Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: la recensione

Nel trentennale dell'uscita dell'album di debutto del cantautore, "All'una e trentacinque circa", l'analisi di un esordio già convincente
Vinicio Capossela, il suo primo disco ha 30 anni: la recensione

Troppo facile etichettarlo come il Tom Waits della Bassa padana. Eppure, al pari del cantautore statunitense, in questo ragazzo di origini irpine, nato ad Hannover e cresciuto a Reggio Emilia, convergono le stesse tensioni notturne caricate a whisky andati e guai sempre in arrivo, ma anche le svisate swing, assolutamente italiane e altrettanto alcoliche, di Sergio Caputo. La storia discografica di Vinicio Capossela è iniziata con un album che tracciava una prima bozza di una geografia a tratti sconclusionata, capace però di unire in una mappa sola le sconfinate suggestioni che si rincorrono senza sosta tra la Via Emilia e il West.

Quando nel 1990 usciva “All’una e trentacinque circa”, Capossela era un giovane cantautore che cercava l’uscita dall’anonimato della provincia, impaziente di trasmettere il suo debole per le atmosfere jazzate, con un'indole irrequieta e un bagaglio di fantasia degno dei crooner italoamericani passati per Ellis Island e fagocitati a forza nel Nuovo Mondo. Intrattenendo gli ultimi avventori dello storico Pjazza di Bellaria-Igea Marina, come pure di tanti altri locali che costellavano la riviera, Vinicio componeva la sua spericolata quotidianità mentre tutt’intorno si eseguiva il rituale delle pulizie prima della chiusura. Un universo ancora in divenire, ma già fitto di seduzioni urbane e ansie generazionali, miti letterari, guitti chiassosi e una mondanità tutta in decadenza.

Stretto tra “l’avvocato”, “la bionda”, “avventurieri di frontiera” e “vecchi camionisti”, il musicista ha così messo in scena la propria stralunata modernità.

Una drammaturgia tanto avventurosa quanto sregolata capace di attirare l’interesse di Francesco Guccini che, ascoltati i primi provini su cassetta, l’ha indirizzata all’amico, manager e produttore Renzo Fantini. Quello che è successo poi, tra la prenotazione in piena estate di uno studio di registrazione e la Targa vinta al Club Tenco nel 1991 come miglior opera prima, si confonde con la stessa guizzante grazia di un album sospeso tra crucci, frivolezze, sbornie colossali e romanticherie alquanto usurate. In “All’una e trentacinque circa” i metri quadrati attorno al pianoforte di Vinicio si sono quindi moltiplicati nei fumosi orizzonti tracciati in “Stanco e perduto” o nella dolce monotonia esistenziale di “Una giornata senza pretese”, passando per la febbrile vivacità di “Pongo sbronzo” e le voglie matte di un cuore bohémien in “Quando ti scrivo”.

Secondo una poetica modellata al neon dei nightclub, tra amori alcolici e bassifondi calcati con disinvolto entusiasmo, le canzoni di Capossela al suo esordio si fanno trasportare dal fascino soffuso - e brillo - di polka, valzer, foxtrot, ragtime e seduzioni jazzistiche. In questa rappresentazione di ubriacature selvagge e memorie logore, ecco che il tango tormentato di “Scivola vai via” - con uno “scivola vai via / non te ne andare” intonato col passo barcollante di chi non riesce a lasciare andare il passato - e la speranza di una vita nuova, almeno per una sera alla settimana, di “Sabato al Corallo” rivelano lo spirito insaziabile di un cantautorato affamato di disillusa umanità, che ha fatto sua l’epica d’oltreoceano e il folklore della provincia italiana. Ancora, nel brano che dà il titolo all’album, concludendolo, in una giostra etilica di Chimay, Bacardi jamaican rhum, White Lady, Beck’s bier, Tequila bum bum, dry gin, Charrington e Four Roses bourbon si consuma, in ultimo, tutto l’estro del pianista nelle notti trascorse suonando al bar in compagnia di personaggi dalla sete infinita e conti sempre da far quadrare.

Con gli arrangiamenti di Antonio Marangolo e il contributo di un rodato ensemble di strumentisti dell’ambiente di Paolo Conte, tra i quali Jimmy Villotti, Ellade Bandini, Mimmo Turone, le undici tracce del disco hanno delineato quella cantina dove intrecciare le storie dal whisky facile di Buscaglione e Caputo, gli spettri del sogno americano di Waits e il raffinato cinismo dello stesso Conte. Cantando, forse ancor prima di provarla realmente, della propria immaginifica vita da artista un po’ maledetto e un po’ sognatore, lo chansonnier Vinicio è così consumato, al suo debutto, dagli amori bruciati in fretta e da troppe albe viste in piedi.

Tra serate maledette e ricordi ormai sciupati, ora, come trent’anni fa, la voce roca di Vinicio riempie quegli stessi spazi con il medesimo animo di eterno curioso, pieno di quella sua frenesia impastata di fumo e di vino. Nei milioni di chilometri percorsi da quei locali ai teatri internazionali c’è ancora l’inesauribile desiderio di stupirsi ogni volta, per ritrovare la fascinazione antica di un randagismo alcolico a metà tra mito e realtà, lungo una linea di confine che in mezzo a citazioni, slanci, barocchismi e carabattole è andata via via espandendosi oltre misura.

“All’una e trentacinque circa”, infine, non può non essere un ricordo tangibile dell’intuito di Renzo Fantini, scomparso nel 2010, nel comprendere le potenzialità di un musicista che all’epoca rincorreva la sua buona occasione accontentandosi di portare la propria musica in ogni dove. Un album entrato di diritto in un immaginario collettivo di avventure alticce e amare, ma che nella discoteca di chi scrive è arrivato solo parecchio tempo dopo, sotto la spinta bandistica e mitteleuropea di “Canzoni a manovella” e l’euforia, tutta personale, della scoperta. Riascoltare oggi quell’esordio notturno e ammaliante, lascia intatta la stessa sensazione di gioiosa malinconia respirata fino all’ultimo fioco splendore di un’altra sbronza da smaltire. 

Marco Di Milia

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