'London Calling' piace anche a mia nonna': quando i Clash furono più punk del punk

Oggi il terzo album della band un tempo guidata da Joe Strummer è considerato un capolavoro. Ma, quando uscì, scatenò una rivolta da parte dei fan più integralisti. Massimo Cotto racconta...
'London Calling' piace anche a mia nonna': quando i Clash furono più punk del punk

Se non ami i Clash quando incendiano i campi di punk o Joe Strummer quando rilegge "Redemption Song" non puoi dire di amare il rock. E se non ami "London Calling" forse non hai l’animo da vero punk. Però anche se oggi può sembrare incredibile, quando uscì, furono in molti a storcere il naso e gridare al tradimento.

"London Calling" è per me la prova che si può essere dinamitardi, come si usava agli inizi del punk, anche senza rinnegare la melodia, e che si può essere punk senza suonare il punk, almeno in senso stretto, perché dentro troviamo il merseybeat in "Hateful", il country-bebop di "Jimmy Jazz", il rock and roll di "Brand New Cadillac", i ritmi in bilico tra ska e latin in "Rudie Can’t Fail", il rhythm and blues di "Right Profile", il boogie di "Four Horsemen", il calypso-reggae di "Revolution Rock" e il reggae rivisitato di "The Guns Of Brixton", il soul-rock di "Spanish Bombs", lo shuffle di "Train In Vain", le citazioni alla Phil Spector di "The Card Cheat". E potremmo andare avanti a lungo parlando anche di funk, gospel, surf.

Se prima i Clash puntavano sull’analfabetismo musicale per scrivere le grammatiche punk, adesso diventano quasi enciclopedici, come a voler abbracciare tutti i generi e gli stili e ribadire che punk è un’attitudine, un grido, è rabbia e energia, garage e cantina, ma a volte può anche essere un attico, basta non arredarlo con i mobili alla moda. Nel punk di "London Calling" non c’è traccia della disperazione e del nichilismo dei Sex Pistols. Le Pistole del Sesso semplificano la musica, la spogliano, la scarnificano; i Clash la allargano, la ampliano, la trasformano in contenitore dove la rabbia è un ingrediente, ma non è il solo ingrediente. C’è uno sguardo verso l’altrove, e "Sandinista" ne sarà la conferma. C’è come una voglia di redenzione, di cancellare il peccato originale del punk, quello che non ammetteva il passato e ne negava la valenza. "London Calling" è il modo più straordinario per fare penitenza senza dire tre pater ave e gloria, è incorporare il rock nel punk per farlo ripartire. Prima il punk era rottura, adesso è ripartenza. Prima erano sputi, spilloni, chiodi e pelle in un vagone della metropolitana, adesso è tutto quel vagone, che viaggia veloce con a bordo persone diverse, razze diverse, mondi diversi.

Una volta, agli inizi, il New Musical Express scrisse che i Clash erano il genere di garage-band che dovrebbe essere rispedita immediatamente in garage. È esattamente quello che i Clash hanno fatto con "London Calling": sono tornati in garage, hanno aperto i vecchi bauli e tirato fuori il rock and roll, nel senso più ampio del termine. Nel 1977 cantavano "No Elvis, Beatles and Rolling Stones", adesso li recuperano. Nel consegnare alla storia una copertina che ricorda la copertina dell’esordio di Elvis, i Clash introducono un pensiero importante, una variazione sul tema del no future. Quello che bisogna combattere non è il passato, ma il passato che non vale, che non conta. Teniamo l’Elvis di "Mystery Train", cancelliamo quello gonfio e pacchiano di Las Vegas. Questo è. Nella prima copertina, Elvis Presley imbraccia la chitarra, nella seconda Paul Simonon la sfascia. Non è un caso, niente è casuale nei capolavori.

Oggi lo consideriamo così, un capolavoro, ma quando uscì, come dicevo, ci fu la rivoluzione degli integralisti. I Clash vennero accusati di tradimento ideologico; un punk, dopo un concerto in Svezia, si avvicinò a Strummer e gli urlò in faccia il suo disprezzo, dicendo: “London Calling piace anche a mia nonna”.

Esagerazioni di un mondo che viveva di esagerazioni. Anche i Clash esagerarono. "London Calling" è per me il disco più rivoluzionario del punk, semplicemente perché va contro la rivoluzione del punk. Nessuno ha mai osato di più. Chiunque li abbia visti dal vivo sa che cosa dico.

(Massimo Cotto)

Questo testo è tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, che ringraziamo, dal libro “Rock Live - Emozioni, verità e backstage dei più leggendari concerti rock” di Massimo Cotto, edito da Mondadori (275 pagine, 18 euro). A partire da sabato 22 dicembre e fino a lunedì 6 gennaio 2020, Rockol presenterà ogni giorno un estratto da questo volume.

Rockol, dallo scorso 25 novembre, sta celebrando il quarantennale della pubblicazione di “London Calling” dei Clash, che ricorre il 14 dicembre 2019: a questo indirizzo sono disponibili tutti gli approfondimenti che abbiamo dedicato per l'occasione al terzo disco della band di Joe Strummer, Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon.​

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