Rob Thomas oltre i Matchbox Twenty: 'Ho voluto dimostrare di essere un autore'

Il lussuoso hotel milanese in cui riceve i giornalisti italiani è un indizio inequivocabile dello status da pop star di prima grandezza che Rob Thomas, cantante e autore principale dei Matchbox Twenty, ha raggiunto in patria. Un passo alla volta: prima con il rock chitarristico e accattivante del quintetto che lo ha reso celebre (25 milioni di copie vendute negli Usa), poi con una serie di accoppiate azzeccate (“Smooth”, soprattutto, scritta e cantata per Santana e singolo di traino del fortunatissimo “Supernatural”), infine con il recente debutto solista condito di pop e r&b che staziona da settimane ai vertici delle classifiche di Billboard complice un nuovo hit, “Lonely no more”, che sa di Justin Timberlake più che di college rock, tanto amato dalle radio americane da frantumare ogni record nazionale di airplay. “Non sono l’unico, nella band, ad essermi mosso in altre direzioni”, premette Rob anticipando che i Matchbox Twenty non sono un’esperienza chiusa. “Kyle (Cook, chitarrista) ha un suo gruppo (The New Left), e anche Paul (Doucette, batterista) sta facendo cose per conto suo. E’ dai tempi del nostro primo album che pensiamo di fare cose per conto nostro ma c’erano sempre un nuovo disco o un nuovo tour a cui pensare, nuove idee da mettere in pratica, nuovi progetti comuni a tenerci sulla corda. Dopo l’ultimo disco insieme, però, nessuno aveva stimoli nuovi, né voglia di pensare subito a un nuovo disco della band. Era arrivato il momento di cercare ispirazione altrove, con la speranza di riportarla prima o poi anche in seno alla band”.
Chitarre rock (nel disco le suonano nomi celebri come Mike Campbell, Jeff Trott, Robert Randolph e John Mayer, amico e concittadino newyorkese) e sezione ritmica hip hop, insieme combinate, danno la cifra stilistica del suo album, “…Something to be”? “In un certo senso sì. Volevo creare un ibrido, qualcosa di diverso da ciò che avevo fatto prima. Mettere insieme nella stessa stanza il chitarrista di Tom Petty, Mike Campbell, col bassista di Dr. Dre, Mike Elizondo, potrebbe sembrare a prima vista un controsenso, ma mi ha permesso di esplorare una combinazione nuova di suoni. Non è un esperimento inedito, anche Prince mischiava soul e rock, ma sicuramente oggi in giro non si sente nulla del genere. Anche dal vivo, suonare con una nuova band mi sta restituendo nuovo entusiasmo. Con una ritmica r&b si aprono molti spazi in più all’interpretazione vocale, e poi a me la musica nera è sempre piaciuta: più Otis Redding e Al Green che il new r&b, sicuramente, ma apprezzo anche il jazz e l’hip hop. Nel gruppo non c’era modo di esplorare a fondo queste inclinazioni, dato che bisogna mediare tra i gusti e i punti di vista di cinque persone”.
Il titolo dell’album, rivela Rob, ha un doppio significato: “La canzone è nata dal mio risentimento e senso di frustrazione nei confronti delle critiche ricevute da una persona della mia etichetta discografica, che dopo aver ascoltato le mie nuove canzoni aveva cominciato a dirmi che avrei dovuto darmi una rinfrescata all’immagine, suggerendomi di frequentare i club giusti a Hollywood invece di farmi sempre vedere in giro con mia moglie… Ora, posso accettare che venga discussa la mia musica, i miei video, persino il mio modo di vestire: ma non il modo in cui mi comporto nella mia vita privata. Quando ho deciso di chiamare l’album nello stesso modo, quel titolo ha assunto anche un altro significato. Stava a simboleggiare l’opportunità che mi ha dato di essere una persona diversa, di scoprire chi sono veramente attraverso l’esplorazione di nuove direzioni”. Un disco personale e autobiografico, dunque? “Dipende. ‘Lonely no more’– l’espressione deriva da un racconto di Kurt Vonnegut, ‘Slapstick’- non lo è: nasce da una melodia che avevo in testa da un sacco di tempo. Ma altri pezzi, ‘Ever the same’ e ‘My, my, my” per esempio, sono il prodotto di quel che ho vissuto in quest’ultimo periodo. Mentre incidevo il disco mia moglie ha scoperto di essere affetta da una forma di immuno-deficienza e ha avuto bisogno di continua assistenza: di giorno andavo a trovarla in ospedale o parlavo con i medici, poi correvo in studio a registrare e di notte ero di nuovo al suo capezzale. Per strano o paradossale che possa sembrare, questo ha aiutato il processo creativo e mi ha spinto a realizzare un’opera migliore. Andare in studio era una forma di sollievo, un modo di scaricare la tristezza e le tensioni accumulate durante la giornata, ma sapevo anche di dover fare il miglior uso possibile del poco tempo lavorativo che avevo a disposizione: un po’ come un pittore che a un certo punto è costretto a mettere via il pennello e a finire il suo quadro. Così, questo disco è per metà una sperimentazione su suoni e generi musicali diversi, per l’altra il risultato di un’esperienza dolorosa e profondamente personale”. “All that I am”, con i suoi suoni marcatamente etnici, appartiene sicuramente all’area “sperimentale” dell’album: “E’ una canzone spirituale che ha per tema il mio rapporto con Dio. Quando si è trattato di darle un’orchestrazione Matt Serletic, il produttore con cui lavoro dai tempi del primo album dei Matchbox Twenty, ha preso in mano il dizionario musicale per verificare quali strumenti fossero in uso ai tempi della nascita di Cristo: di qui la scelta di tutte quelle percussioni, dello shofar e del duduk che danno quell’aroma asiatico al suono. Ne è venuto fuori un pezzo abbastanza estremo rispetto al resto dell’album: per me funziona come un momento salutare di pausa e di riflessione in mezzo al disco, senza contare che tiene fede anche alla vecchia tradizione dei Matchbox Twenty di inserire almeno una canzone completamente diversa dalle altre in ogni album. Il merito come sempre è di Matt, che ha un gran talento come arrangiatore. All’inizio avevo preso contatti con altri produttori, ma poi ho capito che non avevo voglia di delegare a qualcun altro il compito di cucire un suono alla moda intorno alle mie canzoni. Volevo tenere personalmente la situazione sotto controllo e prendermi le mie responsabilità, decidere in prima persona il suono delle chitarre e il posizionamento della batteria. Volevo essere io, insieme a Matt, a scegliere che tono dare al mio disco”.
Il brano che lo chiude, ‘Now comes the night’, voce piano e poco altro registrato “live” in notturna, sembra quasi un demo, invece. “Esatto, è rimasto quasi identico alla prima versione e l’abbiamo rifatto solo perché la qualità sonora del provino non era soddisfacente. Io e Matt l’abbiamo incisa in un piccolo studio immerso nei boschi, fuori città, dopo aver passato la giornata a parlare, ascoltare la musica che ci piace, rilassarci con un bicchiere di vino: l’argomento della canzone è la mortalità, e mi è sembrato il pezzo giusto per chiudere il disco. Abbiamo registrato tre versioni, la seconda è quella che abbiamo scelto”. Il disco sta piacendo moltissimo, in America. Anche a chi non conosceva o non apprezzava i Matchbox Twenty? “Così mi ha detto qualcuno, in effetti. Non sapevo se ringraziarli o mandarli a quel paese”. E c’entrano qualcosa, “Smooth” e Santana, con questo approdo? “Sì. Lì ho dimostrato a me stesso e agli altri di essere un autore, non solo il cantante di una rock band. E ‘….Something to be’ è il disco di un autore cresciuto ascoltando la radio e che fa canzoni radiofoniche, strofa-ritornello-strofa. La collaborazione con Santana ha aperto una porta dopo l’altra, come in un effetto domino. Da lì sono arrivate le proposte di Mick Jagger, di Marc Anthony, di Willie Nelson: lui è il mio idolo assoluto, nel genere Americana non c’è nessuno altrettanto bravo a raccontare storie che vengono dal cuore”. Che altro piace, a mr. Thomas? “I dischi di Kasabian e Thievery Corporation. Ray LaMontagne per l’onestà quasi imbarazzante che mette nei testi e nella musica. Ma il mio disco preferito del momento è quello di Amos Lee. Quando torno a casa alla sera, in questo periodo, lo metto immancabilmente nel Cd player. Mi piacerebbe che il prossimo disco dei Matchbox Twenty, quando ci ritroveremo in studio l’anno prossimo, andasse in quella direzione: belle canzoni, un suono più acustico e più live”.

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