L'ultimo album di Joni Mitchell

Il saluto discografico della cantautrice canadese.
L'ultimo album di Joni Mitchell

Da quando ebbe un aneurisma nel 2015 Joni Mitchell non se la passa davvero niente bene. Per lungo tempo è rimasta praticamente paralizzata e incapace di parlare. Una decina di giorni fa, però, una buona notizia: dopo lungo tempo la cantautrice canadese ha rilasciato una intervista, molto schietta, sul suo stato di salute, allo scrittore/regista Cameron Crowe: "Non ho scritto di recente, la musa non mi ha più visitato. Non ho suonato la chitarra o il piano o altro. Mi sto solo concentrando sul recupero della mia salute. Mi sono già ripresa in passato dalla poliomielite, quindi eccomi di nuovo, e sto lottando per tornare indietro un'altra volta. (...) Questo è un periodo di relax per me, ma ci sono ancora alcune erbacce che devono essere estirpate. La mia filosofia è quella di Thumper, il personaggio di Bambi. 'Se non puoi dire niente di carino, non dire assolutamente niente. Questa è stata la mia filosofia per molto tempo, da giovane. Quando sono cresciuta, me la sono dimentcata. Ritorna di tanto in tanto".

Joni è registrata alla anagrafe con il nome di Roberta Joan Anderson e oggi compie 77 anni. Ha detto ancora del suo stato di salute: "L'aneurisma ha portato via molto di più, davvero. Mi ha tolto la parola e la capacità di camminare. E ho ripreso velocemente la parola, ma sto ancora lottando per riprendere a camminare. Ma sono una combattente. Ho sangue irlandese! Lo sapevo e mi sono detta: "Eccomi di nuovo, un'altra battaglia". Inviandole i nostri migliori auguri perché possa vincere la sua battaglia e trascorrere un felice compleanno vogliamo ricordare "Shine", l'ultimo album da lei pubblicato alla fine di settembre del 2007.

Come sta il pianeta? Come sta l’America? Malissimo, grazie. “Dimentichi di tutto, zombie con i cellulari blaterano nei centri commerciali”, “mentre i condor precipitano dai cieli indiani” e “le balene vengono a riva a morire nella sabbia” (“Bad Dreams”). Mai dire mai, signora Mitchell: la stessa indignazione, lo stesso disgusto che l’avevano indotta a dire addio al music business ora la spingono clamorosamente sui suoi passi. Intanto sono passati nove anni dall’ultimo disco di inediti, “Taming the Tiger”, cinque dal ponderoso e discusso “Travelogue” in cui la grande canadese imbalsamava in sontuose sonorità orchestrali il suo glorioso e antico repertorio.

Un piccolo spicchio di quel bellissimo capitolo di canzone popolare americana viene recuperato anche qui, a dire il vero: ed è il suo hit assoluto, l’inno ecologista “Big Yellow Taxi” che infilato proprio in mezzo alla tracklist serve a dimostrare la coerenza di un percorso artistico e di un sistema di pensiero. Ma bisogna anche dire, purtroppo, che gli anni non passano invano, e che la freschezza naif della versione originale del 1970 (quella campionata con successo anni fa da Janet Jackson) non c’è più, alterata da sincopi e singulti che ne spezzano la linearità e ne intorbidano la melodia cristallina. Joni sembra non poter fare altrimenti: oggi che sfiora i 64 anni e ama dipingere quanto e più che suonare, porta sulle spalle un bagaglio artistico e psicologico complesso e anche ingombrante, figlio di tante sfide, intuizioni geniali e mosse spiazzanti del passato.

Maledice la scelleratezza del genere umano, ma si commuove ancora alla vista dell’oceano (ricordate la leggendaria foto nell’interno dell’lp “For the Roses”, lei nuda di spalle a contemplare le onde che si infrangono sulle rocce?), delle foche che si tuffano tra i flutti e degli orsi affamati che le rovistano nella spazzatura. Così, spiega, ha ripreso contatto con la musica componendo l’idilliaco ma blando affresco strumentale di “One Week Last Summer”, schizzi e guizzi di sax e pianoforte che aprono il disco, e bisogna pazientare cinque minuti prima di poter ascoltare il ritorno della Voce, una voce ancora angelica e regale in barba alla cortina fumogena di mille sigarette. Il pianoforte è l’attore principale, in questo disco, come lo era in parte in “Blue”: ma i paragoni con il 1971 finiscono più o meno lì, non illudetevi. “Hana” e “Night of the Iguana” si riallacciano piuttosto alla complessità ritmica e alla sensibilità “etnica” di “The Hissing of Summer Lawns” e dei dischi Geffen anni ’80, anche in certi suoni sintetici ormai passati di moda.

Meglio allora i momenti più pacati, acustici e riflessivi, acquarelli musicali che la Mitchell graffia spesso con parole dure e amare, prendendosela con politici e religiosi, con i distruttori del nostro paradiso terrestre (“This Place”: non è cambiato nulla, appunto, dai tempi di “Big Yellow Taxi”) e con chi nel traffico cittadino ti supera a destra e ti passa col rosso (“Shine”, la lunga e ipnotica title track: e sembra di riascoltare il cahier de doléance sull’orlo di una crisi di nervi di “Sex Kills”), mentre la storia umana resta un “mistero a base di omicidi di massa” (“Strong and Wrong”), e solo uno scudo di distaccato cinismo può farti sopravvivere in un’ epoca di “guerre sante/genocidio/suicidio/odio e crudeltà” (“If I Had a Heart”, una delle due composizioni destinate alla colonna sonora del balletto 'The fiddle and the drum', l’altro progetto musicale a cui la Mitchell si sta dedicando di questi tempi).

Alla fine di un viaggio tanto aspro e doloroso, appena velato dalla compassata eleganza formale delle musiche, arrivano i versi celebri di “If” di Rudyard Kipling: così retorici e risaputi su altre bocche, in questo contesto suonano caldi e rinfrancanti, ben serviti da un contrappunto di chitarra acustica e pianoforte (lo suona Herbie Hancock, che in contemporanea pubblica un album di sue riletture mitchelliane). Un doveroso incitamento agli uomini di buona volontà, una pacca di incoraggiamento sulla spalla di chi ha ancora a cuore la bellezza del creato, un bagliore di luce alla fine del tunnel e di un disco labirintico come i canyon che Joni cantava ai tempi dei suoi meravigliosi anni verdi.

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