Intervista a Greg Dulli: “Sono posseduto dallo spirito del rock”

Il 21 febbraio esce “Random Desire”, il nuovo viscerale lavoro del frontman degli Afghan Whigs: “Non ho dovuto renderne conto a nessuno se non a me stesso”

Intervista a Greg Dulli: “Sono posseduto dallo spirito del rock”

“Mi interessava indagare sulle incognite che avvolgono la nostra natura, sulle difficoltà dell’amore, sulla morte, su quel desiderio umano ricorrente di sopravvivenza e rinascita”. Greg Dulli, 54 anni, ama convivere con i suoi demoni, gli stessi che aleggiano intorno a qualsiasi esistenza. Non li scaccia, apre la porta, li fa accomodare e inizia a far loro delle domande. Il frontman degli Afghan Whigs regala a se stesso e al suo pubblico “Random Desire”, in uscita il 21 febbraio, il suo nuovo album solista su Royal Cream/BMG. “Ci sono situazioni e soprattutto scelte che si riverberano sulla nostra vita – dice Dulli, con voce pacata e profonda – questo è un album sui cambiamenti, su quella possibilità di afferrare i momenti, di superarli, oppure no, cambiando la nostra esistenza. Poi ci sono i desideri, che possono scolpire il domani: se non ci fossero, il mondo sarebbe arido e già scritto”. Perché raccontare la strana alchimia del vivere con un album solista? “Per renderne conto a me stesso e basta, per sentire addosso una maggiore libertà, necessaria per trovare la giusta ispirazione per un disco che in qualche modo, in tutte le sue canzoni, ha un filo rosso di collegamento”, sottolinea l’artista dell’Ohio, ora di base a Los Angeles.

Dulli ha iniziato a lavorare al nuovo album subito dopo aver pubblicato l’ultimo disco con i Whigs, “In Spades” nel 2017. Il batterista Patrick Keeler stava per prendere un periodo sabbatico per registrare e partire in tour con i The Raconteurs, il collaboratore di lunga data di Dulli, il bassista John Curley, invece decise di tornare a studiare e poi ci fu la tragica morte del chitarrista Dave Rosser. “Tanti eventi, fra vita e morte, che mi hanno portato a fare qualche cosa, da solo – ricorda Dulli – ho scritto e suonato praticamente tutto il disco. Non è stato un processo corto, quasi tutto quello che avevo scritto, a un certo punto del percorso, l’ho eliminato, sono ripartito. Ho conservato poco o nulla. “Pantomima” è la canzone con la gestazione più lunga della mia vita per esempio. È un brano sugli inganni quotidiani di chi chiacchiera con parole prese in prestito”.

Il disco, composto tra la sua casa a Silver Lake, San Bernardino e New Orleans, e registrato per lo più nello studio di Christopher Thorne a Joshua Tree, vanta anche diversi ospiti: il chitarrista degli Afghan Whigs Jon Skibic, il polistrumentista Rick G. Nelson, Mathias Schneeberger dei Twilight Singers, Dr. Stephen Patt e il batterista Jon Theodore. Fra storie d’amore che sembrano scivolare via, il fato che avvolge e muta i momenti, i benefici creativi della solitudine, fra presenze e mancanze, Dulli crea un disco rock da 37 minuti pieno di visioni, in cui la sua voce evocativa e le tante sfaccettature del suono creano un’atmosfera densa di significati. Non è un caso che il rocker abbia dichiarato che, per questo lavoro, abbia guardato ai progetti più suggestivi di Prince e Todd Rundgren. È il lavoro lucido di un reduce da tante esperienze che prova a fissare in musica tutto quello che l’ha attraversato. “Non trovo risposte molte volte, ma questo non vuol dire che non sia importante farsi domande e mettersi in viaggio – conclude Dulli – il rock è prima di tutto emozione, al di là dei messaggi e dei testi. È uno dei motivi per cui amo anche la musica rock italiana, penso per esempio agli amici Afterhours. Non parlo italiano, non capisco le parole, ma sento delle vibrazioni sulla pelle. Il rock è questo, unisce in primis per quello che emana, poi viene quello che dice. Non riesco a immaginare una vita senza rock. Da quando il suo spirito si è impossessato di me, non mi ha mai abbandonato. Mai”.

(Claudio Cabona)

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