La musica è madre: Devendra Banhart racconta il nuovo album 'Ma'

Il cantautore americano pubblica uno dei suoi dischi più raffinati, una concept dedicato alla maternità

La musica è madre: Devendra Banhart racconta il nuovo album 'Ma'

Devendra Banhart si sporge in avanti e cerca di parlare in italiano: “Como se dice embarrassing? Imbarazzato? È molto imbarazzato a me non parlare italianol. There’s no excuse”. In realtà, Devendra si fa capire benissimo quando spiega che i temi del suo nuovo album sono la maternità e la morte. Il disco s’intitola “Ma” ed è una delle cose migliori che il cantautore americano cresciuto in Venezuela ha pubblicato negli ultimi anni. È ispirato, musicalmente raffinato, piacevolmente leggero. Banhart lo porterà in concerto il 9 febbraio 2020 al Teatro dal Verme di Milano, unica data italiana finora confermata. Banhart è uno che non sta mai fermo. Nel corso del 2019, ha curato la collezione di demo “Fragments du monde flottant”, ha disegnato una linea di vestiti per Alex Crane, ha pubblicato il libro di poesie “Weeping gang, bliss void, yab yum” e la raccolta di disegni “Vanishing wave” ispirati al terremoto in Giappone del 2011. “Forse ho troppo tempo libero”, dice sorridendo.

Hai detto che nel disco ci sono tre filoni narrativi. Quali?
Il primo è la gratitudine per la qualità materna della musica. La musica è nostra madre, l’arte è nostra madre. Il secondo ha a che fare col fatto che sono circondato da genitori, ovvero i componenti della mia band, e perciò posso osservare il bellissimo rapporto padre-figlio. Io di figli non ne ho e magari mai ne avrò, ma posso trarre ispirazione da quel che vedo per le mie canzoni. Il terzo filone ha a che fare con la sensazione di volersi ricongiungere a tua madre senza riuscirci.

In che senso?
La madre, in questo senso, è il mio Paese, il Venezuela. La situazione laggiù è apocalittica. Il mio rapporto con il Venezuela, che non posso aiutare perché il governo di Maduro lo impedisce, è una metafora del rapporto fra un figlio e una madre. Sono pessimista perché le cose non cambieranno in modo pacifico. Ma sono anche ottimista perché le cose prima o poi cambieranno.

Quindi “Ma” sta per “madre”?
Ho scelto “Ma” proprio perché significa “madre” in molte lingue. In giapponese, però, “Ma” significa anche “spazio” intenso come complemento di un oggetto: pensa a un bicchiere da riempire. Secondo questa idea, l’essenza dell’oggetto è quello spazio vuoto. Lo spazio come potenziale. È il modo in cui penso a questo disco, al fatto che vive di pieni e di vuoti musicali.

È musicalmente più ricco del precedente “Ape in pink marble”.
Quello era fatto principalmente di sintetizzatori. Al posto di trasporre le parti di pianoforte, archi e fiati al synth, questa volta abbiamo usato gli strumenti veri, viola, violino, violoncello, oboe, fagotto, tromba, sassofono, pianoforte. Io non so leggere la musica, è un lavoro fatto dal mio produttore Noah Georgeson.

Canti di lutti e funerali, eppure il disco trasmette sensazioni di conforto e sollievo.
Grazie mille, era quello che volevo. Da una parte ci sono canzoni sulla morte di amici e del mio padre biologico, dall’altra c’è la consolazione derivante dal fatto che il disco contiene le parole che direi a un figlio, se ne avessi uno.

Che cosa significa il ritornello “kantori ongaku shikata ga nai”?
È giapponese, significa “country music, c’è la vie”. Che cosa dite voi italiani quando siete imbottigliati nel traffico, oltre a “vaffanculo”? That’s life, è la vita. In Giappone lo si dice quando si ricevono brutte notizie, ma non ci si può far nulla. “Country music” è invece una citazione di una canzone degli Happy End, la band di Haruomi Hosono della Yellow Magic Orchestra.

In “Now all gone” canti una cosa tipo: quello in cui credo non è fissato per sempre nella realtà. Che intendi dire?
Tutte le cose che consideriamo concrete e solide sono soggette al cambiamento. Le nostre opinioni non sono fatti. Tutto cambia, anche i valori in cui crediamo, lo dobbiamo tenere a mente. La realtà è malleabile e in costante evoluzione. La solidità delle cose è un’illusione. Come dicevo prima, sono spazi che possono essere riempiti. E fammi aggiungere che in quella canzone c’è Cate LeBon, una delle più grandi autrici di canzoni di tutti i tempi. È un onore, il suo album “Reward” è… wow.

A proposito di grandi autrici, nel testo di “Taking a page” citi Carole King, che è accreditata come co-autrice…
Abbiamo dovuto farlo. Oltre al suo nome, nella canzone cito la sua “So far away” intonando una melodia non uguale, però simile. I suoi avvocati non volevano permettercelo. Avremmo dovuto togliere la canzone dall’album o rischiare una causa. Ci stavano preparando al peggio quando Carole King ha sentito il pezzo e ha dato il suo assenso.

L’album finisce con “Will I see you tonight” con Vashti Bunyan. Per qualche motivo, mi ha ricordato “Magnolia” di J.J. Cale…
Effettivamente J.J. Cale è un’influenza nel disco, specie nel suono della batteria di “Kantori ongaku”. Era uno dei miei eroi con Laurie Anderson, Caetano Veloso, Lou Reed e Vashti Bunyan, che per me è l’archetipo della madre. Questo non è solo un disco sulla maternità. È anche un disco sulla qualità materna della musica. Quand’ero stanco, triste e solo, il primo album di Vashti “Just another diamond day” mi ha consolato. Come solo una madre sa fare.

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