NEWS   |   Italia / 02/05/2019

Il Concerto del Primo Maggio ha quasi trent'anni ma non li dimostra (più)

Il glorioso passato alle spalle, uno sguardo al presente e un orecchio pronto a cogliere il mainstream prima della consacrazione: un commento dell'edizione 2019 del Concertone

Il Concerto del Primo Maggio ha quasi trent'anni ma non li dimostra (più)

Detto che a mettere d'accordo tutti non ci sono riusciti nemmeno i Beatles, è chiaro che il grosso dello sforzo fatto in cabina di regia del Concerto del Primo Maggio 2019 sia stato quello di ribadire il concetto "di rottura" dello scorso anno – la "musica attuale" contro il Concertone liturgico e istituzionale della canzone degli Elii – senza rinnegare il glorioso passato che, più nel bene che nel male, ha reso piazza San Giovanni uno dei luoghi sacri della musica live in Italia.

In questo senso, il passaggio chiave del Primo Maggio è da rintracciare tra le otto e le dieci e mezzo di sera, quando sul palco sfilano nell'ordine Noel Gallagher, la superstar internazionale che lancia l'evento, Manuel Agnelli, Daniele Silvestri e Subsonica – figure di spicco a cavallo tra alt rock anni Novanta e cantautorato che hanno avvicinato, a modo loro, il nostro Paese al resto del mondo – per chiudere con Gazzelle e Achille Lauro, gli astri nascenti dell'epoca dello streaming e della post-discografica (comunque capaci di reggere palchi di prestigio: vedi anche Carl Brave, al quale gli organizzatori hanno assegnato uno dei set principali, quello delle 20.30, perfettamente a suo agio di fronte alla folla di Piazza San Giovanni – forse aiutato anche dal fatto di giocare in casa). Più che una distribuzione di pesi da manuale Cencelli, quindi, un filo rosso immaginato per tenere insieme quelle realtà – più o meno nuove, in ogni caso attuali – capaci di riempire una piazza anche senza la rincorsa ideologica propria del Concertone vecchia maniera.

Poi, certo, ci sono stati passaggi interessanti anche nelle porzioni dello show fuori dal prime time, come quello degli Zen Circus prima di Ghemon e Omar Pedrini, coi pisani a fare da ideale anello di congiunzione tra la leva storica e quella nuova, ma prendere i pesi delle coordinate del cast è un gioco che, una volta calato il sipario, lascia il tempo che trova.

Se, come ci ha detto Max Casacci nel backstage alla vigilia del concerto, una volta venuto a mancare il volano sociale dell'evento, i concerti del Primo Maggio – questo e tutti gli altri – si risolvono il più delle volte in grandi feste della (e alla) musica, occorre tenere presente le responsabilità che gravano su ci assembla la maratona di piazza San Giovanni, che di tutte le feste (musicali) dei lavoratori è quella più in vista, oltre che la capofila: detto che la causa della "musica attuale" è nobilissima ma faticosa, perché non regolata da chart e algoritmi ma intercettabile solo da un orecchio attento e fresco capace di cogliere il mainstream prima della consacrazione, perché il Primo Maggio romano si confermi come faro sul panorama live nostrano è indispensabile creare una linea che unisca passato, presente e futuro edizione dopo edizione, successo dopo successo e – se è il caso – scivolone dopo scivolone.

A prescindere dai budget – che, stando a quanto spiegato dai rappresentanti sindacali nel corso della conferenza stampa di martedì 30 aprile, potrebbero crescere grazie a nuovi sponsor, attirati dal trentennale del Concertone che ricorrerà l'anno prossimo – quello che auguriamo a piazza San Giovanni è di essere così coraggiosa e sfrontata da tirare sempre dritto per la propria strada, al di là delle mode, delle tendenze e delle ragioni di scuderia. Di diventare qualcosa di così unico – musicalmente parlando – da rappresentare un'anomalia, meravigliosa ma pur sempre non allineata, sul panorama live non solo italiano. Perché, alla fine, tutti quelli che ci hanno suonato e coi quali abbiamo parlato negli ultimi giorni ce l'hanno confermato: al di là della valenza simbolica della data, questo è più che un concerto...

(d.p. / m.m.)

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