miei errori maggiori ogni volta che ho cercato di giudicare con il senno di poi oppure di compiacere il pubblico» ammise nel 2003 al magazine "The Word". «I miei lavori migliori sono quelli in cui penso solo a me stesso.»


George Orwell, "1984"

Eric Blair, più noto come George Orwell, scrisse quasi tutto 1984 proprio nel 1947, anno di nascita di Bowie. Aveva trascorso la guerra tra alti e bassi, rimediando una miseria come recensore di libri prima di ottenere un posto alla Indian Section del BBC World Service, e in seguito uno migliore alla rivista di sinistra (ma antistalinista) "Tribune", dove pubblicò la gran parte dei suoi pezzi migliori.
Ritiratosi sulla remota isola di Jura, nelle Ebridi Interne, malato terminale di tubercolosi, Orwell utilizzò la Londra grigia e devastata dalle bombe che avrebbe costituito la cornice dell’infanzia di Bowie per dar vita alla capitale di Pista Uno, una provincia all’interno della superpotenza Oceania – governata dal Grande Fratello, dai tratti staliniani, e bloccata in un conflitto permanente con la superpotenza rivale di Eurasia.

Il titolo di lavorazione del romanzo era "The Last Man in Europe", riferendosi al trentanovenne Winston Smith, il quale lavora per il Ministero della Verità con il compito di eliminare ogni riferimento ai traditori, che vengono cancellati da libri e giornali.
Il romanzo di Orwell lasciò una grande impronta nella mente di Bowie. Dal momento che ricordava di aver visto da piccolo la miniserie televisiva "The Quatermass Experiment", è possibile che abbia visto anche l’adattamento del romanzo per la BBC di Nigel Kneale, lo stesso autore della miniserie, con Peter Cushing nei panni di Winston Smith e trasmessa nel dicembre del 1954. In qualsiasi modo abbia scoperto il libro, mostrò il suo apprezzamento nella maniera a lui più congeniale: la stravaganza.
Nel 1973 immaginò un progetto grandioso per trasformare "1984" prima in un musical poi in un programma televisivo. Ma Sonia, la vedova di Orwell che ne deteneva i diritti, si oppose. Era un problema enorme per Bowie, che si trovava con un sacco di materiale semiregistrato di cui non sapeva più cosa fare.
Il risultato fu l’album "Diamond Dogs", in cui inserì brani come «Big Brother», «1984» e «We Are the Dead», spostando
l’accento del progetto fino a farlo sembrare una specie di "Oliver Twist" riscritto da William Burroughs. 
Se da qualche parte in "Diamond Dogs" è racchiusa l’anima di "1984" è di sicuro in «We Are the Dead», il canto del suo
amore spacciato per Julia – l’episodio più sensuale e toccante del disco, il cui titolo è una citazione diretta dal romanzo: sono le parole che Winston rivolge a Julia mentre giace con lei un attimo prima che il loro nascondiglio venga scoperto e loro separati per sempre.


Truman Capote, "A sangue freddo"

«David Bowie ha del talento» disse Truman Capote a Andy Warhol nel 1973 – un’affermazione alquanto generosa da parte dell’uomo che trovava Mick Jagger «sexy quanto una rana che piscia». Bowie restituisce il complimento inserendo nella sua lista "A sangue freddo", l’avvincente romanzo di non fiction del 1966 che di fatto ha dato vita al genere "true crime". La forza del libro e la sua immediatezza sono il risultato della scelta di Capote di usare le tecniche della narrativa per elevare un mero reportage a una nuova forma d’arte.
Frutto di sei anni di lavoro, "A sangue freddo" racconta l’orribile storia di un omicidio plurimo che devastò Holcomb, piccola cittadina del Kansas il 15 novembre 1959. Il ricco imprenditore agricolo Herb Clutter, la moglie e due dei suoi figli furono uccisi a colpi di arma da fuoco – a Herb tagliarono anche la gola – da Perry Smith e Dick Hickock, due ladri appena usciti con la condizionale, i quali avevano sentito dire che Clutter teneva grandi somme di denaro nella cassaforte di casa.
Capote portava il suo vessillo da freak bene in vista. Furbo nei modi e appariscente nel vestiario, con una vocina stridula che divenne ben presto il suo marchio di fabbrica, era apertamente gay – una visione già piuttosto rara a New York, figuriamoci a Holcomb. Come disse Lee secondo quanto riportato da Gloria Steinem in un articolo su "Glamour" del 1966: «Sembrava venuto dalla luna – questa gente non aveva mai visto nessuno che assomigliasse pure lontanamente a Truman».
Davvero, sembrava precipitato qui dallo spazio! Ma in "A sangue freddo" dimostra qualcosa che Bowie conosceva solo in modo intuitivo, e cioè che essere un outsider – o perlomeno atteggiarsi a – assicurava copiosi dividendi.

 

La lista dei 100:


Anthony Burgess, Arancia meccanica (1962)
Albert Camus, Lo straniero (1942)
Nik Cohn, Awopbopaloobop Alopbamboom (1969)
Dante Alighieri, Inferno (1308-1320 circa)
Junot Díaz, La breve favolosa vita di Oscar Wao (2007)
Yukio Mishima, Il sapore della gloria (1963)
Frank O’Hara, Selected Poems (2009)
Christopher Hitchens, Processo a Henry Kissinger (2001)
Vladimir Nabokov, Lolita (1955)
Martin Amis, Money (1984)
Colin Wilson, L’Outsider (1956)
Gustave Flaubert, Madame Bovary (1856)
Omero, Iliade
James Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte (1974)
Saul Bellow, Herzog (1964)
T.S. Eliot, La terra desolata (1922)
John Kennedy Toole, Una banda di idioti (1980)
Greil Marcus, Mistery Train. Visioni d’America nel rock (1975)
The Beano (fondata nel 1938)
Fran Lebowitz, Metropolitan Life (1978)
Richard Cork, David Bomberg (1988)
Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz. Storia di Franz Biberkopf (1929)
George Steiner, Nel castello di Barbablù. Note per la ridefinizione della cultura (1971)
D.H. Lawrence, L’amante di Lady Chatterley (1930)
Petr Sadecký, Octobriana and the Russian Underground (1971)
Conte di Lautréamont, Canti di Maldoror (1868)
John Cage, Silenzio (1968)
George Orwell, 1984 (1949)
Peter Ackroyd, Hawksmoor (1985)
James Baldwin, La prossima volta, il fuoco (1963)
Angela Carter, Notti al circo (1984)
Eliphas Lévi, Il dogma dell’Alta Magia e Il rituale dell’Alta Magia (1856)
Sarah Waters, Ladra (2002)
William Faulkner, Mentre morivo (1930)
Christopher Isherwood, Il Signor Norris se ne va (1935)
Jack Kerouac, Sulla strada (1957)
Edward Bulwer-Lytton, Zanoni (1842)
George Orwell, Nel ventre della balena e altri saggi (1940)
John Rechy, Città di notte (1963)
David Sylvester, Interviste a Francis Bacon (1987)
Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (1976)
F. Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby (1925)
Julian Barnes, Il pappagallo di Flaubert (1984)
J.B. Priestley, English Journey (1934)
Keith Waterhouse, Billy Liar (1959)
Alberto Denti di Pirajno, A Grave for a Dolphin (1956)
RAW (1986-1991)
Susan Jacoby, The Age of American Unreason (2008)
Richard Wright, Ragazzo negro (1945)
Viz, (fondata nel 1979)
Ann Petry, La strada (1946)
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo (1958)
Don DeLillo, Rumore bianco (1985)
Douglas E. Harding, La via senza testa. Lo zen e la
riscoperta dell’ovvio (1961)
Anatole Broyard, Furoreggiava Kafka (1990)
Charles White, The Life and Times of Little Richard (1984)
Michael Chabon, Wonder Boys (1995)
Arthur Koestler, Buio a mezzogiorno (1940)
Muriel Spark, Gli anni fulgenti di Miss Brodie (1961)
John Braine, Room at the Top (1957)
Elaine Pagels, I vangeli gnostici (1979)
Truman Capote, A sangue freddo (1966)
Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa, 1891-1924 (1996)
Rupert Thomson, The Insult (1996)
Gerri Hirshey, Nowhere to Run: The Story of Soul Music (1984)
Arthur C. Danto, Oltre il Brillo Box. Il mondo dell’arte
dopo la fine della storia (1992)
Frank Norris, McTeague (1899)
Mikhail Bulgakov, Il Maestro e Margherita (1966)
Nella Larsen, Passing (1929)
Hubert Selby Jr, Ultima uscita per Brooklyn (1964)
Frank Edwards, Strange People: Unusual Humans Who
Have Buffled the World (1961)
Nathanael West, Il giorno della locusta (1939)
Tadanori Yokoo, Tadanori Yokoo (1997)
Jon Savage, L’invenzione dei giovani (2007)
Wallace Thurman, I figli della primavera (1932)
Hart Crane, Il ponte (1930)
Evgenija Solomonovna Ginzburg, Viaggio nella vertigine (1967)
Ed Sanders, Racconti di gloria beatnik (1975)
John Dos Passos, Il 42° parallelo (1930)
Peter Guralnick, Sweet Soul Music. Il rhytm’n’blues e l’emancipazione dei neri d’America (1986)
Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti (1987)
Camille Paglia, Sexual Personae. Arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson (1990)
Jessica Mitford, Il sistema di morte americano (1963)
Otto Friedrich, Before the Deluge: A Portrait of Berlin in the 1920s (1972)
Private Eye (fondata nel 1961)
R.D. Laing, L’io diviso (1960)
Vance Packard, I persuasori occulti (1957)
Evelyn Waugh, Corpi vili (1930)
Howard Zinn, Storia del popolo americano dal 1492 a oggi (1980)
Wyndham Lewis (a cura di), Blast (1914)
Ian McEwan, Fra le lenzuola e altri racconti (1978)
David Kidd, All the Emperor’s Horses (1961)
Malcolm Cowley (a cura di), Writers At Work: The Paris Review Interviews, prima serie (1958)
Christa Wolf, Riflessioni su Christa T. (1968)
Tom Stoppard, La sponda dell’utopia (2002)
Anthony Burgess, Gli strumenti delle tenebre (1980)
Howard Norman, Coro di voci dal faro (1994)
Spike Milligan, Puckoon (1963)
Charlie Gillett, The Sound of the City. La storia del rock (1970)
Lawrence Weschler, Il gabinetto delle meraviglie di Mr. Wilson (1995)
 

Questi testi sono tratti da "Il book club di David Bowie", di John O'Connell, pubblicato da Blackie Edizioni, per gentile concessione dell'editore.

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Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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