The Offspring, hardcore for the masses: la storia di "Smash"

Un estratto da "No control" di Federico Guglielmi (Tsunami), che racconta la storia dell'hardcore e del punk californiano attraverso recensioni, interviste e monografie.
The Offspring, hardcore for the masses: la storia di "Smash"

Composto da ben quattrocento pagine, No Control (Tsunami Edizioni) è una raccolta ragionata di (quasi) tutto quello che ho pubblicato tra il 1980 e i giorni nostri a proposito dell’hardcore punk californiano: recensioni, interviste, monografie brevi e lunghe, articoli trasversali. Si parte con i suoi prodromi, ovvero Germs, Dead Kennedys e Black Flag, si prosegue con la sua esplosione (Adolescents, Circle Jerks, Descendents, Social Distortion…), ci si sofferma lungamente sulla sua band-simbolo (i Bad Religion) e si conclude con la sua ondata degli anni ’90, quella del clamoroso successo di Offspring, Green Day, Rancid, NOFX. I gruppi trattati sono oltre duecento e il tutto è arricchito da fotografie, copertine di dischi e memorabilia.
Questo estratto risale al 1994: la recensione di Smash, l’album che diede agli Offspring un’enorme e insperata notorietà, e una significativa intervista di pochi mesi dopo, quando la band era già ascesa allo stardom.

Perpetuano una tradizione gloriosa, gli Offspring. Una tradizione le cui radici affondano nella California dei primi anni Ottanta, che ebbe come iniziatori gruppi del calibro di Bad Religion, Adolescents, Social Distortion e Shattered Faith e che predicava l’incontro del punk più torrido e viscerale con le esuberanti e irresistibili armonie del miglior pop‘n’roll. Ormai assurto al rango di stile “classico”, l’hardcore melodico della West Coast statunitense costituisce ancora oggi uno dei più efficaci rimedi sonori a mali consueti quali stanchezza e depressione, contagiando immediatamente – se ben strutturato, è ovvio – con la sua energia, il suo entusiasmo, la sua sapiente alternanza di rabbia e attitudine ludica. E gli Offspring, guarda caso originari di quella Orange County che del “movimento” è storicamente una base strategica, sono una delle punte di diamante di una scuola espressiva che non cessa di sorprendere per la sua capacità di riproporre con parole (brani) sempre stimolanti le solite, vecchie lezioni.

Di tali lezioni offre adesso un efficacissimo compendio questo Smash, terzo album della band e secondo sotto l’egida della Epitaph (a seguire l’acclamato Ignition): quattordici episodi di notevole impatto che, assieme a una profonda devozione verso i maestri e pigmalioni Bad Religion e ad altre più occasionali influenze (ad esempio, T.S.O.L. e Misfits), sottolineano l’accresciuta perizia degli Offspring nel conferire a sequenze tutto sommato elementari di note la forza e il carisma dell’anthem. Un ascolto di ‘Something to Believe In’ – ‘qualcosa in cui credere’, appunto – basterà a fugare ogni eventuale dubbio.

(da Rumore n.27 del maggio 1994)

 

The Offspring: Hardcore for the masses
Un milione e mezzo di copie vendute in cinque mesi e il relativo approdo al nono posto delle classifiche di Billboard costituiscono un risultato sorprendente, specie per un gruppo il cui sound ricalca i più classici stilemi dell’hardcore melodico made in California e per un disco indipendente; sorprendente anche per gli stessi Offspring, originari della Orange County (più o meno da tre lustri una specie di Terra Santa per i cultori del punk westcoastiano), che si sono resi protagonisti dell’exploit con il loro terzo splendido album, Smash. Di questo e altro abbiamo chiacchierato telefonicamente con Greg K., ventinovenne bassista e portavoce ufficiale del quartetto statunitense; in attesa, è ovvio, di approfondire la nostra conoscenza della band in occasione dei suoi prossimi concerti italiani, previsti per l’autunno nell’ambito di un interminabile tour europeo.

 

Vi aspettavate il clamoroso successo di Smash?
No, affatto. Non miravamo certo a un simile risultato, e pur essendo molto soddisfatti dell’album pensavamo di poter al massimo aspirare alla popolarità underground, che so, dei Pennywise.

Ma perché proprio voi, con le centinaia e centinaia di altri gruppi punk in circolazione?
Non saprei. La fortuna ha indubbiamente avuto il suo peso, ma credo che l’aiuto maggiore ci sia arrivato dal circuito radiofonico: ‘Come Out and Play’, il brano trainante e più accessibile di Smash, ha goduto di grande attenzione da parte dei programmatori. Un iter analogo a quello dei Nirvana, insomma, che comunque affonda le sue radici nel lavoro svolto in precedenza: i concerti, le recensioni favorevoli, i consensi ottenuti con Ignition.

In prospettiva futura, come vedi questo ingresso del punk in vetta alle charts?
Non mi sembra che al momento, oltre a Offspring e Green Day, vi siano band punk che occupano le posizioni più alte: nelle classifiche c’è molta varietà, non si può pretendere che a tutti piacciano le stesse cose. Comunque questa ondata di interesse, anche se passeggero, potrebbe procurare al punk nuovi proseliti, sempre che il livello qualitativo dei dischi rimanga elevato.

Cambiando argomento: quali erano, nei primi anni Ottanta, i vostri contatti con il punk californiano dell’epoca?
Come Offspring siamo nati nel 1984, e quindi la scena storica dei vari T.S.O.L., Adolescents, Circle Jerks e Shattered Faith era già pressoché scomparsa; comunque, negli anni precedenti andavamo spessissimo ai concerti di questi gruppi, e iniziammo a provare assieme anche e soprattutto per partecipare in modo più attivo al movimento punk locale. Visto quanto ci piaceva la musica, ci è parso naturale cominciare a suonarla invece di limitarci a sentire quella degli altri. Il nostro primo disco, il singolo I’ll Be Waiting, ha visto la luce nel 1986, seguito tre anni più tardi dall’album The Offspring, per la Nemesis. Quindi un altro 7” (l’EP Baghdad) ancora su Nemesis e un anno dopo, nel 1992, abbiamo debuttato su Epitaph con Ignition. ll resto è storia di oggi.

Cosa pensi del fatto che molti punk non abbiano visto di buon occhio il passaggio dei Bad Religion a una major? Credi che il punk propriamente detto debba per forza essere indipendente?
No, non ne sono convinto: i Bad Religion e i Green Day, per citare un paio di esempi, non hanno modificato il loro stile e continuano a fare ciò che vogliono. A contare è la musica, non il marchio stampato sui dischi.

Però il punk è, o almeno dovrebbe essere, uno strumento di lotta contro il sistema, contro un certo modo di vedere le cose; le multinazionali, quale più quale meno, sono invece tutte impelagate in loschi giri di interessi e denaro. E non venirmi a dire che il sistema va combattuto dall’interno…
Si, può apparire un controsenso, ma bisogna considerare che lo spirito punk di oggi – parte di esso, almeno – è molto diverso da quello originario; prima si trattava di pura e semplice ribellione perlopiù nichilista, adesso si bada più alla musica e ad aspetti come l’energia e il divertimento.

Però i vostri testi non sono qualunquisti: c’è rabbia, disagio, e in essi si affrontano temi politici e sociali.
Beh, non possiamo vivere fuori dal mondo e nemmeno vorremmo farlo: scriviamo quello che sentiamo dentro a proposito degli argomenti che ci colpiscono, ma non ci interessano né i comizi né i facili slogan. Le nostre canzoni non hanno messaggi, ma certo non ci rammarichiamo se riescono ad aiutare qualcuno a riflettere su se stesso e su ciò che accade.

Se fossi obbligato a scegliere, cosa cancelleresti dal music-biz: MTV o le fanzine alla Flipside?
Le fanzine sono fondamentali perché, nonostante certe loro storture, aiutano concretamente i gruppi a uscire dalle cantine e a farsi conoscere. Per questa ragione eliminerei MTV, ma solo se fossi davvero costretto: in assoluto non ho nulla contro MTV o la televisione in genere… Anzi, devo confessare che preferisco guardare la TV che leggere le fanzine…

(da Rumore n.32 dell’ottobre 1994)

Tratto da "No Control" di Federico Guglielmi (Tsunami Edizioni), per gentile concessione dell'editore e dell'autore.

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