Cosa ci raccontano le scelte dei singoli dei Pearl Jam

Spiazzati da “Dance of the clairvoyants”, la nuova canzone della band? Non è la prima volta che Eddie Vedder & co usano un singolo in maniera non convenzionale. Ripercorriamo la storia discografica della band da un punto di vista particolare

Cosa ci raccontano le scelte dei singoli dei Pearl Jam

Basso, tastiere e groove: il primo ascolto di “Dance of the clairvoyants” dei Pearl Jam è spiazzante. È il singolo che anticipa di “Gigaton”, l’album in uscita a fine marzo: la band di Eddie Vedder non suona come te lo aspetti
È solo un singolo, dirà qualcuno. Non proprio: anche nell’era dello streaming le canzoni che precedono un album hanno una valenza soprattutto simbolica: sono la carta d’identità del gruppo/artista in quel momento. Ci lasciano intuire cosa dobbiamo aspettarci o - volutamente - ci spiazzano.

Non è la prima volta che Eddie Vedder e soci usano in questa maniera la prima canzone estratta da un album. Nel ’93 la band usciva dal successo multimilionario di “Ten”, e l'attesa per il secondo album era enorme. I Pearl Jam prima si presentarono ai MTV Awards, il 2 settembre, suonando l’inedito “Animal”. Poi, scelsero “Go” come singolo di lancio per “Vs.”: due canzoni dirette, sicuramente diverse dal suono più pulito di “Ten”. “Go” è quasi punk, e inizia con la band che sembra in prova, a spiegare che è una registrazione “live in studio”. Poi partono le chitarre, furiose: i PJ ci stanno contemporaneamente spiazzando e raccontando che “Vs.” è un disco più crudo del precedente.
In questa ottica  “Spin the black circle” - la canzone che nel ’94 anticipò “Vitalogy” - è più convenzionale. Un altro brano quasi punk, ma dal suono più pulito. Un atto d’amore verso la musica e verso il vinile, che anticipa un disco più complesso e un altro capolavoro.

“Who you are” nel ’96 anticipa “No code” è il primo singolo sicuramente più spiazzante della carriera dei PJ: altro inizio con la band che sembra accordare gli strumenti, poi parte la canzone, irregolare e diversa da qualsiasi cosa fatta fino a quel punto. C’è il riferimento agli amati Who, ma solo nel titolo: “No code” è per molti versi il disco più sperimentale della band. Al confronto, “Given to fly”  - che  anticipa “Yeld” (’98) - è più rassicurante: un mid-tempo melodico, che però ebbe una coda polemica: venne accusata di somigliare troppo a "Going to California” dei Led Zeppelin.

Nel 2000 esce “Nothing as it seems”, altra scelta interessante come primo singolo: anticipa “Binaural”, ed è scritta interamente da Jeff Ament. È una ballata, si, ma che inizia con una chitarra acida e un suono di basso che dà un tono inquietante al brano. Una scelta molto diversa invece da “I am mine”, che è una canzone più tradizionale - e stupenda, che anticipa “Riot act”, disco post-11 settembre molto arrabbiato e a modo suo anche questa canzone lo è: una dichiarazione di indipendenza da tutto e da tutto.

I singoli che hanno anticipato gli album successivi non hanno particolarmente lasciato il segno: “World Wide Suicide” (Da Pearl Jam, del 2006) è un rock abbastanza classico, così come "The Fixer” (da “Backspacer” del 2009), che ha un taglio un po’ più power-pop e melodico. "Mind Your Manners” (da “Lightining bolt” del 2013) riporta al rock più duro e ricorda l’operazione di “Go” e “Spin the black circle”. Insomma: “Dance of the clarvoyants” è un ritorno alle origini dei Pearl Jam se non nel suono almeno nella voglia di spiazzare.

Non entro sui singoli successivi al primo per ogni album - se no il discorso si fa lungo, troppo. Ma un cenno a parte meritano i singoli pubblicati solo come tali e non inclusi su album. Qua ci sono dei capolavori, a partire da 
“Merkin Ball” del 1995, tratto dalle sessioni di “Mirrorball”, l’album in cui i PJ fecero da band di Neil Young: “I got ID” e soprattutto “Long Road” sono rimaste nella storia della band. Così come "Last Kiss”, cover di Wayne Cochran, che arrivò al secondo posto delle classifiche americane ed è il singolo di maggior successo della band. Usci come singolo di natale per il fan club, ma le radio iniziarono a passarlo, spingendo la band a pubblicarlo nel giugno del ’99, dando i proventi in beneficenza per i rifiugiati del Kosovo: permise di raccogliere 10 milioni di dollari. Altro capolavoro fu “Man of the hour”, pubblicata nel 2003 per la colonna sonora di  “Big Fish”, film di Tim Burton: una ballata commovente quanto il film.
Decisamente più trascurabili gli ultimi due singoli a se stanti: “Olé" (2011) e "Can't Deny Me” (2018). Quest’ultima, si pensò, poteva essere un’anticipazione del nuovo album ma non è un caso sia stata lasciata fuori.

Ho raccolto questi singoli in una playlist, mentre qua sotto trovate un video in cui racconto le canzoni da riscoprire dei Pearl Jam. Buon ascolto!

(Gianni Sibilla)

 

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