Rolling Stones: la storia di "Doncha bother me" e "Going Home"

"Aftermath" ha compiuto 55 anni: lo ripercorriamo canzone per canzone
Rolling Stones: la storia di "Doncha bother me" e "Going Home"

Se i pezzi registrati a marzo del 1966 mostrano un Jagger polemico nei confronti delle donne, quelli incisi a dicembre del 1965 indicano una certa stanchezza: il titolo di "19th Nervous Breakdown" è nato in un momento di spossatezza, "Going Home" parla apertamente della voglia di tornare a casa dopo un lungo periodo in tour e "Doncha Bother Me" suona come un lampo di insofferenza nei confronti di scocciatori e imitatori.

La canzone viene inizialmente indicata con il titolo "Don’t Follow Me" (o "Don’t Ya Follow Me") ed è uno dei pezzi destinati all’album abortito "Could You Walk On Water?"; accantonato quel progetto, viene successivamente confermata nella scaletta di "Aftermath". Musicalmente è un ritorno alle radici blues e R&B degli Stones, e per l’occasione Jones torna a cimentarsi con la slide. L’argomento del testo poco ha a che fare con questa tradizione musicale, ma ormai gli Stones hanno superato la fase di omaggio riverente ai maestri esi servono di stilemi consolidati per dire quello che vogliono.

 

Fra i pezzi registrati dagli Stones nel dicembre del 1965 c’è anche il primo brano rock a superare i dieci minuti di durata.

Gli undici minuti e quarantacinque secondi di "Going Home" sarebbero il frutto di un’improvvisazione estemporanea. La canzone comincia infatti come un normale brano di ispirazione blues, come ha raccontato Dave Hassinger: “Non credo che l’avessero pensata di quella lunghezza. Ne hanno fatte sei takes. Tutte duravano circa due minuti e trenta secondi, fino alla sesta. Hanno cominciato a suonare dei riff verso la fine e io pensavo che si trattasse della chiusura. Ma Oldham ha cominciato a saltare e ha detto: ‘No, continuate’. Quindi abbiamo continuato. È stata registrata completamente in diretta. Non c’erano sovraincisioni, era tutto estemporaneo. Era ipnotica… venivi davvero catturato. Sembrava che i dodici minuti fossero trascorsi in tre minuti”.
In realtà, ascoltando "Going Home", l’impressione è che ci siano state delle sovraincisioni di chitarra e delle voci ma il ricordo di Hassinger coincide con quello di Oldham: la canzone si è sviluppata improvvisando al momento. Scambiando qualche occhiata con Watts dal quinto minuto in poi, Oldham è riuscito a far capire al batterista di continuare a spingere il ritmo: “Non importava che il pezzo avesse superato il limite dei quattro minuti; reggeva bene e volevo che gli Stones rendessero pubblicabile ogni secondo di questo pezzo magistrale. […] Erano su un aereo alla ricerca di un atterraggio sicuro. Avevano bisogno di un vero finale; questo figlio di puttana non avrebbe funzionato con un fadeout”.


C’è però una seconda ipotesi a proposito dell’idea di registrare un brano di durata così lunga. I Love, band di Los Angeles molto rispettata ma poco nota al di fuori della California, nei loro concerti suonavano già da qualche tempo un pezzo molto lungo intitolato "Revelation". Il chitarrista Johnny Echols è convinto che il suo gruppo abbia dato l’idea agli Stones: “Venivano a vederci al Whisky [noto club di Los Angeles]. Sono tornati per tre volte di fila quando suonavamo "Revelation". È venuto Mick, poi è venuto Keith, poi sono venuti Mick e Keith insieme. Quando abbiamo ascoltato "Going Home", sapevamo che ci avevano copiato: hanno registrato velocemente e ci hanno preceduto”.

"Revelation" sarebbe uscita in una versione lunga quasi diciannove minuti su "Da Capo", secondo album dei Love pubblicato a novembre del 1966, qualche mese dopo "Aftermath". Per coincidenza, anche questo pezzo è stato registrato agli studi RCA con Dave Hassinger come fonico.

Paolo Giovanazzi

Il testo è tratto, per gentile concessione dell'autore e dell'editore, da "Il Libro Nero dei Rolling Stones", di Paolo Giovanazzi, pubblicato da Giunti, al quale rimandiamo per la storia di tutte le canzoni di tutti gli album dei Rolling Stones.


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