Quando Pitchfork scrisse che David Byrne avrebbe collaborato con chiunque per un pacchetto di patatine

L’“insinuazione”, come la definisce il leader dei Talking Heads, del magazine statunitense risale a qualche anno fa, quando Byrne ha preso parte, come ospite, all’album “The Spirit of Apollo” dei N.A.S.A.
Quando Pitchfork scrisse che David Byrne avrebbe collaborato con chiunque per un pacchetto di patatine

Nel 2009 usciva l’esordio discografico, “The Spirit of Apollo”, dei N.A.S.A., duo hip-hop composto da Sam Spiegel e Ze Gonzales, un album così ricco di ospiti da far girare la testa, con collaborazioni di artisti come, tra gli altri, Chuck D dei Public Enemy, RZA, il chitarrista dei Red Hot Chili Peppers John Frusciante, Tom Waits, Kanye West, Lykke Li, Sizzla, George Clinton. E David Byrne, cantante e mente dei Talking Heads. Uno insomma che, scriveva Pitchfork nella recensione del disco, in un articolo firmato da Tom Breihan, si sarebbe offerto a qualsiasi collaborazione per qualche patatina fritta. Scrive il frontman dei Talking Heads nel suo libro del 2012 “Come funziona la musica” ricordando la stoccata del magazine statunitense:

“La rivista musicale online Pitchfork ha scritto una volta che avrei collaborato con chiunque in cambio di un pacchetto di patatine. Non era certo un complimento anche se, a essere sincero, non è molto lontano dal vero”.

Il frontman dei Talking Heads, artista a 360 gradi come pochi altri, ha in effetti una grandissima considerazione degli incontri tra creativi e dello scambio di spunti e idee non solo in ambito musicale. Il musicista nato in Scozia ha all’attivo un gran numero di collaborazioni con pezzi grossi come Brian Eno, St. Vincent e Fatboy Slim ma anche, ad esempio, con una moltitudine di artisti e orchestre world music, con il mondo del cinema, del teatro e della danza. Prosegue la voce di “Psycho Killer” nel suo racconto:

Contrariamente alla loro insinuazione, sono piuttosto selettivo nelle collaborazioni, ma anche disposto a lavorare con artisti che a prima vista potrebbero sembrare incompatibili con il mio stile. Sono pronto a rischiare un disastro, perché le ricompense creative di una collaborazione fruttuosa sono enormi. Lo faccio da una vita. Ho scoperto molto presto che la collaborazione è un elemento fondamentale dell’essenza della musica e uno stimolo alla creatività. A meno di essere un cantante folk o un DJ che usa il portatile, esibirsi dal vivo significa solitamente suonare con altri musicisti. Un ensemble di successo richiede inevitabilmente una certa dose di flessibilità e di compromessi creativi. Anche se di solito ci sono una gerarchia e spesso ruoli e parti stabilite, le particolari interpretazioni di ciascun musicista rendono unico il sound di ogni gruppo. E quando un ensemble è coinvolto anche nella creazione e/o registrazione di un brano musicale le tendenze espressive individuali diventano molto più evidenti. 

Paladino dell’abbattimento delle barriere tra musica “colta” e musica popolare – non solo dal punto di vista del prestigio ma anche, più concreto, dei finanziamenti economici -, David Byrne porta a compimento il suo ragionamento spiegando come non solo gli incontri tra artisti e musicisti siano la linfa dei processi creativi ma anche come spesso orientarsi su una collaborazione piuttosto che su un'altra sulla base dell’ipotetica autorevolezza di un nome piuttosto che di un altro possa rivelarsi un triste errore:

Non esiste una vera gerarchia nella musica: i bravi musicisti di un certo stile non sono migliori o peggiori dei bravi musicisti di un altro. I musicisti andrebbero visti entro una gamma di stili e approcci, invece che in una classifica se si segue il ragionamento fino in fondo, allora ogni musicista è un grande, un virtuoso, un maestro, se solo riesce a scoprire la musica giusta per lui, il suo personale posto in tale gamma. Non sono sicuro di volermi spingere così lontano, ma in questa idea c’è un granello di verità.

La nostra recensione di “Come funziona la musica” (“How music works”), edito in Italia da Bompiani, la trovate qui.

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