Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Tu t’è scurdat’ ‘e me” di Liberato

Raccontiamo venti canzoni italiane pubblicate nell’ultimo ventennio, attraverso le schede scritte da Vincenzo Rossini.
Canzoni italiane dal 2000 al 2020: “Tu t’è scurdat’ ‘e me” di Liberato

“Tu t’è scurdat’ ‘e me” di Liberato, 2017 (pubblicata in “LIBERATO”, 2019)

Liberato è il più eclatante, discusso e sorprendente progetto musicale emerso in Italia nella seconda metà degli anni Dieci. Perché li rappresenta tutti: gli anni dell’hype sfruttato alle sue massime potenzialità, in grado di fomentare attenzione su fenomeni completamente sconosciuti lungo un crinale sfumato tra forma e contenuto; dell’intermedialità completa, il web che si fa cinema, le serie tv che ritornano romanzo di appendice, la musica che rimpalla senza regole prestabilite contro ogni sponda, moltiplicando la sua potenza; i confini dei generi che sfumano in un unico magma in cui non c’è più nulla di strano per chi ha una formazione da cantautori a sentirsi attratto da musica di estrazione rap/elettronica, e viceversa, e anzi la trasversalità è un pregio, è status; il nuovo glocalismo estetico, dove l’italianità si esprime attraverso una caratterizzazione radicale delle identità locali fino al punto in cui essa diventa un pregio, uno stimolo esaltante a sentirla parte del proprio immaginario: la trap di strada milanese, l’indie-trap amorevole romano, la pugliesità turistica e naturalmente il “Brand Napoli”, cioè “l’insieme di esternazioni culturali, attrattività romantica e mera identità estetica che la città è stata capace di generare negli ultimi anni” (Abazia), da “Gomorra” al Napoli di De Laurentiis.

E poi c’è il tema dell’anonimato: Liberato, come è noto, è il più celebre cantante (se cantante è) sconosciuto che si sia mai ascoltato in Italia; non lo si vede nei suoi video, girati dal regista Francesco Lettieri - una sorta di Paolo Sorrentino della musica contemporanea tanto è stato in grado di imprimere uno stile riconoscibile e iper-cinematico alle clip - se non di spalle (se è lui), se non come logo (riconoscibilissimo, e vendutissimo) su una felpa; le sue rare ma acclamate performance live sono happening ben calibrati per rinforzare il dilemma dell’invisibilità, qualcosa di più enigmatico della maschera dei Daft Punk (che è uno schermo, certo, ma non esclude la corporeità dell’artista), piuttosto il tentativo di confondersi nel fumo, dissolversi dentro la polvere digitale della musica. Eppure l’anonimato – che è addirittura l’oggetto di un libro, “Io non sono Liberato” (Arcana), scritto da Gianni Valentino, forse l’unico caso di ampia monografia su un artista che in quel momento aveva inciso soltanto 5/6 canzoni – non sembra essere il fattore cruciale della questione: è certamente un MacGuffin, uno specchietto per le allodole, l’espediente con cui si è fatta convogliare tutta l’attenzione sull’operazione dentro il paradosso geniale per cui l’assenza di caratterizzazione personale avrebbe dovuto spostare il peso sulla musica nella sua nudità. È una bugia, naturalmente: l’anonimato di Liberato ha attirato un dibattito infinito, fomentando ogni tipo di critica (di chi ricorre alla vecchia formula che “è tutto marketing”) nonché cacce al tesoro, esegesi stratosferiche alla ricerca di indizi o lapsus che lasciassero intravedere il nome vero dell’artista.

Ma, appunto, la sostanza levitante del fenomeno Liberato è soprattutto la sua musica: un mix originale, innovativo e dal sapore squisitamente internazionale di dubstep, trap, hip hop, reggaeton, dub, persino cantautorato. È un arco di influenze che fa rivivere quello che nessuna città in Italia come Napoli riesce a fare, da sempre: connettersi attraverso il Mediterraneo al resto del mondo, assorbire suggestioni via mare e incanalarle sfruttando appieno le peculiarità di una lingua che consente una ritmicità che l’italiano non garantirà mai a questi livelli. Lo facevano i furori del neapolitan Power dell’era di Tony Esposito, Napoli Centrale, Tullio De Piscopo e naturalmente Pino Daniele, quando il funk a Napoli sembrava parlare in codice a New York. Lo faceva anche la generazione del Napoli Dub, con in testa naturalmente gli Almamegretta: senza “Sanacore” (1995) le canzoni di Liberato sarebbero impensabili. Poi ci sarebbe anche la questione annosa del neomelodico, bastione insuperabile del gusto più basso per tanta critica, al quale spesso si fa riferimento per collocare l’esperienza di Liberato, isolandone il romanticismo alla base dei brani per ricondurlo alle frequenze incessanti di Radio Nuova San Giorgio, la radio principe del genere: se Liberato sia o meno neomelodico è un problema relativo (oggi artisti come Franco Ricciardi o Ivan Granatino, che con quel mondo condividono tanto, sperimentano con grande scioltezza le forme dell’elettronica e della trap, senza troppi ragionamenti sul genere). Quel che è certo è che i testi di Liberato compongono una grande e omogenea rappresentazione dell’immaginario sentimentale partenopeo, all’interno di un racconto che pare dipanarsi tra i brani in soluzione di continuità, quasi si trattasse sempre della medesima storia d’amore sullo sfondo dei luoghi più riconoscibili e languidi della città. Per citare sempre Abazia, che ha scritto alcune delle pagine migliori sul fenomeno: “È la versione 2.0 della sceneggiata napoletana, ben vestita e fotografata, oltre che ben suonata e intonata coi versi della migliore tradizione melodica locale”. È un dato illuminante sul successo dell’operazione: dopo anni in cui il racconto di Napoli in musica per i non napoletani sembrava impossibile da sganciare da una componente legata alla denuncia dei mali della città, con inevitabile senso di frustrazione da parte degli autoctoni, Liberato ha riacceso una lampadina sulla possibilità di un più sfumato racconto romantico, che usi la città come teatro di piccole gelosie, schermaglie amorose e tormenti vari senza costringerlo a una virata negativa, mantenendo segnali e riferimenti su un piano lieve, se non superficiale, perfetto per ingenerare il piacere di un senso estetico del mero quotidiano, specialmente in chi Napoli la assorbe attraverso “Gomorra” e simili.

Lo faceva anche Gigi D’Alessio, certo: ma Gigi era musicalmente immerso nel passato melodico italiano, mentre Liberato risuona di futuro, di club giganteschi a luci basse e casse che pompano bassi sulfurei, di un autotune che sembra filtrare la squisita passionalità imprendibile del napoletano attraverso il 5G. Tutte le canzoni di Liberato sarebbero dunque egualmente buone a un ruolo di rappresentatività: scegliamo “Tu t’è scurdat’ e me” perché il suo andazzo dubbeggiante che vira in trap iper-digitale nel bridge strumentale sembra inseguire con straordinaria verosimiglianza il ritmo della città, il vagabondaggio “me and you” tra i quartieri di Napoli nella speranza che, di fronte a Procida, Nisida, Mergellina, guardando “‘e fuoche abbascio a Furcell’” o perduti in una festa a Trentaremi, lei che l’ha lasciato da sei mesi, ritorni sui suoi passi, concedendo un’altra chance. Una possibilità vana perché lei l’ha dimenticato ormai: mentre lui lo realizza, la città con tutte le sue possenti bellezze, si sgretola davanti agli occhi: un teatro mastodontico che non può nulla di fronte all’amore che finisce: “I love you peccere’ / tu t’e scurdat’ ‘e me”.

(di Liberato)

 

Vincenzo Rossini

Domani scriveremo di “Mmh ha ha ha” di Young Signorino

Abbiamo già pubblicato:

“Amen” di Francesco Gabbani

“Sabato” di Jovanotti

“Roma-Bangkok” di Baby K

“Alfonso” di Levante

"Il timido ubriaco" di Max Gazzé

"La descrizione di un attimo" dei Tiromancino

"Tutti i miei sbagli" dei Subsonica

"L'ultimo bacio" di Carmen Consoli

"Xdono" di Tiziano Ferro

"Luce (Tramonti a Nord Est)" di Elisa

"Io sono Francesco" di Tricarico

"PadreMadre" di Cesare Cremonini

"Salirò" di Daniele Silvestri

"Charlie fa surf" dei Baustelle

"Vieni a ballare in Puglia" di Caparezza

"La notte" di Arisa

La scheda è tratta, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, da “Unadimille – 1000 canzoni italiane dal 2000, raccontate”, edito da Arcana, al quale rimandiamo per le altre 980 schede.

(C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.

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