L’uomo che voleva imparare

Alla riscoperta di Lucio Battisti, artista e sperimentatore: intervista a più voci con Gaetano Ria, Mario Lavezzi e Alberto Radius

L’uomo che voleva imparare

Mentre Battisti sbarca su Spotify, aprendosi le porte al mondo moderno, Sony pubblica, a due anni di distanza dalla prima, la seconda raccolta dei suoi grandi successi, che riprendono vita in una nuova forma, rimasterizzati dai nastri originali. Lucio Battisti Masters vol. 2, la seconda raccolta di 48 brani rimasterizzati a 24bit/192khz dai nastri originali, è il frutto di un lungo lavoro di restauro che la casa discografica pubblica, fiera della migliore definizione audio attualmente possibile. Mario Lavezzi, cantautore e produttore, Gaetano Ria, fonico romano punto di riferimento fin dagli anni ’60, e Alberto Radius, membro storico della Formula 3, ci raccontano l’uomo dietro alle canzoni, tra ricordi e aneddoti di anni che oggi appaiono incredibilmente speciali.

Che ricordi avete di Battisti, in studio?
Gaetano Ria: «Lucio non faceva entrare nessuno. Solo i suoi musicisti. Quando lavoravamo insieme avevamo un rapporto fondato sui suoni. Lui sapeva esattamente ciò che desiderava, io cercavo di interpretarlo e riprodurlo. Mogol non entrava a sentire nulla. Io facevo le basi, gli mandavo il nastrino. Lucio cantava in finto inglese lasciando alcune parole italiane di cui si innamorava o che gli suonavano bene. Chiedeva che, se non le stesse parole, rimanesse almeno la stessa sonorità. È la base che si richiede a ogni paroliere, ma non tutti ci riescono. Mogol tornava in studio a lavoro finito e veniva ad ascoltare il risultato».

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