Joni Mitchell è tornata

Per la prima volta in anni, la cantautrice concede un'intervista: una lunga conversazione con Cameron Crowe in cui racconta la malattia di questi anni, i suoi esordi, e il suo rapporto con la musica
Joni Mitchell è tornata

Joni Mitchell ha avuto un aneurisma nel 2015 che l'ha lasciata praticamente paralizzata e incapace di parlare: dopo anni di convalescenza la cantautrice canadese si sta finalmente riprendendo e per la prima volta dopo molto tempo è tornata a parlare. L'occasione è l'inagurazione dei Joni Mitchell Archives e in particolare del box “Archives Vol. 1: The Early Years (1963-1967), con le prime registrazioni, i demo registrati.

Nel cofanetto è presente anche una lunga intervista con lo scrittore/regista Cameron Crowe, la prima in lungo tempo, anticipata oggi dal Guardian, che mostra una foto recente con un gattino appena trovato. La cantante presenta un racconto molto schietto dei suoi ultimi anni: "Non ho scritto di recente, la musa non mi ha più visitato. Non ho suonato la chitarra o il piano o altro. Mi sto solo concentrando sul recupero della mia salute. Mi sono già ripresa in passato dalla poliomielite, quindi eccomi di nuovo, e sto lottando per tornare indietro un'altra volta. (...) Questo è un periodo di relax per me, ma ci sono ancora alcune erbacce che devono essere estirpate. La mia filosofia è quella di Thumper, il personaggio di Bambi. 'Se non puoi dire niente di carino, non dire assolutamente niente. Questa è stata la mia filosofia per molto tempo, da giovane. Quando sono cresciuta, me la sono dimentcata. Ritorna di tanto in tanto".

L'aneurisma ha portato via molto di più, davvero. Mi ha tolto la parola e la capacità di camminare. E ho ripreso velocemente la parola, ma sto ancora lottando per riprendere a camminare. Ma sono una combattente. Ho sangue irlandese! Lo sapevo e mi sono detto: "Eccomi di nuovo, un'altra battaglia".

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Joni Mitchell ha poi parlato degli esordi raccontati nel nuovo box

Mi piaceva suonare nei caffè, dove potevo scendere dal palco e sedermi tra il pubblico e sentirmi a mio agio, o dove non c'era una barriera tra me e il mio pubblico nei club. I grandi palcoscenici non mi affascinavano, c'era una distanza troppo grande tra me e il pubblico. All'inizio non ero molto famosa, e probabilmente è un bene perché ha reso tutto più piacevole. (...) Risentire queste registrazioni è stato come quando sono andata ad una mostra di Van Gogh. Ho visto tutti i suoi dipinti erano disposti in ordine cronologico e osservavo la sua evoluzione mentre camminavo. È stato così stimolante e ho ricominciato a dipingere. Se queste registrazioni servono a questo scopo, sarebbe fantastico. Davvero, questo mi renderebbe molto felice.

Joni Mitchell ha poi spiegato di amare di più le sue produzioni più mature

Il lavoro successivo è molto più ricco, profondo e intelligente, e anche gli arrangiamenti sono interessanti. Musicalmente ero cresciuta molto nella scrittura. Non dovrei essere così snob nei confronti delle mie prime cose. Per tanto tempo mi sono ribellata a come venivo definita: "Non sono mai stata una cantante folk", dicevo. Mi incazzavo per quell'etichetta. Non pensavo fosse una buona descrizione di quello che ero. E poi ho ascoltato, ed è stato bellissimo. Mi ha fatto perdonare i miei inizi.

Joni Mitchell parla anche di "Blue", il suo album più amato, quello di "A case of you", raccontando un sogno:

Ho sognato di essere un sacchetto di plastica, ad un concerto, e c'erano molte donne grasse sul palco che suonavano strumenti strani, come tuba e fisarmoniche. Non strumenti alla moda, intendo? Ero seduta lì, un sacchetto di viscere umane che singhiozzava tra il pubblico, trasparente - si vedeva tutto di me. È stato uno strano sogno. Tendo a ricordare i miei sogni, sono piccoli film, sono visivi. Tendo a ricordare le cose che sono visive. È così che mi sentivo in quel momento, quello di "Blue". Mi sono sentita molto vulnerabile.

 

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