Basic Stomach: la recensione di "Enemies of the sun"

La guida all'ascolto di album che forse nemmeno sapevate che esistessero 
Basic Stomach: la recensione di "Enemies of the sun"

Basic Stomach
ENEMIES OF THE SUN
(2012)

Tracklist: 
1. Snow accident
2. Fur
3. Kevin Ayers was a bummer
4. She make me feel like an almond tree
5. Banjo canjo
6. Blind
7. Half forgotten youth
8. Parties sauvage
9. High as the moon
10. Fresh breath

"I Just Sit There" di Sonny Bono, del 1968, fu la pregevole cavalcata psichedelica di un ex paggetto del Re caduto improvvisamente negli abissi dell’alcol.

In un underground dove fu comunque in grado di crearsi un certo seguito. Di altri dannati come lui. Sudati. Vestiti di pelle (non da bikers. Da boia). Quella gente che andava avanti e indietro sul palco fissando le assi di legno e gesticolando nervosamente al fonico d’alzare il volume in spia (ma quest’ultimo era impegnato a rollare un joint. E tantomeno era un fonico. Di solito consegnava pizze). Ma, a parte tutto, "I Just Sit There" di Sonny Bono rimarrà negli annali della musica per essere l’unico brano al mondo contenente la parola “storione”. O almeno, lo è stato fino all’arrivo di "She Make Me Feel Like an Almond Tree" dei Basic Stomach. E i Basic Stomach arrivano al 2012 avvoltolati nella più sintomatica e disturbante copertina mai saccheggiata: quella originariamente concepita nei primi anni Settanta dal talento art brut di Henry Darger, l’artista outsider per eccellenza che per impaginare artigianalmente l’ottavo libro delle sue memorie di prolifico reietto scelse una  porzione di chioma di Bob Dylan. Quella multicolorata del poster di Milton Glaser, intendo: ormai nelle case di cinque milioni di persone perbene, poiché allegato al supervenduto GREATEST HITS del 1967.

Henry Darger scelse così di arrotolare la sua autobiografia  nei capelli morti e technicolor di Robert Zimmermann, e ora i Basic Stomach scelgono di trafugare lo stesso scalpo rinsecchito per avvoltolarci dentro il loro Lp d’esordio.

Provocazione o pura naiveness? Scopriamolo. Il contenuto musicale è un avant country dal piglio punk che potrebbe trovare spazio nella produzione sfilacciata di un Gary Panter in incognito, tipo su dischi come ANGRY DWARFS IN A PARKING LOT (la meravigliosa compilazione partorita dalla microetichetta texana Eels Feelings nel 2006) (che, ironia della sorte, ospitava anche una cover di "She Said" di Hasil Adkins eseguita dal solitario one man band Wire Tarkus, che – abbandonato il fantasioso moniker e tornato a essere semplicemente John Michael Yolk – pochi anni dopo produrrà il primo acerbo Ep degli stessi Basic Stomach. Il caso, eh?). La patina hippie è falsa e quasi parodistica e mi fa lo stesso effetto di un paio di Levi’s Crazy Legs indossati da un barbone di Haight-Ashbury, ma torna utile nel legare questi scampoli rozzi a un discorso ben più ampio circa il remiscelamento di stereotipi americani. Niente di nuovo, ma ben espresso. C’è spazio anche per tanta decadenza berlinese, o finta tale. C’è una trama no wave che serpeggia all’ombra delle abat-jour. Pastelli, vaselina, drum machine organiche. "Snow Accident" ostenta quella calma e quell’indifferenza tipiche dei serial killer e dei cospirazionisti. "Fur" è una cover non dichiarata di quella "Wild Horses" che fu di Gram Parsons primancora che degli Stones. "Kevin Ayers Was a Bummer" riporta alle mollezze domestiche dei Cure prima maniera. "She Make Me Feel Like an Almond Tree", oltre a contenere la parola dello scandalo (il famoso storione) è anche un raro esempio di canzone fonosimbolica: laddove le combinazioni di suoni e parole emergono per ispirazione, contribuendo a creare un grande affresco pareidolitico che avrebbe fatto la sua porca figura sul lato B di GOD BLESS THE RED CRAYOLA, o altra affine follia. Per concludere con la – questa sì, davvero geniale  – parabola di "Fresh Breath", progressione armonica dettata da un intricato intreccio d’oboe e Telecaster, su su fino al cantautorato one-note-samba d’un raro esemplare di Julian Cope di Bahia, esplodendo infine nel florilegio spinato d’una emicrania controllata ma non per questo meno pericolosa (un nome a caso: Melvins). Provocazione o pura naiveness? Io direi solo provocante ingenuità.

Reg Mastice

La scheda è tratta da "I 150 migliori dischi inesistenti della storia del rock" di Reg Mastice (qui la recensione di Rockol), per gentile concessione di Arcana edizioni. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.

https://a6p8a2b3.stackpathcdn.com/hwHUCYk78SYfNR523FZMep7O5k8=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/dischi-inesistenti.jpg
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.