Fabrizio De André: “Crêuza de mä” compie 36 anni. Tutte le canzoni: “Jamin-a”

“Crêuza de mä”, album di Fabrizio De André (realizzato con Mauro Pagani e uscito nel marzo dell''84), è considerato un disco fondamentale a livello nazionale e internazionale. Nell’anniversario della pubblicazione lo ripercorriamo canzone per canzone.
Fabrizio De André: “Crêuza de mä” compie 36 anni. Tutte le canzoni: “Jamin-a”

Fabrizio ha dedicato una canzone a Dori Ghezzi, ma nemmeno lei sa qual è, non gliel’ha mai confessato. «Spero sia ‘Jamin-a’, la compagna che ciascun marinaio spera di incontrare in ogni porto dopo le spericolate avventure in mare. Sono tante storie in una storia, e in fondo anche la nostra è stata così» rivela Dori Ghezzi descrivendo la canzone più sensuale, perfino erotica (“quasi hardcore” la definisce l’autore), del repertorio di Fabrizio. Lui però la nasconde così: «Jamin-a è un’amica algerina. Tutti quanti ma soprattutto la stampa più retriva hanno detto che è una prostituta ed è invece una splendida compagna di viaggio. Ce ne fossero di Jamin-e! È una Bocca di Rosa vista attraverso un’esperienza personale». “Lengua ’nfuega Jamin-a / lua de pelle scûa / cu’a bucca spalancà / morsciu de carne dûa / stella neigra ch’a lûxe / me veuggiu demuâ / ’nte lûmidu duçe / de l’amë de teu arveà / ma seu Jamin-a / ti me perdunié / si non riüsciò a ésse porcu / cumme i teu pensë” (“Lingua infuocata Jamina / lupa dalla pelle scura / con la bocca spalancata / morso di carne dura / stella nera che illumina / mi voglio divertire / nell’umido dolce / del miele del tuo alveare / sorella mia Jamina / mi perdonerai / se non riuscirò a essere porco / come i tuoi pensieri”). Il racconto prosegue, accompagnato da ritmi e strumenti esotici, in un abisso di passione dove la “sultan-a de e bagascie” sfodera tutta la sua arte, più perversa che amatoria, fino alla resa: “E l’urtimu respiu Jamin-a / regin-a muaé de e sambe / me u tegnu pe’ sciurtï vivu / da u gruppu de e teu gambe” (“E l’ultimo respiro Jamina / regina madre delle sambe / me lo tengo per uscire vivo / dal groppo delle tue gambe”). «Mi sono nascosto dietro il dialetto genovese» ammette De André, «perché certe parole, che in italiano hanno un significato fortemente volgare, qui perdono questa connotazione». Mauro Pagani segue la voce sinuosa di Fabrizio con l’oud, il liuto arabo, Mario Arcari lo rimbecca con lo shanai, una doppia ancia turca, mentre il percussionista Walter Calloni batte sul bendir, il tamburo di pelle di pesce dotato di corde di risonanza che creano un esotico effetto di rullante. Il primo disco etnico della storia è suonato paradossalmente da una formazione interamente italiana, se si esclude il francese François Bedel che percuote il darabouka, bongo di origine ottomana.

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Domani scriveremo di “Sidùn”

Leggi qui la scheda di “Crêuza de mä”​

Il testo qui pubblicato è tratto, per gentile concessione dell’autore Federico Pistone e dell’editore Arcana, dal libro “Tutto De André – Il racconto di 131 canzoni”. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.

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Dall'archivio di Rockol - Fabrizio De André, la storia di "Tutti morimmo a stento"
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