Carlo Pastore e la chiusura di Babylon: così crolla la torre dell'indie italiano
Che nella musica italiana stesse per succedere qualcosa di importante, Carlo Pastore se ne era accorto già dieci anni fa. Correva l'anno 2010 quando il dj, ex volto di MTV, forte della sua esperienza come direttore artistico del MI AMI (raduno della scena indipendente italiana e dei suoi seguaci), decise di mettere su un programma che potesse raccontare tutte le novità che si stavano facendo strada, non senza difficoltà - la diffidenza dei canali tradizionali, un mercato praticamente invaso dalle star dei talent, un'industria poco interessata a proposte alternative rispetto al "pop" di quel preciso momento. Lo streaming non esisteva ancora, i social non erano così potenti come lo sono oggi e il ruolo dei gatekeeper tradizionali nella diffusione e nella promozione delle novità era ancora preponderante. Poi arrivò Babylon, un piccolo passo verso qualcosa di nuovo nel rapporto tra media e indie (che ancora non si chiamava così): nel palinsesto di una radio generalista, un programma tutto dedicato ai protagonisti di quella "new wave", che nel salotto di Carlo Pastore potevano raccontarsi e far ascoltare le loro canzoni. Ora, dopo nove stagioni, il conduttore ne annuncia la chiusura: "Radio2 non ha interesse a mandare avanti Babylon nella prossima stagione", ha scritto Pastore in un post pubblicato sui social, scatenando la polemica dei fan. Non è questa la sede per riflettere sulle scelte della rete. Però la chiusura di Babylon merita una riflessione più approfondita, legata alle sorti di quella stessa scena indipendente che negli anni il programma ha saputo raccontare e supportare: è una chiusura del cerchio, ora che l'indie è ormai diventato il "nuovo" pop.
Lo ricorda anche Carlo Pastore nel suo post: Babylon fu tra i primi - se non il primo - ad intervistare ufficialmente Niccolò Contessa (in foto), che più o meno contemporaneamente al debutto del programma pubblicava su SoundCloud i primi due pezzi dei Cani. "I pariolini di diciott'anni" e "Wes Anderson", anticipazioni dell'album che sarebbe arrivato di lì a un anno, "Il sorprendente album d'esordio de I Cani", inaugurarono un nuovo corso per la musica indipendente italiana e aprirono una breccia tra "indie" e "mainstream" dalla quale negli anni successivi sarebbero passati tutti. Quella stessa breccia che Tommaso Paradiso avrebbe allargato, sgomitando, un po' di più. E che Calcutta, con "Mainstream", avrebbe definitivamente spalancato.
Sarebbe da sciocchi pensare che di Babylon non c'è più bisogno, ora che l'indie è diventato il "nuovo" pop e i protagonisti della scena conquistano Dischi di platino e annunciano tour nei palasport: in tutti questi anni il programma è stato capace di rinnovarsi e cambiare pelle, pur restando "fedele alla linea". Da un lato anticipando le tendenze (l'intervista a Carl Brave e Franco126 subito dopo l'uscita di "Polaroid", quando il duo di "Pellaria" era ancora un fenomeno tutto romano; e poi Sfera Ebbasta, Charlie Charles, Myss Keta, Frah Quintale, i Coma_Cose, Willie Peyote, Clavdio), dall'altro intercettando i gusti del pubblico (Pastore intervistò Fedez prima ancora che il rapper diventasse una star del pop, addirittura nel 2011). In un panorama discografico ormai in continua trasformazione, dove tutto cambia troppo in fretta e i fenomeni nascono, crescono e muoiono con una rapidità disarmante, sicuramente Babylon avrebbe continuato ad aiutare il pubblico ad orientarsi - vale la pena ricordare che tra gli artisti che hanno ottenuto un primissimo passaggio in radio, proprio grazie a Babylon, ci sono anche King Krule, Lana Del Rey, Kendrick Lamar, Lorde, Dua Lipa: tutte star internazionali, oggi, nel loro campo. Non sarà così, purtroppo.
di Mattia Marzi