Devendra Banhart dal vivo allo Sheperd’s Bush Empire di Londra: la recensione del concerto

Tra indie-folk, prog, tropicalia e rock – in tutte le sue declinazioni – l'artista di Houston conferma di essere un performer magnetico come pochi altri: il resoconto del concerto tenuto ieri sera, 4 febbraio, nella capitale inglese

Devendra Banhart dal vivo allo Sheperd’s Bush Empire di Londra: la recensione del concerto

La discografia di Devendra Banhart si distingue per un’eclettica progressione sonora: a partire dal debutto con “The Charles C. Leary”, passando per lo psichedelico “Cripple Crow”, fino ai più recenti “Mala” e “Ape in Pink Marble”, il cantautore di Houston ha sempre dimostrato un’inclinazione a rinnovarsi, spaziando tra lo psyco-folk degli esordi e la scrittura introspettiva delle produzioni contemporanee. Gli album del musicista sono spesso legati ad un luogo o una figura influente nella sua vita, che sia la New York in cui visse Arthur Russell - rievocata in “Mala” - o la città californiana di Bolinas – fondamentale nella registrazione dell’ambizioso “What Will We Be”. Nell’ultimo LP – intitolato semplicemente “Ma” – Banhart cambia ancora una volta registro, abbandonando lo stile scarno di “Ape in Pink Marble” in favore di un suono comprensivo di sassofono, tastiere e archi.

Sono queste le atmosfere che hanno dominato la serata allo Sheperd’s Bush Empire di Londra, in cui Devendra, accompagnato dalla sua band, ha ripercorso una carriera che – sembra strano dirlo – si avvicina al traguardo dei vent’anni. In versione live, Banhart è un performer capace di trasformarsi assecondando lo stile del brano che esegue; è un dandy in “Fancy Man”, rievoca la disco music con “Fig in Leather” e diventa un cantautore sulle orme di Caetano Veloso quando intona “Mi Negrita”. È la veste camaleontica con cui Devendra si presenta al pubblico a rendere il concerto dinamico ed imprevedibile.

Quello di Banhart è sound particolare, che racchiude varie influenze; se quella della musica latino-americana è immediatamente riconoscibile - data anche dall’origine venezuelana del cantante - nel repertorio non mancano riferimenti ad altre sonorità. Ne è esempio la sequenza di brani proposta questa sera: “Shabop Shalom” evoca una musica pre-Beatles, l’intimista e minimale “Daniel” è pervasa da un sapore indie-folk, mentre il potente intermezzo strumentale in cui si lancia la band – dove è accennato il riff di “Rats” - sembra provenire direttamente dal rock progressivo anni ’70. A questo trittico seguono “Golden Girls” e “Carolina”, due pezzi dissonanti tra loro, ma che nel bizzarro, quanto affascinante universo di Devendra, riescono a convivere armoniosamente.

Sono le canzoni estratte dall’ultimo album “Ma” ad essere protagoniste della setlist, e “Taking a Page” è forse uno dei momenti più sorprendenti del nuovo repertorio; dal vivo, il brano acquista un ritmo ancora più frizzante grazie soprattutto a Banhart, che lo interpreta muovendosi freneticamente da una parte all’altra del palco, interagendo direttamente con il pubblico. Anche “Is This Nice? a cui è affidata l’ouverture del concerto, si conferma uno dei pezzi migliori, un’ipnotica ninna nanna composta per il figlio che forse il musicista non avrà mai. È questo il tema alla base di “Ma”, in cui è celebrata anche la funzione materna/curativa della musica.

Qualità evidenziata perfettamente in questo live: se è vero che a seconda della stagione preferiamo un certo tipo di melodia, un freddo giorno di inizio febbraio è lo scenario ideale per ascoltare le canzoni di Banhart, così calde e rassicuranti, da trasportarci idealmente allo sbocciare dei primi fiori primaverili.

Durante la performance, Devendra lascia spazio ai suoi musicisti, inserendo nella setlist parentesi strumentali in cui il batterista Josh Adams diventa protagonista. Quando la band lascia brevemente il palco, Banhart si concede alle richieste del pubblico; i presenti domandano all’unisono “Carmensita”, ma l’esecuzione è rimandata (anche se solo temporaneamente). Il live sta però volgendo al termine: “Vi accompagneremo dolcemente nella notte” saluta infatti il cantante “è tutto quello che possiamo fare”. Le misteriose note di “Celebration” avvolgono l’auditorium in una sorta di incantesimo. Devendra e la band si congedano, per tornare poco dopo incitati dal pubblico: come promesso, ecco “Carmensita”. L’energia - che ha caratterizzato l’intera serata- diventa incontenibile. È un finale travolgente.

All’uscita del locale, c’è chi dal mood del concerto non vuole proprio distaccarsi e intona “I Feel Just Like a Child”. È un’atmosfera contagiosa che soltanto performer magnetici come Devendra Banhart possono regalare.

(Viola Pellegrini)

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