Il nuovo libro dei Baustelle: “Raccontiamo i momenti di noia di un mestiere che ci fa sentire vivi”

“I musicisti arrivano già stanchi negli hotel”, con testi di Francesco Bianconi e foto di Gianluca Moro, mostra il tempo sospeso della band durante i tour
Il nuovo libro dei Baustelle: “Raccontiamo i momenti di noia di un mestiere che ci fa sentire vivi”

Un viaggio in un tempo fluttuante fra teatri, camere d’albergo, treni, aerei e bus. “Mostriamo la noia e la routine di un mestiere senza il quale non potremmo vivere: quando saliamo sul palco tutta la fragilità che ci portiamo dietro scompare”, racconta Francesco Bianconi, cantante e compositore dei Baustelle.

“I musicisti arrivano già stanchi negli hotel”, volume uscito per La nave di Teseo editore, con fotografie di Gianluca Moro e testi di Bianconi, racconta per immagini i silenzi, gli applausi del pubblico, le attese, i vizi per ingannarle, le città attraversate per frammenti: tutti elementi che compongono il mondo nascosto di una band in movimento, impegnata nei suoi ultimi tour.

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“L’idea era proprio quella di mostrare il reiterarsi delle situazioni, moltiplicate per venti, trenta date diverse – spiega Bianconi – è come se sapessimo tutto ancora prima che questo accada: le prove, gli hotel, i riti prima del concerto, la festa dopo il concerto. Tutta questa ripetizione smonta il mito dell’iconografia rock. Si pensa che chi faccia musica a certi livelli viva un’esistenza bellissima, in realtà come in tutti i mestieri ci sono momenti di estrema fatica, noia e frustrazione spesso neanche immaginabili”. E poi continua: “Lo so che svolgo un mestiere che sicuramente mi regala più gioia di chi fa lavori di muratura su un tetto, ma questo non significa che dietro non ci sia anche una dimensione di debolezza. Un recente studio americano afferma che fra i mestieri più faticosi, per i lunghi viaggi, il poco sonno e la fatica, si può annoverare quello del musicista. In molti ci scrivono: vi lamentate anche? No, non lo facciamo, ma vogliamo mostrare quello che non si vede”.

Tra testi che si muovono fra prosa e poesia, come le canzoni che hanno reso Bianconi uno dei cantautori più importanti del panorama italiano, e le istantanee intime della vita del backstage e dei furgoni con gli altri componenti del gruppo, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, il libro sfugge alle definizioni e regala un’interessante visuale sulla musica, smitizzando la vita del musicista e riportandola alla sua cristallina meraviglia, composta inevitabilmente anche di lati più oscuri.

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“Ho realizzato tutti gli scatti con uno Smartphone proprio per trasmettere la sensazione di foto rubate – svela Gianluca Moro, in sodalizio con la band dal 2003 – credevo che il mezzo mi limitasse, invece è stato perfetto per questo tipo di sfida. Le foto offrono spunti di riflessione, visioni e hanno tutte un’impostazione storica che si accompagna anche a diverse sperimentazioni. È un occhio puntato su tutto quello che è celato. Quando sono partito in tour con i Baustelle ero euforico, credevo di vivere giornate straordinarie. Molte volte è stato così, tante altre la noia mi ha spinto a girare le città per ingannare il tempo che sembrava inesorabile”.

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Bianconi, con i suoi testi, porta il lettore nel dietro le quinte delle esistenze dei Baustelle: “Aprire e chiudere il sipario. Entrare in scena. Uscirvi. Salire e scendere. Come coca ed ero. Tutto precisamente indefinito. Tutto maledettamente vero”. Oppure: “Un mio amico sostiene che il soundcheck sia come farsi una sega e non venire”.

Come se si fosse a teatro, si trovano anche i fan che vogliono possedere l’artista o giornalisti che non possono fare a meno delle interviste: “Tutti attori di questo grande spettacolo – sottolinea Bianconi – la musica per me è dipendenza, è come una droga. Non potrei fare altro, per questo cerco di affrontare tutti i lati del mestiere al meglio. Le interviste pochi minuti prima di salire sul palco, come se dovessi per forza parlare di chi sono e di quello che farò, sono passioni di Cristo. Si fanno, ci mancherebbe, ma sono momenti disturbanti. La bellezza dei fan che a fine concerto ci aspettano fuori per un selfie si mischia alla rappresentazione distorta che hanno di me, di noi. A volte vorrei solo essere trattato come una persona normale”.

Bianconi rigetta la dicotomia fra arte e mestiere, uno dei temi centrali del libro. “Una routine non è per forza negativa, elevare l’arte a qualche cosa di grande, sempre e comunque, è una concezione che ha rotto i coglioni – conclude – fare musica significa svolgere un mestiere, nel senso nobile del termine. E ciò comporta dedizione e sforzi, perché la vita è dura. Se ci fosse più mestiere ci sarebbero meno strombazzatori in giro. Se poi questo mestiere ha il potere di essere anche arte lo giudicherà qualcun altro”.

(Claudio Cabona)

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