Rick Rubin intervista Bruce Springsteen. Spettacolo.

Nel suo podcast, condotto insieme a Malcolm Gladwell, il produttore tira fuori il meglio del Boss. Che racconta come le sue canzoni nascano oscillando tra la sua natura italiana e quella irlandese e che l’idea di “Broadway” fu ispirata da Barack Obama…
Rick Rubin intervista Bruce Springsteen. Spettacolo.
Credits: Danny Clinch

Tra le varie interviste che Bruce Springsteen ha rilasciato negli Stati Uniti in occasione della recentissima uscita del suo ultimo album “Letter to you”, probabilmente nessuna è più godibile di quella contenuta in un numero del podcast Broken Record con Rick Rubin, sommo produttore, e Malcolm Gladwell, grande giornalista e saggista (autore, tra gli altri, di “The tippig point”).

Un’ora di chiacchierata in cui Bruce si è trovato a ribadire concetti e a raccontare episodi nei quali, tanto nelle ultime settimane quanto negli ultimi anni, era già capitata l’occasione di imbattersi. Ma il Boss ha comunque regalato, come spesso accade, qualche gemma e rivelazione inedita. Mentre qui sotto è possibile ascoltare il contributo per intero, ecco alcuni estratti significativi dell’intervista.

C’è differenza tra come scrivi per la E Street Band e come scrivi per te come solista?

Nel mio disco “Western stars”…Se osservate i personaggi di quel disco, potrete notare che scrivo dal punto di vista di un tipo di individuo americano molto isolato. Invece in questo disco (“Letter to you” – n.d.r.) sono in mezzo a una comunità. Quindi quando lavoro con la band spesso compongo dal punto di vista di chi è immerso in una comunità e guarda verso l’esterno, quando sono per conto mio studio più questa sorta di personaggio americano isolato. Dunque dal punto di vista tematico sono in posti diversi…

Puoi spiegare la differenza emotiva tra i due modi di scrivere?

E’ buffo perché me ne sto là seduto da solo ma immagino questa comunità intorno a me, e sto immaginando un mondo diverso da quello che immagino quando scrivo per un progetto solista. E’ come se viaggiassi verso geografie emotive diverse…Potrei dire che da solista è come se attingessi dal lato irlandese della mia personalità – più lunatico, più oscuro, più tenebroso. Mentre quando scrivo per la band scrivo attingendo dal lato italiano della mia personalità… Sono fortunato: mio padre aveva questa personalità irlandese mentre mia madre è totalmente italiana e devo avere assorbito entrambi i loro approcci alla vita. E quando sono diventato creativo ho veramente attinto dai loro retroterra etnici in qualche modo.

(dopo avere spiegato quanto siano state importanti per la sua scrittura sia la cinematografia, sia la letteratura – in particolare film e libri ‘noir’ -  gli viene chiesto): Che musica si ascoltava a casa tua quando eri giovane?

Nessuna musica. Nessuna musica, niente libri, niente film. Esclusivamente televisione e top 40 radio”.

Fare tour non ti ha mai stancato?

No. Amo viaggiare, mi piace stare negli hotel, adoro trovarmi in città estranee. E mi piace ancora tanto quanto mi piaceva quando ero giovane – per quanto ora apprezzi molto avere una casa a cui tornare.

Come è nata l’idea di “Broadway”?
Per caso. Fui invitato alla Casa Bianca da Barack Obama per esibirmi – erano le ultime due settimane che gli restavano là. Così pensai “Portare la band è troppo uno sbattimento, farò dei pezzi acustici”. Pensai, che faccio? E mi dissi, leggerò dal mio libro e farò degli acustici. Così trascorsi un paio d’ore qui in studio a scegliere passaggi del mio libro e ad abbinarci delle canzoni. A quel punto mi accorsi che avrei dovuto leggermente riscrivere il libro per renderlo colloquiale – la scrittura in prosa e il parlato non sono la stessa cosa. Quindi riscrissi un po’ qualche brano in modo che suonasse come se stessi parlando spontaneamente, e andai alla Casa Bianca dove mi esibii per 90 minuti su qualcosa che avevo impiegato circa quattro ore in tutto per preparare. E alla fine dell’esibizione il Presidente Obama salì sul palco e disse: “So che hai fatto questo appositamente per noi ma… dovrebbe essere uno show!”. Così tornando a casa da Washington, ero col mio manager Jon Landau e mia moglie Patti e ci dicemmo “Beh, sì, dovrebbe essere uno show…”. Mi ero esibito nella East Room davanti a 200 persone. Mi resi conto che se fosse diventato uno spettacolo avrei avuto bisogno di un pubblico molto ridotto, che fosse molto controllabile e dal quale ricevere totale cooperazione quando avessi richiesto silenzio. Doveva essere un ambiente molto intimo, e quei “juke-box theatres” sono solo a Broadway. E’ così che ci sono finito.

E’ stata un’esperienza divertente?

La migliore esperienza della mia vita.

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