Album da (ri)ascoltare, nel frattempo: "Delta machine" dei Depeche Mode
Da un lato la tradizione. Dall'altro, il futuro. I Depeche Mode, sette anni fa, sono riusciti a fissare su disco una sintesi naturale ma di fatto quasi impossibile, gettando il cuore oltre l'ostacolo per consegnarci "Delta Machine", uno degli episodi più riusciti nella carriera recente della formazione guidata da Dave Gahan e Martin Gore: un disco dove il gruppo britannico riuscì a dare il meglio di sé, sia per l'omogeneità del lavoro che per la capacità di assemblare un disco di grandi canzoni senza ammiccare in nessun modo al pubblico. Ecco la recensione che Rockol pubblicò il 25 marzo del 2013:
Blues elettronico per questi anni scuri. Se si volesse riassumere in una battuta quello che sono e quello che fanno oggi, i Depeche Mode, potrebbe andare bene questa. Forse.
Perché, certo, 6 parole non esauriranno mai la complessità di suono, di una band, tanto più se la band ha un suono e una storia unici come i Depeche Mode.
I DM ormai sono un’istituzione: hanno i loro modi e loro tempi - non brevi, dettati da chimiche interne ormai consolidate e stabilzzate, che devono permettere a Gore, Gahan e Fletch di ricaricarsi altrove prima di avviare la loro macchina gigantesca.
Come per tutte le istituzioni, il rischio dell’immobilismo e dello sfruttamento del vantaggio di posizione è dietro l'angolo. Ci si poteva aspettare il “solito” album dei Depeche Mode, insomma, quali erano “Playing the angel” e “Sounds of the universe”, alla fine: ottimi esercizi di stile.
“Delta machine” è molto di più, per la nostra gioia. E’ il miglior album del trittico recente (tutto prodotto con Ben Hiller), forse perché è quello che l’idea più forte alla base: riattualizzuare il suono della band, riscoprendone le origini più scure. I tanto sbandierati (dalla band) paragoni con “Songs of faith and devotion” e “Violator” sono giusti e fuorvianti allo stesso tempo. Non c’è nessuna “Walking in my shoes" o “Enjoy the silence” qua dentro, ma c’è un mix perfetto di suoni neri e chitarre bluesate sepolte in beat e ritmi sintetici.
Il Delta e la macchina.
“Heaven”, il primo singolo o “Slow” sono due ottimi esempi. “Broken” ha una struttura melodica tipicamente DM, così come l’apertura di “Soft touch/raw nerve”. Il finale con “Goodbye” sembra una “Personal jesus” rallentata fino a diventare un bluesaccio, con un giro di chitarra da Missisipi su cui si innestano sintetizzatori, e la voce sempre più calda e cupa di Gahan.
Si potrebbe andare citando ogni brano, ma alla fine ciò che colpisce di più è l’omogeneità sonora del disco, il suo impatto complessivo. Non è un mistero che i DM sappiano scrivere grandi canzoni, ma questa volta hanno dato il meglio, vestendole del loro vestito (nero) migliore. Non è un disco facile, “Delta machine”: ha pochi momento piacioni. Ma è un album che regge benissimo ascolti ripetuti, che riafferma un’identità e un suono unico, nel miglior modo possibile dopo 30 e passa anni di onorata carriera.